Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

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18.9.11

LA PROVA


Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867Roma, 10 dicembre 1936) fu drammaturgo, scrittore e poeta, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1934.
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Da piccolo Luigi apprese la devozione alla Chiesa Cattolica grazie all'influenza che ebbe su lui una serva di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, inculcandogli anche credenze superstiziose. Questo lo avvicinò ad esperienze di misticismo, che continuò a perseguire per tutta la sua esistenza.
Si allontanò tuttavia dalle pratiche religiose per l’inaspettata delusione ricevuta dal comportamento scorretto di un sacerdote, per cui non volle più avere a che fare con la Chiesa, praticando una religiosità totalmente discosta da quella ortodossa.

Pirandello studiò filologia romanza all'università di Roma e, in seguito a un diverbio col rettore, a Bonn,  dove ebbe l'opportunità di conoscere grandi maestri di filologia tedesca, fra cui Hermann Karl Usener e di avvicinarsi agli studi di Freud sulla psicanalisi, che gli furono utilissimi per la caratterizzazione dei suoi personaggi letterari.

Considerato il periodo in cui il racconto che segue fu scritto - dalla fine  dell'800 ai primi del '900 - 
pur in uno stile al sommo grado di purezza della lingua italiana utilizzata - che gli valse il Nobel -  possiamo riscontrare l'osservanza di tutti i dettami e delle regole in seguito raccomandate dai moderni maestri di scrittura per i racconti brevi : incipit che crei nel lettore curiosità tale da decidere di proseguire senza esitazioni nella lettura, l'uso di frasi brevi e punteggiatura essenziale, stile snello, articolato e umoristico per interessare alla lettura anche chi non fosse entusiasta dell'argomento trattato.
Non dimentichiamo che Pirandello ebbe egli stesso una cattedra di stilistica e può essere considerato il vero caposcuola e precursore della moderna scrittura italiana.

Nella fattispecie il racconto in oggetto è di piacevole lettura anche per chi fosse ateo, nonostante il nome di Dio venga fatto almeno una ventina di volte in cinque pagine.



Vi parrà strano che io ora stia per fare entrare un orso in chiesa. *Vi prego di lasciarmi fare perché non sono propriamente io. Per quanto stravagante e spregiudicato mi possa riconoscere, so il rispetto che si deve portare a una chiesa e una simile idea non mi sarebbe mai venuta in mente. Ma è venuta a due giovani chierici del convento di Tovel, andati in montagna a salutare i loro parenti prima di partire missionari in Cina.

Un orso, capirete, non entra in chiesa così per entrarci; voglio dire come se niente fosse. Vi entra per un vero e proprio miracolo, come l’immaginarono questi due giovani chierici. Certo, per crederci, bisognerebbe avere né più né meno della loro facile fede. Ma convengo che *niente è più difficile ad avere che simili cose facili. Per cui, se voi non l’avete, potete anche non crederci; e potete anche ridere, se volete, di quest’orso che entra in chiesa perché Dio gli ha dato incarico di mettere alla prova il coraggio dei due novelli missionari prima della loro partenza per la Cina.
Ecco intanto l’orso davanti alla chiesa che solleva con la zampa il pesante coltrone di cuoio alla porta. E ora, un po’ sperduto, ecco che s’introduce nell’ombra e tra le panche in doppia fila della navata di mezzo, si china a spiare e poi domanda con grazia alla prima beghina:
-          Scusi, la sagrestia?
E’ un orso che Dio ha voluto far degno di un Suo incarico, e non vuole sbagliare. Ma anche la beghina non vuole interrompere la sua preghiera, e, stizzita, *più col cenno della mano che con la voce indica di là, senza alzare la testa né levare gli occhi. Così non sa di aver risposto a un orso.
Altrimenti chissà che strilli.
L’orso non se n’ha a male; va di là e domanda al sagrestano:
-          Scusi, Dio?   
 Il sagrestano trasecola:
-          Come Dio?                                  
 E l’orso, stupito, apre le braccia:
-          Non sta qui di casa?
Quello non sa ancor credere ai suoi occhi, che esclama quasi in tono di domanda:
-          Ma tu sei un orso!
-          Orso, già, come mi vedi; non mi sto mica dando per altro.
-          Appunto, orso vuoi parlare con Dio?
Allora l’orso non può fare a meno di guadarlo con compassione:
-          Dovresti invece meravigliarti che sto parlando con te. Dio, per tua norma, parla con le bestie meglio che con gli uomini. Ma ora dimmi se conosci due giovani chierici che partono domani missionari in Cina.
-        Li conosco. Uno è di Tuenno e l’altro di Flavon.
-         Appunto, sai che sono andati in montagna a salutare i loro parenti e che debbono rientrare in convento prima di sera?
-         Lo so.
-         E chi vuoi che m’abbia dato tutte queste informazioni se non Dio? Ora sappi che Dio vuol sottometterli a una prova e ne ha dato incarico a me e a un orsacchiotto amico mio (potrei dir figlio,  ma non lo dico perché noi bestie non riconosciamo più per figli i nostri nati pervenuti a una cert' età). Non vorrei sbagliare. Desidererei una descrizione più precisa dei due chierici per non fare ad altri chierici innocenti *un’immeritata paura.

La scena è qui rappresentata con una certa malizia che certo i due chierici, nell’immaginarla, non ci misero. Ma che Dio parli con le bestie meglio che con gli uomini non mi pare che si possa mettere in dubbio, se si considera che le bestie (quando non siano però in qualche rapporto con gli uomini) sono sempre sicure di quello che fanno, meglio che se lo sapessero; non perché sia bene, non perché sia male (ché queste sono malinconie soltanto degli uomini) ma perché seguono obbedienti la loro natura, cioè il mezzo di cui Dio si serve per parlare con loro. Gli uomini all’incontro* petulanti e presuntuosi, per voler troppo intendere pensando con la loro testa, alla fine non intendono più nulla; di nulla sono mai certi; e a questi diretti e precisi rapporti di Dio con le bestie restano del tutto estranei. Dico di più: non li sospettano nemmeno.
*
Il fatto è che sul tramonto, tornandosene al convento, quando lasciarono il sentiero della montagna per prendere la via che conduce alla vallata, i due giovani chierici si videro questa via impedita da un orso e un orsacchiotto.
Era primavera avanzata; non più tempo dunque che i lupi e gli orsi scendono affamati dai monti. I due giovani chierici avevano camminato finora lieti in mezzo ai lavorati* già alti che promettevano un abbondante raccolto e con la vista rallegrata dalla freschezza di tutto quel verde nuovo che, indorato dal sole declinante*, dilagava con delizia nell’aperta vallata.
Impauriti, si fermarono. Erano, come devono essere i chierici, disarmati. Solo quello di Tuenno aveva un rozzo bastone raccolto per strada, discendendo dalla montagna. Inutile affrontare con esso le due bestie.
*
D’istinto, per prima cosa, si voltarono a guardare indietro in cerca d’aiuto o di scampo. Ma avevano lasciato poco più * soltanto una ragazzina che con un frusto badava a tre porcellini.
La videro che s’era anch’essa voltata a guardare verso la vallata, ma senza il minimo segno di spavento, cantava agitando mollemente quel suo frusto. Era chiaro che non vedeva i due orsi, i due orsi che pure erano lì bene in vista. Come non li vedeva? Stupiti dell’indifferenza di quella ragazzina ebbero per un attimo il dubbio che, o che quei due orsi fossero una loro allucinazione, o che lei già li conoscesse come orsi del luogo addomesticati e innocui; perché non era in alcun modo ammissibile che non li vedesse: quello più grosso, ritto là a guardia della strada, enorme controluce e tutto nero, e l’altro più piccolo che veniva pian piano  accostando dondolante sulle corte zampe e che ora, ecco, si metteva a girare intorno al chierico di Flavon e a mano a mano girando l’annusava da tutte le parti.
*
Il povero giovane aveva alzato le braccia come in segno di resa o per salvarsi le mani e, non sapendo che altro fare, se lo guardava girare attorno, con tutta l’anima sospesa. Poi, a un certo punto, lanciando uno sguardo di sfuggita al compagno e vedendosi pallido in lui come in uno specchio*, chissà perché si fece tutto rosso e gli sorrise.
*
Fu il miracolo.
*
Anche il compagno, senza saper perché, gli sorrise. E subito i due orsi, alla vista di quello scambio di sorrisi, come se a loro volta anch’essi si fossero lanciato un cenno, senz’altro tranquillamente se n’andarono verso il fondo della vallata.
*
La prova per essi era fatta e i loro compito assolto.
*
Ma i due chierici non avevano ancor capito nulla. Tanto vero che lì per lì, vedendo andar via così tranquillamente i due orsi, restarono per un buon tratto incerti a seguire con gli occhi quell’improvvisa e inattesa ritirata, e poiché essa per la naturale goffaggine delle due bestie non poteva non apparir loro ridicola, tornando a guardarsi tra loro,  non trovarono da far di meglio che scaricare tutta la paura che s’erano presa in una fragorosa risata. Cosa che certamente non avrebbero fatto se avessero subito capito che quei due orsi erano mandati da Dio per mettere il loro coraggio alla prova e che perciò ridere di loro così sguaiatamente era lo stesso che ridersi di Dio. Se mai una supposizione di questo genere fosse passata loro per la testa, piuttosto che a Dio per la paura che s’erano presa, avrebbero pensato al diavolo, che all’uno e all’altro aveva voluto farla mandando quei due orsi.
*
Capirono che invece era stato proprio Dio e non il diavolo allorché videro i due orsi voltarsi alla loro risata, fieramente irritati. Certo in quel momento i due orsi attesero che Dio, sdegnato da tanta incomprensione, comandasse loro di tornare indietro e punire i due sconsigliati, mangiandoseli. Confesso che io, se fossi stato dio, un dio piccolo, avrei fatto così.
*
Ma Dio grande aveva già tutto compreso e perdonato. Quel primo sorriso, per quanto involontario, dei due giovani chierici, ma certo nato dalla vergogna di aver tanta paura, loro che, dovendo fare i missionari in Cina s’erano imposti di non averne, quel primo sorriso era bastato a Dio, proprio perché nato così, inconsapevolmente, nella paura; e aveva perciò comandato ai due orsi di ritirarsi. Quanto alla seconda risata così sguaiata era naturale che i due giovani credessero di rivolgerla al diavolo che aveva voluto far loro paura, e non a Lui che aveva voluto mettere il loro coraggio alla prova. E questo, perché nessuno meglio di Dio può sapere per continua esperienza che tante azioni, *che agli uomini per il loro corto vedere paiono cattive, le fa proprio Lui, per i suoi alti fini segreti, e gli uomini credono invece scioccamente che sia il diavolo.
*
Luigi Pirandello                                       
da Novelle per un anno - La prova

Cinque raccolte pubblicate tra il 1928 e il 1937 comprendono novelle risalenti agli anni tra il 1896 e il 1937: quadri siciliani, volti femminili, figure di emarginati popolano questi racconti, nei quali Pirandello porta a compimento la sua indagine introspettiva.



dal racconto La Prova notare in particolare queste regole sottintese:

*Vi prego di lasciarmi fare uso del dialogo confidenziale come escamotage indirizzato a coinvolgere più direttamente il lettore

*niente è più difficile ad avere che simili cose facili: ironia usata con nobili intenti didascalici oltre che stilistici

*più col cenno della mano che con la voce  mirabile sintesi dell'azione con un'efficacia quasi visiva

l'uso alternativo di aggettivi e nomi con l'intento di impreziosire una descrizione che in termini più correnti potrebbe risultare banale; questi termini sono il prodotto mirato di una riflessione e della conoscenza linguistica dello scrittore e non fronzoli ridicoli e ridondanti di cui si fa spesso uso oggi come scappatoia.
es: *lavorati è usato in alternativa a colture o seminato
*un’immeritata paura  qui usato al posto del prevedibile termine inutile

* accentato non è qui un errore di stampa ma l'antico modo di scrivere questo avverbio (l'accento è stato in seguito eliminato dalle regole grammaticali in quanto superfluo, dato che la parola non ha omonimie e non è suscettibile di cambiare il senso della frase se male interpretata.
Attenzione perchè l'uso dell'ortografia impeccabile è sottovalutato da molti aspiranti scrittori che spesso cadono in errori di accentazione - es:qui e qua l'accento non va, ma su lì e là ci va, mentre non ci va su va. ndr :-) -

*all’incontro:  vecchio termine che significa all'incontrario

*vedendosi pallido in lui come in uno specchio : segnalo questa frase perchè si mediti sull' alta incisività che compensa preziosamente la narrazione semplificata dell' avvenimento.
*che agli uomini per il loro corto vedere paiono cattive  idem
mca
Fonte bibl. Wikipedia
(mca ringrazia)

26.8.11

E' difficile essere semplici

 "È difficile essere semplici. Arrivo a sottoporre un racconto anche a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c'è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un continuo processo di rivelazione.
La lingua dei miei racconti è quella di cui la gente fa comunemente uso, ma al tempo stesso essendo una prosa, va sottoposta a un duro lavoro prima di risultare trasparente, cristallina. "

Carver, percorrendo il suo itinerario di scrittore, si avvicinò al mondo della short story con un suo personale percorso, senza rifarsi a schemi letterari precedenti o a categorie definite.
Non volle mai essere accomunato agli scrittori postmoderni e si difese con forza sentendo che autori più giovani erano considerati seguaci del suo modello di scrittura, definito minimalista, perché egli non si considerava affatto minimalista: egli procedette secondo la teoria dell'omissione che esclude tutto quello che non è fondamentale enunciare.



*
Carver è nato nel 1938 ed è morto a soli cinquant’anni nell’88
*
Con pochi libri, una dozzina in tutto, Raymond Carver è diventato uno dei punti  di maggior riferimento per gli aspiranti scrittori di short stories, ma pure lui non era nato imparato.
Dopo aver frequentato una scuola di scrittura ad un corso tenuto nientemeno che da John Gardner,
cominciò ad inviare poesie e racconti alle riviste, con poca speranza e grande emozione.
Finchè un giorno due di esse gli pubblicarono in simultanea i primi testi.

Da lì, in poco più di dieci anni,nacque e si concluse una carriera che si riassume nei titoli dei suoi libri più celebri,  libri ormai tradotti in tutto il mondo, amati già da più di una generazione, e che fanno parte della storia della letteratura:

Vuoi star zitta per favore?
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
Cattedrale
Voi non sapete che cos’è l’amore
Da dove sto chiamando
Il nuovo sentiero per la cascata
Racconti in forma di poesia


Tanto tempo fa, era l’estate del 1958, mia moglie, io e i nostri due bambini ci trasferimmo dallo stato di Washington  in un paese appena fuori Chico, California. Lì trovammo una vecchia casa in affitto a venticinque dollari al mese. Per pagarmi questo trasloco, dovetti farmi prestare centoventicinque dollari da un farmacista per cui avevo fatto le consegne, un uomo di nome Bill Barton.
Questo tanto per dire che a quei tempi mia moglie e io eravamo sempre al verde. Eravamo costretti a raggranellare quel tanto che basta per sopravvivere, ma l’idea era che io avrei seguito dei corsi in quello che allora si chiamava Chico State College.  Per quanto indietro vada con la memoria, ancor prima di trasferirci in California in cerca di una vita diversa e della nostra fetta di torta americana, ricordo che avevo sempre voluto diventare uno scrittore. Avevo una gran voglia di scrivere, di scrivere qualsiasi cosa – narrativa, certo, ma anche poesie, drammi, sceneggiature, articoli per riviste e perfino pezzi per il giornale locale – qualsiasi cosa che comportasse mettere insieme delle parole per fare qualcosa di coerente e potesse interessare qualcun altro oltre me. Ma all’epoca del nostro trasferimento, qualcosa nelle ossa mi diceva che dovevo farmi un po’ di cultura prima di andare avanti e diventare uno scrittore. Allora attribuivo grandissima importanza allo studio – molto maggiore di quella che gli attribuisco adesso, ne sono sicuro, ma è perché ormai sono cresciuto e bene o male ho studiato.. dovete capire che nessun membro della mia famiglia, prima di allora era mai andato all’università, anzi nessuno era mai andato oltre le otto classi dell’obbligo. Non sapevo niente, ma almeno sapevo di non sapere niente.
Così, assieme a questo desiderio di farmi una cultura, avevo un altrettanto forte desiderio di scrivere; era un desiderio talmente forte che, grazie all’incoraggiamento che ricevetti all’università e alle cose che vi imparai, continuai a scrivere anche dopo che il buon senso e i freddi fatti – la dura realtà della mia vita – mi avevano consigliato ripetutamente che avrei affatto meglio a lasciar perdere, a smetterla di sognare, a rassegnarmi e a tirare avanti facendo qualcos’altro.

Quell’autunno, al Chico State, frequentai i corsi che la maggior parte delle matricole dovevano seguire, ma mi iscrissi anche a un corso chiamato scrittura creativa 101. Questo corso era tenuto da un certo prof. John Gardner, un insegnante appena arrivato, ma già circondato da un alone romantico e misterioso. Si diceva che avesse insegnato in precedenza all’Oberlin College e che se ne fosse andato per qualche ragione che non fu mai chiarita. Uno studente sosteneva che era stato licenziato – gli studenti, come tutti, sguazzano nei pettegolezzi e nei misteri – mentre un altro diceva che Gardner se n’era semplicemente andato dopo un grosso litigio. Qualcun altro affermava che il carico didattico a Oberlin, quattro o cinque corsi introduttivi di letteratura inglese ogni semestre, era troppo pesante per lui e non gli lasciava tempo per scrivere. Si diceva infatti che Gardner fosse uno scrittore vero, cioè praticante – uno che aveva scritto romanzi e racconti. Comunque sia, quell’anno insegnava SC 101 al Chico State e io mi iscrissi al suo corso.
Il fatto di seguire un corso tenuto da un vero scrittore mi emozionava. Non avevo mai visto uno scrittore in carne e ossa prima di allora e mi sentivo quindi in soggezione. Tuttavia mi sarebbe piaciuto vedere dov’erano questi romanzi e racconti. Bé, non erano ancora stati pubblicati.  Si diceva che non fosse mai riuscito a farsi pubblicare niente e che si portasse sempre dietro delle scatole con dentro le sue opere. Dopo che divenni suo allievo, le vidi davvero quelle scatole piene di manoscritti.
Gardner si era reso conto della mia difficoltà a trovare un posto per lavorare. Sapeva che avevo una famiglia con bambini e poco spazio a disposizione in casa. Mi offrì la chiave del suo ufficio. A tutt’oggi considero quell’offerta come una svolta cruciale nella mia carriera. Non era un’offerta fatta a caso e io l’accettai, penso, come una specie di mandato – perché proprio di quello si trattava. Passavo gran parte dei sabati e delle domeniche nel suo ufficio, dove teneva le famose scatole. Erano ammucchiate sul pavimento vicino alla scrivania. Nickel Mountain scritto a pennarello su una delle scatole, è il solo titolo che ora mi ricordo. Ma fu proprio in quell’ufficio, con le scatole dei suoi libri non pubblicati sott’occhio, che intrapresi i miei primi tentativi di scrivere



Quando incontrai Gardner la prima volta, era seduto dietro il tavolo dove ci si iscriveva ai corsi, nella palestra delle donne.  Firmai il registro del corso e lui mi diede un foglio col programma. Il suo aspetto non si avvicinava nemmeno un po’ a quello che mi ero immaginato dovesse essere l’aspetto di uno scrittore. A dire la verità a quei tempi sembrava più un pastore presbiteriano o un agente dell’FBI. Vestiva sempre un completo nero con la camicia bianca e la cravatta. E aveva i capelli tagliati a spazzola (la maggior parte dei giovanotti della mia età portava allora una pettinatura chiamata “alla DA” che erano le iniziali di Duck e Ass ovvero culo d’anatra, con i capelli cioè pettinati indietro lungo i lati fino alla nuca, appiccicati con la brillantina). John Gardner aveva insomma un aspetto molto convenzionale e, come se non bastasse, andava in giro con una Chevrolet nera a quattro porte, con le gomme tutte nere; una macchina così priva di fronzoli che non aveva neanche l’autoradio. Dopo averlo conosciuto meglio, aver avuto la chiave e aver cominciato a usare regolarmente il suo ufficio per lavorare, la domenica mattina la passavo seduto alla sua scrivania, pestando sui tasti della sua macchina da scrivere. Però tenevo anche d’occhio la strada, aspettando che, come tutte le domeniche, arrivasse con la sua auto e la parcheggiasse proprio lì davanti. Allora Gardner e la sua prima moglie Joan, scendevano e, vestiti di tutto punto nei loro abiti austeri, s’incamminavano lungo il marciapiede fino a raggiungere la chiesa dove andavano ad assistere alla funzione. Un’ora e mezza dopo aspettavo che uscissero e percorressero in senso contrario il marciapiede fino al parcheggio, dove montavano in macchina e tornavano a casa.
Gardner aveva sì i capelli a spazzola, vestiva come un pastore protestante o un agente dell’FBI e andava in chiesa tutte le domeniche, però per tanti altri versi era un anticonformista. Aveva cominciato a trasgredire le regole fin dal primo giorno in aula; era un fumatore accanito e anche in classe fumava continuamente, usando come portacenere un cestino della cartastraccia di latta. A quei tempi nessuno fumava in classe. Quando un altro professore che usava la stessa aula si lamentò per questo fatto, Gardner non fece altro che farci notare la meschinità e la ristrettezza mentale del collega, aprì le finestre e continuò tranquillamente a fumare.
Il primo giorno di lezione ci fece uscire disciplinatamente e sedere sul prato. Eravamo sei o sette, ricordo. Girava fra noi, chiedendoci di fargli i nomi degli autori che ci piaceva leggere. Non ricordo nessuno dei nomi che facemmo, ma non dovevano essere i nomi giusti. Ci annunciò che nessuno di noi aveva quel che ci voleva per diventare un vero scrittore, dato che gli era chiaro che nessuno di noi aveva l’indispensabile fuoco. Disse però che avrebbe fatto quanto poteva per noi, anche se era ovvio che non si aspettava grandi risultati. Ma c’era un’altra cosa: stavamo per partire per un viaggio e avremmo fatto meglio a tenere il cappello ben stretto.

Ricordo che disse che scrittori si nasce. Allora ero influenzabile, suppongo di esserlo ancora, ed ero terribilmente impressionato da ogni cosa che lui dicesse o facesse. Prese uno dei miei primi tentativi di racconto e lo esaminò insieme a me. Ricordo che era molto paziente, voleva che capissi ciò che cercava di mostrarmi, dicendomi e ripetendolo, quanto fosse importante avere le parole giuste per dire quello che volevo. E continuava a battere sull’importanza dell’uso del linguaggio comune, il linguaggio della conversazione normale, quello che si parla tra noi. Anche se quando ci rincontrammo tanti anni dopo lui disse che probabilmente tutto quello che mi aveva detto ai tempi era sbagliato,  quel che so è che i consigli che mi dava allora erano proprio ciò di cui avevo bisogno. Era un maestro splendido. Era una gran cosa che mi era capitata quella di avere qualcuno che mi prendesse abbastanza sul serio da sedersi e esaminare un manoscritto insieme a me.  Sapeva che qualcosa di cruciale mi stava accadendo. Mi aiutò a capire quanto fosse importante dire esattamente quel che volevo dire e niente di più, non usare parole letterarie o un linguaggio pseudo-poetico. Cercò di spiegarmi la differenza che c’è, ad esempio, tra il dire - l’allodola vola sul prato - e - sul prato l’allodola vola -. C’è un suono e un senso diverso, no? Mi mostrò come dire ciò che volevo dire usando il minimo numero di parole per farlo. Mi fece capire che tutto, assolutamente tutto ha importanza in un racconto. E’ importante sapere dove mettere le virgole e i punti.

Per questo e per altro, perché mi diede la chiave del suo ufficio in modo che potessi avere un posto per scrivere nei fine settimana, per aver sopportato la mia sfacciataggine e la mia generale mancanza di senso, gli sarò sempre grato. Lui è stato un influsso.

Agli aspiranti scrittori di racconti che frequentavano il suo corso, Gardner richiedeva un racconto tra le dieci e le quindici cartelle. Chi voleva invece scrivere un romanzo – mi pare ci fossero anche due o tre anime con questa ambizione,  doveva sottoporgli un capitolo di circa venti pagine,più uno schema del resto della trama. Il bello era che sia il racconto che il capitolo del romanzo, potevano essere riscritti anche dieci volte nel corso del semestre prima che Gardner ne fosse soddisfatto. Uno dei suoi principi fondamentale era che uno scrittore scopre quello che vuole dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questa visione, questo processo di messa a fuoco della visione, si otteneva mediante la revisione. Gardner credeva profondamente nell’efficacia della revisione, nella revisione senza fine; era una cosa che gli stava molto a cuore e che, ne era convinto, era importantissima per gli scrittori, in qualsiasi fase di sviluppo si trovassero. Non sembrava mai perdere la pazienza nel rileggere un racconto di un suo allievo, anche se l’aveva già visto in cinque stesure precedenti.
Credo proprio che il concetto di racconto che egli aveva sviluppato nel 1958 fosse rimasto inalterato fino al 1982: per lui il racconto è qualcosa in cui si possono distinguere un inizio, un centro e una fine. Ogni tanto andava alla lavagna e disegnava un grafico per illustrare qualcosa che voleva dimostrare sulla crescita o il calo di emozioni nel corso di un racconto – picchi, valli, altopiani, risoluzioni, dénoument eccetera. Per quanto cercassi di sforzarmi, questa roba che disegnava alla lavagna era una faccenda per cui non riuscii mai a provare un grande interesse, e neanche la capii mai a fondo, a dire la verità quello che capivo bene era il modo con cui commentava in classe il racconto scritto da uno studente. Gardner si chiedeva ad alta voce come mai, per esempio,  l’autore aveva voluto scrivere un racconto che parlava di uno storpio omettendo fino alla fine di informare il lettore sulla deformità del personaggio. “ Lei è convinto insomma che sia una buona idea non far sapere al lettore, fino all’ultima frase, che questo personaggio è storpio?”  il tono di voce esprimeva tutta la sua contrarietà. E bastava a far capire subito a tutti i presenti, compreso l’autore del racconto,  che quella non era una buona strategia narrativa. Qualsiasi strategia che sottraesse al lettore delle notizie importanti e necessarie nella speranza di prenderlo di sorpresa alla fine della storia era da considerarsi un inganno.

In classe Gardner menzionava continuamente scrittori di cui non conoscevo neanche i nomi, oppure, se ne avevo sentito i nomi, non ne avevo letto le opere. Conrad. Céline. Katherine Ann Porter. Isaac Babel. Walter Van Tilburg Clark. Cechov. Hortense Calisher. Curt Harnack. Robert Penn Warren. Una volta leggemmo un racconto di Warren intitolato L’inverno delle more. Per un motivo o per l’altro non mi piacque e lo dissi a Gardner. “Faresti meglio a rileggerlo” mi disse, e non scherzava mica. William Gass era un altro scrittore che citava spesso. All’epoca Gardner stava per lanciare la sua rivista MSS e sul primo numero avrebbe pubblicato un racconto intitolato Il ragazzo dei Pedersen. Avevo cominciato a leggerlo ancora in manoscritto, ma non lo capivo e di nuovo mi lamentai con Gardner. Questa volta non mi disse di rileggerlo, semplicemente mi tolse il racconto dalle mani. Parlava di James Joyce, di Flaubert e di Isak Dinesen come se abitassero dietro l’angolo, a Yuba City. Diceva spesso “ Sono qui per dirvi chi dovete leggere, non solo come dovete scrivere.”

Stordito, uscivo dall’aula e correvo dritto in biblioteca a cercare i libri degli autori di cui aveva parlato. Gli scrittori che dominavano la scena, a quei tempi, erano Hemingway e Faulkner. Ma nell’insieme io avevo letto tutt’al più due o tre loro libri. Comunque, pensavo, erano così famosi e così chiacchierati che non potevano essere un granché, no? Ricordo che Gardner mi disse “ Leggi tutti i libri di Faulkner su cui puoi mettere le mani e poi leggiti tutti quelli di Hemingway per disintossicarti da Faulkner”.
Fu lui a farci conoscere le piccole riviste letterarie, portandocene un giorno in classe una scatola piena e distribuendole tra noi in modo che potessimo impararne i titoli, vedere che aspetto avevano, sentire che effetto faceva tenerle in mano. Ci spiegò che era lì che appariva la miglior narrativa e quasi tutta la poesia del Paese. Prosa, poesie, saggi letterari, recensioni di libri appena usciti, critiche scritte su autori viventi da altri autori viventi. In quei giorni ero frastornato da tutte queste scoperte.
Per sette o otto di noi che seguivano il suo corso, Gardner fece arrivare dei pesanti raccoglitori neri e ci disse che era lì che dovevamo tenere le cose che scrivevamo. Lui teneva i suoi manoscritti in raccoglitori come quelli, disse, e così noi demmo la cosa per scontata. Andavamo in giro con i nostri racconti dentro quei raccoglitori e ci sentivamo persone speciali, esclusive, diverse dalle altre. Ed era proprio così.
Non so come Gardner si comportasse con gli altri studenti quando veniva il momento di avere degli incontri individuali con ciascuno di noi per discutere del nostro lavoro. Ritengo che dedicasse a tutti una grande attenzione. Ma avevo, e ho ancora, l’impressione che in quel periodo egli prendesse i miei racconti più seriamente e li leggesse più a fondo e più attentamente di quanto avessi il diritto di aspettarmi. Ero completamente impreparato al genere di critiche che ricevevo da lui.. prima che ci incontrassimo, aveva già segnato il mio manoscritto, cancellando con un frego i periodi, le frasi, le singole parole e persino i segni di punteggiatura che riteneva inaccettabili; e mi fece subito capire che su quelle cancellature non si poteva neppure discutere. In altri casi metteva periodi, frasi e singole parole tra parentesi e queste erano cose su cui potevamo discutere, casi in cui era ammesso un minimo di trattativa. Non esitava neanche ad aggiungere qualcosa a quello che avevo scritto – una parola qua e là, oppure diverse parole, forse un’intera frase che chiariva meglio quello che cercavo di dire. Certe volte discutevamo delle virgole del mio racconto come se fossero le cose più importanti del mondo in quel momento – e in effetti lo erano. Comunque cercava anche sempre qualcosa da lodare. Quando c’era una frase, una battuta di dialogo o un passaggio narrativo che gli piaceva, qualcosa che egli pensava funzionasse e mandasse avanti la storia in modo piacevole e inatteso, scriveva a margine
“ Bello!” oppure “Buono!” quando vedevo questi commenti il cuore mi si risollevava.
Quello che mi offriva era una critica ravvicinata, riga per riga, e non si limitava a questo, ma mi rivelava anche le ragioni di quella critica, il perché una cosa doveva essere scritta in un modo piuttosto che in un altro; fu un’esperienza d’un valore senza pari nella mia maturazione di scrittore.
Esaurito questo tipo di discussione sui particolari del testo, passavamo a discutere dei temi più generali del racconto, del problema che cercavo di mettere a fuoco, del nodo conflittuale che tentavo di illustrare e anche del modo in cui il racconto si inseriva o meno nel più ampio schema della tradizione narrativa. Gardner era convinto che se le parole della narrazione rimangono confuse  e sfuocate perchè l’autore è stato insensibile, distratto o troppo sentimentale, il racconto che ne risulta soffre di un grave handicap. Ma c’è anche un pericolo maggiore da evitare a tutti i costi: se le parole e i sentimenti sono disonesti, se l’autore bara e scive di cose che non gli stanno a cuore o di cui non è convinto, allora non può aspettarsi che qualcun altro mostri interesse per il racconto.
Uno scrittore deve avere dei valori e conoscere il proprio mestiere. Questo è ciò che Gardner credeva e insegnava, ed io ho cercato di mantenere questi principi per tutti gli anni che sono  trascorsi da quel breve ma importantissimo periodo.

Raymond Carver
brani tratti da: Il mestiere di scrivere
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John Champlin Gardner Jr. (Batavia, 1933 – Susquehanna 1982) è stato uno scrittore e insegnante statunitense, figura popolare e controversa fino alla morte prematura avvenuta in un incidente motociclistico all'età di 49 anni.
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I suoi genitori, il padre un pastore laico e la madre un'insegnante, ebbero una forte influenza nella sua vita. Entrambi erano appassionati di Shakespeare e spesso recitavano letteratura insieme. Da bambino Gardner frequentò la scuola pubblica e lavorò nella fattoria del padre dove, nell'aprile 1945 all'età di 11 anni, il fratello più piccolo rimase ucciso in un incidente con una macchina agricola. Gardner, alla guida del trattore durante l'incidente, ebbe un senso di colpa per tutta la vita, incubi e flashback dell'accaduto. Il ricordo dell'incidente si affaccia spesso nei suoi romanzi e nella sua critica letteraria.
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19.6.11

Erano senza pietà quegli inverni nel Colorado


Può fare letteratura – diceva Calvino – solo chi ha coscienza linguistica. Cioè chi ha consapevolezza che la scrittura è una macchina complessa, e che lo stile con cui si snoda un racconto dice più cose del racconto stesso.



Erano senza pietà quegli inverni nel Colorado. Neve ogni giorno, e a sera, dall’altra parte delle Montagne Rocciose, se ne tramontava un sole di un rosso che più deprimente non si può. La nebbia stringeva i monti e noi sotto, a cercare di trapassarla a palle di neve. Quel diluvio bianco non dava requie agli alberi, il vento sollevava la neve a cumuli, a mucchi, e la depositava contro i recinti e i capanni del carbone.

L’acqua era troppo fredda per poterla bere. Ti pigliava ai denti come una scossa elettrica, così uno se la beveva timidamente, a minimi sorsi. Se non facevamo scorrere i rubinetti tutta la notte, dovevamo aspettare fino a mezzogiorno che i tubi si scongelassero. Consumavamo un gran quantità di carbone, roba che costava cara, il che metteva mio padre di malumore.

Mio padre faceva il muratore. Per via della neve non poteva lavorare. La malta gli si congelava prima ancora di rapprendersi, e le dita gli diventavano rigide e prive di sensibilità. Lui però era un uomo freneticamente attivo, qualcosa da fare doveva avercela sempre, e quella lunga sequenza di giornate in bianco lo esasperava, e lo rendeva pericoloso mentre si aggirava in casa. Fumava un sigaro via l’altro, faceva schioccare rumorosamente le nocche, andava avanti e indietro da una stanza all’altra come se fosse stato in gabbia.

Quando lo vedevamo muoversi a quel modo, noi bambini venivamo presi dal terrore e filavamo via non appena quella bassa figura muscolosa si materializzava all’improvviso. Dovunque andassimo c’era sempre nell’aria l’aroma pungente di quei suoi contorti toscanelli.

Cercava di tenersi occupato. Magari si metteva a disegnare. Rannicchiato su un’ enorme scrivania a scomparsa, un pezzo del tutto estraneo al resto della mobilia della sala da pranzo, disegnava qualsiasi cosa, dall’inceneritore alla cattedrale. Durante quegli esercizi ci proibiva di parlare ad alta voce. Certe volte non riusciva a trovare la squadra o il compasso, e allora, Dio ne scampi! Confusa nel suo respiro affannoso, aveva inizio una geremiade di orribili bestemmie che andava avanti, in un crescendo d’ira, fino a quando mia madre o qualcuno di noi bambini non trovava la squadra nella lavatrice, o nella vasca da bagno, oppure nella ghiacciaia, ovvero dovunque i bambini usino nascondere le squadre per poi dimenticarsene. Le cazziate se le beccava sempre mia madre. Se non l’accusava di aver messo la squadra nella vasca da bagno, comunque la rampognava per aver tirato su dei figli che ne combinavano di tutti i colori. Noialtri, contenti di non essere stati accusati, eravamo felici di dichiararci d’accordo con lui, e in un silenzio accusatorio guardavamo storto la mamma, come a dirle – ecco qua, guarda che hai combinato !

Per noi era un gran divertimento quando papà si metteva a sedere e improvvisava con la sua matita, disegnando quel che gli passava per la testa. Di solito disegnava caricature. I suoi soggetti preferiti erano i suoi cognati, i fratelli di mamma. Faceva un asino con la faccia di zio Carlo, oppure un maiale che assomigliava a zio Tony. Quei disegnetti eccitavano le sue crasse risate. Ce li porgeva, li faceva passare di mano in mano. Pure noi ridevamo. Non è che li trovassimo davvero divertenti: ridevamo perché lui rideva. Quando rideva, i nostri cuori si sentivano finalmente liberi, e certe volte la mia sorellina Clara cominciava ridendo e finiva in lacrime. Lui ci esortava a portare i disegni in cucina.
- Mostrateli a vostra madre – diceva.
Mia madre li guardava con freddezza, poi ce li restituiva, mostrandosi indifferente.
- Che si vergogni, - diceva. – Ditegli che ho detto proprio così: che si vergogni, - e tutti noi tornavamo da lui in sala da pranza.
- Ha detto di dirti Che si vergogni. –
Lui bofonchiava, divertito.

Disegnava anche ritratti di noi bambini, e sempre con molta serietà. La piccola Clara era la sua preferita. Le metteva una tovaglia o una sciarpa in testa e lei doveva inginocchiarsi a mani giunte. In occasioni del genere tutti dovevano osservare un silenzio perfetto. Anzi: proibiva a mia madre e a noi fratelli di entrare. Mia sorella doveva restare inginocchiata con gli occhi rivolti al cielo. Lui sedeva comodamente, col sigaro in una mano e la matita nell’altra. Sempre, mentre disegnava, canticchiava con aria mesta le parole di quella canzone che si chiamava All’ombra del vecchio melo, di cui sapeva solo cinque parole che ripeteva all’infinito.
Poi si fermava e sorrideva alla figlia. - Chi è la santa Madonnina del suo papà?
Tutta gioiosa Clara puntava l’indice verso il proprio viso e faceva un risolino.
- Questo è parlare giusto, - diceva lui. – Questo è proprio un parlar giusto!
Davanti al disegno finito lei faceva un gridolino di delizia, e allora mia madre e tutti noi potevamo esaminare l’opera con eccitazione. Mamma ne era sempre soddisfatta. Tutta seria, domandava a papà: - Ma perché non apri una bottega e ti metti a fare il pittore?
- Oh Gesù, - si disperava mio padre – questa ricomincia.
Non permetteva mai che si conservassero i suoi disegni, e nemmeno le lacrime di mia sorella avevano effetto su di lui. Dopo un’ora o giù di lì, si stancava di colpo e cominciava ad accartocciare i fogli, a farne delle palle di carta e a buttarle nella stufa in cucina. E si ricordava perfettamente di tutti i disegni che aveva fatto, perché se tentavamo di nasconderne uno, si accorgeva all’istante della mancanza ed esigeva che glielo restituissimo, minacciando di picchiarci tutti e quattro indiscriminatamente. Così il disegno mancante alla fine saltava sempre fuori.

Ogni inverno mio padre fioriva di risolute intenzioni e nuove idee per liberarsi dei debiti e migliorare le condizioni della casa. Arrivava a casa a metà pomeriggio con un secchio di vernice e si metteva a tinteggiare una stanza. Per un paio d’ore se ne stava lì, a lavorare fischiettando e canticchiando. Era felice, e riusciva a far risuonare la casa di quel suo spirito cordiale, sicché tutti ne eravamo contenti. Poi a un tratto la stanchezza s’impadroniva di lui. Rimetteva il coperchio alla vernice e si sedeva di fronte alla finestra, a rimuginare sulla neve, e sui soldi che gli impediva di guadagnare. Tornava ad essere pericoloso. Non ci potevamo avvicinare. L’indomani avrebbe completato il lavoro. Ma quell’indomani non arrivava mai. Alla fine era mia madre che ci si metteva, una mano ogni tanto, approfittando di qualche pausa dalle sue occupazioni.
Con la coscienza che gli rimordeva, lui finiva per proteggersi da se stesso criticando gli sforzi di lei.
- Guarda qua, - diceva – mica si pitta così. Troppo liquido. E non fare colare tutta quella pittura dal pennello.
- Be’ allora perché non ti metti a pittare tu?
- Mo’ è troppo tardi. Hai rovinato tutto quanto.

Dormiva malamente; il suo corpo aveva bisogno d’essere fiaccato dal sole, i suoi muscoli essere doloranti di fatica. Stando così in ozio, il suo cervello gli si rivoltava contro, dando origine ad un’agitazione che non riusciva a controllare. Certe mattine era capace di lasciarci tutti stupefatti, saltando giù dal letto alle quattro in punto, vestendosi e precipitandosi fuori. Mia madre li conosceva, quei tormenti, e non si sforzava in alcun modo di tranquillizzarlo, giacché sapeva che l’ozio e la tranquillità erano proprio i demoni che lo torturavano.

Più tardi, alzandosi a sua volta, l’avrebbe visto dalla finestra mentre, biascicando un sigaro, spalava un passaggio in quella neve che odiava così furiosamente. I suoi sforzi erano tremendi. C’erano dei cumuli di neve dappertutto, l’intero cortile posteriore ne era stato ripulito e mostrava la nudità del suo nero suolo gelato. Con una maglietta e coi guanti, papà portava a far colazione quel suo corpo esuberante e sudato, quelle vive mani toccate dalla gioia della fatica.

Aspettava pazientemente che mia madre elogiasse i suoi sforzi così mattinieri, lanciando continue occhiate fuori dalla finestra verso quelle montagne di neve accumulate su entrambi i lati del cortile, frutto del lavoro delle sue braccia. Sulle prime, mamma non diceva nulla, non era mai sicura del fatto suo. Lui divorava il cibo, ma era talmente bramoso dell’apprezzamento di lei che alla fine sbottava:
- Butta un occhio al cortile.
E allora lei faceva finta di accorgersene soltanto in quel momento.
- Oh, - diceva – l’hai fatto tu? – Lui annuiva senza parlare.
- Tutto da solo? Tutto quanto?
- Certo.
- Ma sarai stanco.
- Stanco io? Non direi.
E per quel giorno era più contento, e quella sera sarebbe stato più gentile, avrebbe dormito tenendola abbracciata, forse addirittura avrebbe detto qualcosa per farla ridere.



Un pomeriggio mia madre gli domanda di portar dentro un secchio di carbone. Lui piglia un secchio vuoto da dietro la stufa in cucina e, uscendo, le dice di andarci piano con quel carbone.
- Costa, - disse. – Brucia la carta di giornale.
Dopo un po’ tornò col secchio pieno e se ne uscì di nuovo. In un amen fu di ritorno con un secondo carico. Mia madre lo osservava incuriosita. Lui non disse niente e uscì un’altra volta. Dalla finestra della cucina lei lo vide che quasi correva in direzione della carbonaia. Stavolta, però, secchi non ce n’erano più. Mia madre lo vide scomparire nella carbonaia e riemergerne con un grosso pezzo di carbone fra le mani. Lo portò in casa e lo sistemò sopra i due secchi pieni. Quindi uscì un’ennesima volta, preso come da una frenesia. Mamma cominciò a temere qualcosa. E quando lui rientrò, tentò di protestare.
- Non ne portare più. – disse.
- So quel che faccio, - rispose lui, scappando fuori di nuovo.
In breve aveva accatastato una montagna di carbone alta qualcosa come cinque piedi dietro alla stufa. Non c’era più un dito di spazio tra la stufa e la parete. La grande colonna nera oscillava minacciosa, pendendo dalla parte della stufa. Dovette sollevarsi in punta di piedi per posare l’ultimo pezzo. Aveva finito. Indietreggiò di un passo e contemplò la propria opera con aria soddisfatta. Mia madre era trasognata. Lui le si rivolse. Aveva le mani ricoperte di polvere nere.
- Ecco fatto, – disse. – Ecco qua il tuo carbone.
- Ma perché così tanto? – si lamentò lei.
Offeso, o almeno facendo le viste di esserlo, lui si rivolse a un uditorio immaginario: - Bene, eccole qui, le donne. Non mi aveva chiesto il carbone, no? E io gliel’ho portato, il carbone, non è vero? E adesso s’incazza perché le ho portato il carbone! – Scosse il capo con l’aria mesta, simulando sconcerto e scoramento. Poi disse: - Santa Madonna, ma che devo farci con questa femmina?
Mamma sospirò. – Quei carboni sono troppo grossi, - disse. – Non ci entrano nella stufa.
- E tu piglia un martello, - fece lui. – Falli a pezzi.
Lei provò a tirar su il pezzo che stava in cima alla pila. Lui la osservava.
- Perché non sali su una sedia? – disse. – Ti potresti far male.
- Perché non la pianti? - sibilò lei. – Ne hai fatte abbastanza, di scemenze, portando tutto ‘sto carbone dentro una cucina così piccola!
Lui scrollò le spalle, con aria innocente. – Stavo soltanto cercando di rendermi utile, - disse.
Piegato sul lavello si sciacquò le mani annerite. Come sempre, aveva il cappello calcato in testa sulle ventitré: bisognava ricordargli la sua presenza, altrimenti non se lo sarebbe mai tolto. A gambe larghe si lavava rumorosamente. Una delle cose di cui andava fiero era quel suo essere tosto. Menava vanto di non aver mai fatto uso di saponette da bagno. Non c’era niente di meglio al modo, per la faccia di un lavoratore, del sapone da cucina, diceva.

Mia madre lottava con quel pesante tocco di carbone, manovrando delicatamente sulla pila, all’altezza della sua testa. Era praticamente impossibile avere una presa sicura su quella superficie così irregolare. La montagna di carbone scricchiolava, sbandava, e cominciò a caderle addosso. Fece in tempo a farsi da parte, e il carbone crollò al suolo, frammentandosi in mille pezzi. Tutta la cucina ebbe un sussulto. I vetri delle finestre rimbombarono. Mamma era spaventata.
Stizzita, anche.
- Ecco qua! – riuscì a berciare. – guarda! Che ti avevo detto?
Lui si mostrò pochissimo sorpreso, davanti a lei con le mani bagnate che gocciolavano acqua e sapone sul pavimento. Fece schioccare la lingua e scosse il capo al cospetto di quel casino.
- E non startene lì! – disse mia madre – Che caspita ci dovrò fare con tutto quel carbone?
- Non te l’avevo detto, di pigliare una sedia? Non te l’avevo detto, di pigliare il martello?
- Tu mi farai impazzire!
Lui buttò un’occhiata a quel guazzabuglio nero e ridacchiò. Gli pareva una situazione piuttosto comica.
- Vabbé, - disse. – Hai voluto il carbone, eccotelo.
- Che il cielo mi aiuti, sta’ zitto!
Lui s’indignò. Nessuna donna poteva rivolgersi a lui con quel tono di voce. – Tu sta’ zitta!
- Ma guarda che guaio! Guarda che hai combinato!
- Io? – berciò lui, come in preda a un collasso. – Io? – e quell’aria di mortificazione gli invase la faccia. – Io non ho fatto proprio niente. Stavo lì che mi lavavo le mani.
Mia madre chiuse gli occhi, disarmata. Ah, non c’era niente da fare, proprio niente. Sospirò, rassegnata, e in segno di perdono andò a prendere la scopa.

Pomeriggio inoltrato. Noi bambini eravamo a scuola. Mio fratello Mike tornò a casa. Buttò il berretto da una parte, i libri da un’altra parte e il cappotto da un’altra parte ancora e, fiutandone l’odore, entrò in cucina in cerca di qualcosa da mangiare. Dopo scuola, se papà non era in casa a fermarci, mangiavamo pane e marmellata, rovinandoci così l’appetito per la cena.

Mia madre stava ancora spazzando i residui pezzetti di carbone sparpagliati sul pavimento.
- Dio bono! – esclamò Mike. – Che è tutto ‘sto carbone? Che ne dobbiamo fare?
- Bruciarlo! – disse mio padre. – Tu col carbone che altro ci fai?
- Lo so, ma…
- Ma sta’ zitto! Muto!
- L’ha portato tuo padre, - spiegò mia madre sarcastica, tirandosi su. – E’ così bravo, lui.
- Non doveva portarne così tanto, vero?
- Lascia perdere, - disse mio padre.

Per un momento ci fu silenzio. Poi mio padre fece una pensata. Si voltò e guardò Mike, poi la mamma.
- Senti un po’, - disse con aria cogitabonda, - ‘sto diavolo qua, è andato a prendertelo un secchio di carbone, stamattina, prima di andare a scuola?
Mike sbiancò. Le pupille gli si dilatarono. Una cosa così aveva un solo significato: guai in vista. Indietreggiò, uscì dalla cucina. Minaccioso mio padre gli andò dietro. Alla porta, Mike cominciò a correre. Mio padre gli si lanciò contro facendo partire una pedata. Gli andò molto vicino, ma lo mancò. Emettendo un grido di sollievo, Mike scappò fuori. Mio padre fece partire una bordata di bestemmie agitando un pugno verso la porta sbattuta. Mamma gli toccò un braccio, cercando di calmarlo.
- Per piacere, - disse, - Perché dici queste cose così vergognose?
- Vergognose! – fece lui – Che cosa ho detto di tanto vergognoso?
Raggiunse l’armadio e prese il cappotto. Lei lo guardò mentre si contorceva per indossarlo.
- E ora dove vai? – chiese. E’ quasi ora di cena.
- Che ne so dove vado? Urlò lui.
Ogni volta che andava via lo faceva con tale violenza, che lei ci restava di sale, come sfinita. Cercava scuse per trattenerlo. Ma lui era così furente che non c’era modo di fermarlo.
- Vuoi che ti faccio gli spaghetti? - Sorrise lei.
- Che me ne importa, -disse lui. – fa’ come ti pare.
Stava abbottonandosi il cappotto. – Ma sì, - disse, - fa’ gli spaghetti. Mettici molto formaggio.
- Il formaggio l’ho usato tutto l’altra volta. – disse lei.
- E comprane un altro poco, allora.
Lei gli si avvicinò.
- Volevo chiedertelo, - disse – ce l’hai un mezzo dollaro?
- E dove vado a pigliarlo un mezzo dollaro?
- La prese per il braccio e la condusse alla finestra, scostò le tende e indicò la neve.
- La vedi? E’ neve! E mo’ dimmi dove caspita vado a pigliarlo un mezzo dollaro.
- Lei si raddrizzò, e con una petulanza che lo feriva gli disse: - Niente, pensavo soltanto che ce l’avevi. Non vedo perché devi prendertela tanto.
Lui si diede un pugno sul palmo della mano e si mise a urlare: - Non ce l’ho! Mi hai sentito? Non ce l’ho!
- Non ti arrabbiare così, ho capito.
- Voi donne! Ah, non capite niente.
Prese un sigaro dalla tasca interna del cappotto, se lo passò sulla faccia e lo catturò con la bocca. Era l’ultimo sigaro. Lo accese e spense il fiammifero sputacchiandoci sopra.
- Mo’ che vai al negozio, - disse - pigliami dei sigari.
Mia madre si sedette e si coprì gli occhi. – Non posso mettere in conto altri sigari, - disse. – Non posso farlo, no davvero. Se tu sapessi come mi guarda il droghiere! Mi sento così imbarazzata!
Mio padre non riusciva mai a capire per quale strana ragione si potesse esitare all’idea di aggiungere qualcosa al già incredibilmente cospicuo conto del droghiere, però lui al negozio non ci andava mai. Mandava sempre mamma oppure uno di noi.
- Digli che avrà i suoi soldi quando io avrò i miei, - disse.
Mia madre ebbe un lampo. Si alzò e disse: - Aspetta un minuto.
Scomparve in camera da letto. La memoria che mio padre aveva dei mozziconi di sigaro che aveva buttati era corta. Li lasciava in giro un po’ dovunque: in camera da letto, in bagno, sulla credenza, sui davanzali, in veranda, oppure sull’orlo di un quadro o di uno specchio. Dovunque. Certe volte spediva l’intera famiglia alla ricerca di un particolare mozzicone. Noi bambini ci domandavamo come facesse a vedere la differenza tra l’uno e l’altro, a noi parevano tutti uguali, ma lui scuoteva il capo finchè non gli portavamo quello giusto.
E così mia madre, conoscendo le sue peculiari abitudini, aveva messo da parte una quantità di mozziconi, e li aveva stipati in una scatola di sigari. Tornò dalla camera da letto e gli porse la scatola, col coperchio sollevato. Lui ci guardò dentro con un cipiglio inquisitorio, e anche con sorpresa.
- E questi dove l’hai pigliati?
Lei era piuttosto orgogliosa di quella trovata. – Sono tuoi, - disse.
- No che non sono miei, - mentì lui.
- Ma sì.
- Ma no.
- Ma sì che sono tuoi! Non credi…
- Humpf! – si mise a esaminarli da più vicino.
Ficcò una mano nella scatola e tastò uno dei mozziconi, che si sfarinò secco sotto le sue dita. Scosse il capo.
- Non posso usarli, - disse. – Sono troppo vecchi.
- Guarda meglio, - lo implorò lei. – Magari ne trovi uno più fresco.
- L’hai mai fumato un sigaro?
- Certo che no, - fece lei.
- -Ah, va bene. Niente. Voglio altri sigari. Questi buttali via.
- Ma ti ho detto che non posso pigliare altri sigari a conto! Sono un di più di lusso, e O’Neil si incazza!
- Me ne frego di O’Neil. Digli di aspettare. Chiedigli se ha mai provato a tirar su muri con la neve. Chiediglielo, qualche volta, e vedi che caspita potrà risponderti.
La piantò in asso con la scatola dei mozziconi ancora in mano. Lei lo guardò dalla finestra mentre caracollava per la via, gli occhi al cielo, e scosse il capo in una sorta di disperato stupore. Le pareva di vedere un cucciolo sperduto nella neve.      

John Fante


1909 - John Fante nasce a Denver nel Colorado da una famiglia di immigrati italiani.
Vive un'infanzia turbolenta, di cui racconta in molti suoi romanzi, ma nonostante tutto riesce a diplomarsi ed inizia molto presto a fare lavori precari sotto la vigile guida paterna. La condizione di indigenza e i suoi continui dissapori con il padre-padrone lo portano ad abbandonare la vita di provincia e la famiglia, per tentare fortuna a Los Angeles, a cui approderà nel 1930 e che sarà testimone dei suoi esordi nella scrittura.
I suoi primi racconti vengono subito pubblicati ma parallelamente si dedica alla scrittura di numerose sceneggiature per l'industria cinematografica, attività che gli frutterà discreti guadagni e con cui potrà riscattare la famiglia dall'antica povertà.
Ebbe modo di lavorare anche in Italia come sceneggiatore per Dino De Laurentiis.

Il suo successo come romanziere inizia nel 1937 con Aspetta primavera, Bandini, che riceve subito un grande consenso, due anni dopo replica con uno dei suoi romanzi più famosi, Chiedi alla polvere.
Durante la guerra John Fante vive un periodo di crisi narrativa, dovuto anche all’impegno come collaboratore per i servizi d’informazione, e alla nascita dei quattro figli avuti dalla moglie Joyce Smart, sposata nel 1937. Il suo lavoro successivo sarà Una vita piena pubblicato nel 1952.

Si ammala sfortunatamente di una forma grave di diabete e, sfiduciato per la sua situazione,  nel
1977 pubblica il suo ultimo romanzo La confraternita dell'uva in cui ancora una volta inserisce le vicende della famiglia Bandini. Il 1978 è l'anno dell’incontro con Charles Bukowski, che lo dichiarò "il migliore scrittore che avesse mai letto" e "il narratore più maledetto d'America". Bukowski si fece dare da lui l’autorizzazione di ristampare Chiedi alla polvere, per cui scrisse un'appassionata prefazione. Fece anche pressione sulla casa editrice Black Sparrow Books per cui lui stesso scriveva, perchè ripubblicasse le opere di Fante, da lungo tempo fuori stampa, minacciando l'editore di non consegnargli il manoscritto del suo nuovo romanzo.
La ripubblicazione delle sue opere ridiede speranza a John Fante che ormai quasi cieco, e inabile per l'amputazione di entrambi gli arti inferiori e sempre in preda a dolori atroci, dettò alla moglie il suo ultimo romanzo Sogni di Bunker Hill,    a conclusione della saga del suo alter ego Arturo Bandini, e pubblicato nel 1982.

L' 8 maggio del 1983 John Fante si spense in ospedale divorato dalla sua malattia. Ha lasciato numerosi inediti che poco per volta stanno facendo riscoprire anche in Italia un autore di notevole rilievo. Pubblicazione postuma ebbe anche il suo primo romanzo Strada per Los Angeles scritto da Fante nel 1936.
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6.6.11


Il talento per le parole non sempre basta se si vuole diventare un bravo scrittore.
Bisogna per prima cosa essere una grande persona.


Quella sera tornavo a casa a piedi, dall’ufficio della censura, all’Hotel Florida, e pioveva. Così, circa a metà strada, mi stancai della pioggia e feci tappa da Chicote per un bicchierino alla svelta. Era il secondo inverno di bombardamenti durante l’assedio di Madrid e si era a corto di tutto, compresi il tabacco e la pazienza della gente, e avevi sempre un po’ di fame e a un tratto e irragionevolmente ti pigliavi una grossa arrabbiatura per cose come il tempo, alle quali non potevi far nulla. Avrei dovuto tirar dritto fino a casa. C’erano solo altri cinque isolati, ma quando vidi l’androne di Chicote pensai prima di bermene uno alla svelta e poi di fare quei sei isolati su per la Gran Via nel fango e tra le macerie delle strade semidistrutte dai bombardamenti.
Il locale era affollato. Avvicinarsi al banco non era possibile, e tutti i tavoli erano occupati. Era pieno di fumo, di canti, di uomini in divisa e dell’odore di giubbe di cuoio bagnate, e si passavano i bicchieri sopra la testa della gente, accalcata in tre file lungo il banco.
Un cameriere che conoscevo trovò una sedia libera intorno a un altro tavolo e io presi posto accanto a un esile tedesco, bianco in viso e con un gran pomo d’Adamo, che lavorava alla censura, e ad altre due persone che non conoscevo. Il tavolo era al centro della sala, un po’ a destra per chi entra.
Cantavano così forte che non si sentiva quello che si diceva, e io ordinai un gin con angostura e lo bevvi d’un fiato, come rimedio contro la pioggia. Il locale era pieno come un uovo e tutti erano molto allegri; cominciavano forse ad esserlo un po’ troppo, grazie al liquore catalano appena fatto che quasi tutti stavano bevendo. Un paio di persone che non conoscevo mi diedero manate sulle spalle, e quando la ragazza al nostro tavolo mi disse qualcosa, non capii e risposi: - Certo. -
Aveva un’ aria abbastanza terribile, ora che avevo smesso di guardarmi intorno e studiavo la nostra tavolata, piuttosto terribile davvero. Ma saltò fuori, quando giunse il cameriere, che quello che mi aveva chiesto era di offrirle da bere. L’individuo che era con lei non aveva un’aria molto energica, ma lei era abbastanza energica per tutti e due. Aveva uno di quei visi forti, semiclassici, e la taglia di una domatrice di leoni; e il ragazzo che l’accompagnava sarebbe stato perfetto con una vecchia cravatta della scuola. Però non l’aveva. Indossava una giubba di cuoio: con la faccia che si ritrovava, era proprio quello che ci voleva.
A questo punto cominciavo già a desiderare di non essermi fermato al Chicote ma di aver tirato dritto fino a casa, dove avrei potuto cambiarmi e indossare qualcosa di asciutto e bere qualcosa comodamente seduto sul letto con i piedi tirati su, ed ero stufo di guardare quei due giovani. La vita è molto breve, mentre le donne brutte sono molto lunghe, e stando seduto là a quel tavolo arrivai alla conclusione che, anche se ero uno scrittore e avrei dovuto avere un’insaziabile curiosità per la gente, la gente di ogni genere, in realtà non m’importava un accidente di sapere se quei due erano sposati o cosa trovavano uno nell’altra, o quel che era la loro linea politica, o se lui aveva un po’ di soldi, o se un po’ di soldi li aveva lei, o una cosa qualsiasi su di loro. Decisi che dovevano essere della radio. A Madrid ogni volta che vedevi dei civili dall’aria davvero strana, erano sempre gente della radio. Così, tanto per dir qualcosa, alzai la voce per soverchiare il baccano e chiesi:  - Siete della radio? -
- Sì – disse la ragazza. Come volevasi dimostrare. Erano della radio.
- Come va compagno? – dissi al tedesco.
- Bene e tu? –
- Un po’ bagnato – dissi, e lui rise, piegando la testa da un lato.
- Hai mica una sigaretta? – domandò. Gli porsi il mio penultimo pacchetto di sigarette e lui ne prese due. Due ne prese la ragazza dall’aria energica e due il giovanotto con la faccia da vecchia cravatta scolastica.
- Prendine un’altra – gridai.
- No, grazie – rispose e al posto suo la prese il tedesco.
- Ti spiace? – disse con un sorriso.
- No di certo – dissi e invece mi spiaceva, e lui lo sapeva benissimo. Ma aveva un tale bisogno di sigarette che la cosa non aveva importanza. Da qualche attimo i canti erano cessati, o si erano momentaneamente interrotti come a volte succede anche ai tuoni durante un temporale, e potevamo sentire tutto quello che dicevamo.
- Sei qui da molto?- mi chiese la ragazza dall’aria energica. Pronunciava le parole con uno strano accento.
- A tratti – dissi.
- Dobbiamo parlare seriamente – disse il tedesco. Ho bisogno di parlarti. Quando sarà possibile?
- Ti telefono – dissi. Questo tedesco era un tedesco davvero stranissimo e non riusciva simpatico a nessuno dei tedeschi buoni. Viveva nell’illusione di saper suonare il piano, ma se lo tenevi lontano dai pianoforti era perfettamente in regola, a meno che non si trovasse esposto ai liquori, o alla possibilità di spettegolare, e da queste due cose nessuno era ancora riuscito a tenerlo lontano.
Spettegolare era la cosa migliore che faceva, e lui sapeva sempre qualcosa di nuovo e di molto disonorevole su tutte le persone di cui potevi fargli il nome a Madrid, Valencia, Barcellona e negli altri centri politici.
In quel preciso momento tutti ripresero a cantare, e non puoi spettegolare molto bene se devi alzare la voce, perciò, visto che lì da Chicote sembrava una serata piuttosto noiosa, decisi di offrire da bere a tutti e poi di andarmene.
Cominciò proprio allora. Uno in borghese, vestito di marrone con la camicia bianca, la cravatta nera, e i capelli dritti pettinati all’indietro su una fronte piuttosto alta, un uomo che fino a pochi istanti prima aveva fatto il buffone ora a un tavolo ora a un altro, spruzzò uno dei camerieri con uno schizzetto da insetticida. Tutti risero tranne il cameriere, che in quel momento portava un vassoio carico di bicchieri. Il cameriere si indignò.
- No hay derecho – disse. Che significa non hai alcun diritto di farlo, ed in tutta la Spagna è la protesta più semplice e più forte.
L’uomo con lo schizzetto, ringalluzzito dal successo, e senza aver l’aria di attribuire alcuna importanza al fatto che si fosse piuttosto avanti nel secondo anno di guerra, che si trovasse in una città assediata dove tutti avevano i nervi a fior di pelle, e che era uno degli unici quattro uomini in borghese presenti nel locale, a questo punto spruzzò un altro cameriere.
Mi guardai intorno, cercando un posto dove rifugiarmi. Anche questo cameriere s’indignò, e l’uomo lo spruzzò altre due volte, a cuor leggero. Certi clienti continuavano a trovarlo divertente, compreso la ragazza dall’aria energica. Ma il cameriere si era fermato, scuotendo la testa. Gli tremavano le labbra. Era un vecchio e, che io sapessi, lavorava al Chicote da almeno dieci anni.
- No hay derecho – disse dignitosamente.
Ma la gente aveva riso e l’uomo con lo schizzetto, senza accorgersi che i canti erano cessati, puntò il suo arnese sulla nuca del cameriere e tornò a spruzzarlo. Il cameriere si voltò, reggendo il vassoio.
- No hay derecho! – disse. Stavolta non era una protesta. Era un’accusa, e vidi tre uomini in divisa alzarsi da un tavolo e dirigersi verso l’uomo con lo schizzetto, e un attimo dopo uscivano tutti e quattro dalla porta girevole, di corsa, e si udì un tonfo quando qualcuno colpì sulla bocca l’uomo con lo schizzetto. Qualcun altro raccolse lo schizzetto e lo buttò fuori dalla porta, dietro di lui.
I tre uomini rientrarono nel locale con un’aria seria, decisa e molto virtuosa. Poi la porta girò e rientrò l’uomo dello schizzetto. I capelli sugli occhi, sangue sul viso, la cravatta di traverso e la camicia strappata. Aveva sempre lo schizzetto in mano e mentre veniva avanti, pallido e con gli occhi spiritati, lo usò ancora una volta, senza mirare, in un modo assolutamente provocatorio, tenendolo puntato verso tutta la compagnia.
Vidi uno dei tre uomini farglisi incontro e vidi la faccia di quest’uomo. C’erano altri uomini con lui adesso e costrinsero quello con lo schizzetto ad arretrare tra due tavoli, a sinistra della scala per chi entra, con l’uomo dallo schizzetto che ora lottava ferocemente, e quando lo sparo echeggiò nel locale presi per un braccio la ragazza dall’aria energica e mi lanciai verso la porta della cucina..
La porta della cucina era chiusa e quando le diedi una spallata non cedette.
- Mettiti giù qui, dietro l’angolo del banco – dissi. La ragazza vi s’inginocchiò.
- Pancia a terra – dissi. E l’obbligai a distendersi. Era furibonda.
Tutti gli uomini presenti nel locale tranne il tedesco, che se ne stava lungo disteso dietro un tavolo, e il ragazzo dall’età di uno studentello, che si era rannicchiato in un angolo, schiacciandosi contro il muro, avevano estratto una pistola. Su una panca lungo la parete, tre ragazze biondissime, con i capelli scuri alla radice, stavano in punta di piedi per vedere, strillando senza posa.
- Io non ho paura – disse l’energica. E’ ridicolo. –
- Non vorrai farti ammazzare in una rissa tra ubriachi – dissi. Se il re del flit, laggiù, ha degli amici nel locale, le cose possono prendere una brutta piega. –
Ma non aveva amici, evidentemente, perché la gente cominciò a rinfoderare le pistole e qualcuno aiutò le bionde urlatrici a scendere dalla panca e tutti quelli che erano accorsi quando si era sentita la detonazione si allontanarono dall’uomo con lo schizzetto che giaceva, muto, con la schiena sul pavimento.
- Nessuno esca fino all’arrivo della polizia – urlò qualcuno dalla porta.
Due poliziotti armati di fucile, entrati durante la ronda, stavano in piedi vicino alla porta, e a questo annuncio vidi sei uomini raggrupparsi proprio come la prima linea di una squadra di football americano quando esce da una mischia e lanciarsi a testa bassa verso la porta. Tre di loro erano gli uomini che avevano buttato fuori il re del flit. Uno era l’uomo che lo aveva ucciso. Passarono tra i due agenti armati di fucile come giocatori decisi a proteggere l’uomo con la palla. E mentre uscivano uno dei poliziotti bloccò la porta impugnando orizzontalmente il suo fucile e urlò:  - Nessuno può lasciare il locale. Nessuno. –
- E quegli uomini perché se ne sono andati? Perché trattenerci, se qualcuno è andato via?-
- Erano motoristi che dovevano tornare all’aeroporto – disse uno.
- Ma se qualcuno se n’è andato, trattenere gli altri è un’idiozia. –
- Tutti devono attendere la Seguridad. Bisogna procedere con ordine e secondo la legge.-
- Ma non capisce che se qualcuno se n’è andato, trattenere gli altri è un’idiozia? –
- Nessuno può uscire. Tutti gli altri devono aspettare. –
- E’ comico – dissi alla ragazza dall’aria energica.
- Niente affatto, è semplicemente orribile.-
Adesso eravamo in piedi e lei guardava, indignatissima, il punto in cui giaceva il re del flit.. l’uomo aveva le braccia spalancate e una gamba piegata.
- Vado ad aiutare quel povero diavolo. Perché nessuno l’ha aiutato o ha fatto qualcosa per lui?-
- Io lo lascerei in pace – dissi. Meglio non immischiarsi.-
- Ma è inumano. Ho studiato da infermiera e gli pesterò le prime cure.-
- Io non lo farei – dissi. Non avvicinarti. –
- Perché?- era sconvolta e sembrava essere lì lì per avere una crisi isterica.
- Perché è morto.-
Quando arrivò, la polizia tenne tutti là dentro per tre ore. Cominciarono con l’annusare le pistole. Così avrebbero individuato quella che era stata appena usata. Dopo una quarantina di pistole sembrò che ne avessero abbastanza, e comunque l’unico odore che si sentiva là dentro era quello delle giubbe di pelle bagnate. Poi gli agenti sedettero a un tavolo piazzato proprio dietro il defunto re del flit che giaceva sul pavimento come una caricatura di cera di se stesso, con le mani di cera grigia e una faccia di cera grigia, e controllarono i documenti dei presenti.
Sotto la camicia strappata si vedeva che il re del flit non aveva la canottiera e le suole delle scarpe erano logore. Sembrava molto piccolo e pietoso là disteso sul pavimento. Per raggiungere il tavolo dietro cui sedevano i due poliziotti in borghese, a controllare i documenti di tutti, bisognava scavalcarlo. Il marito, nervosissimo, perse e ritrovò le sue carte diverse volte. Era munito di un salvacondotto, ma non ricordava più dove lo aveva messo, e continuava a frugarsi in tasca e sudare finché non lo aveva trovato. Poi lo metteva in un’altra tasca e doveva riprendere a cercarlo. Sudava copiosamente, così facendo, e il sudore e l’emozione gli arricciavano i capelli e gli imporporavano il viso.. ormai non gli sarebbe più bastata una cravatta scolastica: aveva bisogno anche di uno di quei berrettini che portano i ragazzi delle scuole medie. Avete sentito dire che certe cose fanno invecchiare. Be’ quell’omicidio lo aveva ringiovanito di dieci anni.
Mentre si aspettava dissi alla ragazza dall’aria energica che secondo me tutta la faccenda era una storia piuttosto buona, e che un giorno l’avrei messa per iscritto. Il modo in cui i sei si erano messi in fila indiana e avevano guadagnato l’uscita era veramente formidabile. La ragazza rimase scandalizzata e disse che non potevo scriverla perché sarebbe stata pregiudizievole alla causa della repubblica spagnola. Risposi che ero in Spagna da parecchio tempo e che una volta, sotto la monarchia, dalle parti di Valencia, avvenivano una quantità fenomenale di delitti, e che per centinaia di anni prima della Repubblica la gente, in Andalusia, si era sgozzata a vicenda con certi coltellacci detti navajas, e che se da Chicote, durante la guerra, assistevo a un comico ammazzamento, potevo descriverlo proprio come se fosse avvenuto a New York, Chicago, Key West o Marsiglia. La politica non c’entrava. Ma lei disse di no. E probabilmente anche un mucchio di altra gente dirà che non dovevo. Il tedesco, però, sembrò trovarla una storia piuttosto buona, e fu a lui che diedi l’ultima della mie Camel. Alla fine, comunque, dopo circa tre ore, la polizia disse che potevamo andare.
Al Florida erano un po’ in ansia perché allora, con i bombardamenti, se tornavi a casa a piedi e non ci arrivavi dopo le sette e mezzo, quando chiudevano i bar, si stava in pensiero. Ero contento di essere tornato a casa e raccontai la storia mentre preparavamo la cena su un fornello elettrico, e la storia ebbe un gran successo.
Be’, durante la notte cessò di piovere e la mattina dopo era un bel giorno d’inverno, uno dei primi, bello, freddo e luminoso, e alle dodici e quarantacinque spinsi la porta girevole del bar di Chicote per gustarmi un goccino di gin and tonic prima del pranzo. C’era pochissima gente a quell’ora, e i due camerieri e il direttore si avvicinarono al mio tavolo. Sorridevano tutti.
- Hanno preso l’assassino? – chiesi.
- Non dica freddure così presto – disse il direttore, L’ha visto sparare, lei?-
- Sì - gli dissi.
- Anch’io – disse lui, Era proprio qui quando è successo – Indicò un tavolo d’angolo. Gli ha appoggiato la pistola sul petto e ha fatto fuoco.-
- Fino a che ora hanno trattenuto la gente?-
- Oh, fin dopo le due di questa mattina.-
- Sono venuti a prendere il fiambre – usando per “cadavere” la stessa parola del gergo spagnolo scritta sui menu per descrivere la carne fredda – solo alle undici di questa mattina.
- Ma lei ancora non lo sa - disse il direttore.
- No. Non lo sa – disse il cameriere.
- E’ una cosa molto rara – disse un altro cameriere - Muy raro.-
- E anche triste – disse il direttore. Scosse il capo.
- Sì. Triste e curiosa – disse il cameriere - molto triste. –
- Ditemi. –
- E’ una cosa molto rara – disse il direttore.
- Ditemi. Avanti, sentiamo.-
Il direttore si piegò sul tavolo con aria molto confidenziale.
- Nello schizzetto, sa – disse – aveva eau de cologne. Poveraccio. –
- Non era poi uno scherzo così di cattivo gusto, vede? – disse il cameriere.
- Veramente, era semplice allegria. Nessuno avrebbe dovuto offendersi – disse il direttore - Poveraccio. –
- Capisco – dissi. Voleva solo che tutti si divertissero.-
- Sì. – disse il direttore, - e’ stato veramente solo un disgraziato malinteso.
- E lo schizzetto?-
- Lo ha preso la polizia. Lo hanno restituito alla famiglia. -
- Chissà come saranno contenti di riaverlo. – dissi.
- Sì – disse il direttore, - uno schizzetto è sempre utile. –
- Chi era? –
- Un ebanista. –
- Sposato? –
- Sì. Stamattina è venuta qui sua moglie, con la polizia. –
- Cosa ha detto? –
- E’ caduta in ginocchio vicino a lui e ha detto: Pedro, che cosa ti hanno fatto? Chi ti ha fatto questo?
Oh, Pedro. –
Poi i poliziotti hanno dovuto portarla via perché non riusciva a dominarsi – disse il cameriere.
- Sembra che fosse debole di petto – disse il direttore, - ha combattuto nei primi giorni del movimento. - Dicevano che ha combattuto sulla Sierra ma che era troppo debole di petto per continuare. –
- E ieri pomeriggio è venuto in città per fare un po’ di festa- suggerii.
- No – disse il direttore, - E’ molto raro, vede. E’ tutto muy raro. Ecco quello che ho saputo dalla polizia, che è molto efficiente, se le danno il tempo. Hanno interrogato i compagni della bottega dove lavorava. L’hanno individuata grazie alla tessera del sindacato che aveva in tasca. Ieri ha comprato lo schizzetto e l’agua de cologna per fare uno scherzo a un matrimonio. Aveva annunciato questa intenzione. Li ha comprati in un negozio dirimpetto. Sul flacone di colonia c’era l’etichetta con un indirizzo. Il flacone era nella toilette. E’ stato là che ha riempito lo schizzetto. Dopo averli comprati deve essere entrato qui quando si è messo a piovere. -
- Me lo ricordo, quando è entrato – disse uno dei camerieri - Tra i canti e l’allegria è diventato allegro anche lui. –
- Era allegro, sì – dissi -  sembrava che fluttuasse a mezz’aria. –
Il direttore continuò con la sua implacabile logica spagnola: - E’ l’allegria che dà il bere quando si è deboli di petto – disse.
- Non mi piace mica tanto questa storia – dissi.
- Senta com’è raro – disse il direttore – l’allegria di quest’uomo che si scontra con la serietà della guerra come una farfalla... –
- Oh, proprio come una farfalla – dissi io - Troppo come una farfalla. –
- Non scherzo mica – disse il direttore – Vede? Come una farfalla con un carro armato. –
Questa frase gli piaceva enormemente. Stava entrando nella vera metafisica spagnola. Beva qualcosa. Offre la ditta – disse – lei deve scrivere un racconto su questo fatto. –
Ricordavo l’uomo dallo schizzetto con le sue mani di cera grigia, le braccia spalancate e le gambe tirate su, e un pochino le somigliava, a una farfalla. Ma mica troppo, capite. Non sembrava neanche molto umano. Mi ricordava più un passero morto.
- Prendo un gin con acqua tonica Schweppes – dissi.
- Lei deve scrivere un racconto su questa faccenda – disse il direttore – Ecco. Ecco la fortuna. –
- Fortuna – dissi - senta, ieri sera una ragazza inglese mi ha detto che non devo scrivere un bel niente. Che sarebbe un male per la causa. –
- Che sciocchezza – disse il direttore – E’ molto importante questa gaiezza malintesa che si scontra con la mortale serietà che c’è sempre qui da noi. Per me è la cosa più rara e più interessante che abbia visto da qualche tempo. Deve raccontarla. –
- Va bene, certo – dissi – aveva figli?-
- No – disse lui – ho chiesto alla polizia. Ma lei deve scrivere questo racconto e intitolarlo la farfalla e il carro armato. –
- Va bene – dissi – ma il titolo non mi piace molto. –
- Il titolo è molto elegante – disse il direttore. –E’ letteratura allo stato puro.-
- Va bene – dissi – sicuro, la chiameremo così. La farfalla e il carro armato. –
E rimasi là seduto, quel mattino allegro e luminoso, nel locale che sapeva di pulito e che era stato appena spazzato e arieggiato, col direttore che era un vecchio amico e che adesso era molto contento della letteratura che facevamo insieme, e bevvi un sorso di gin and tonic e guardai fuori dalla finestra riparata dai sacchetti di sabbia e pensai alla moglie inginocchiata che diceva: Pedro. Pedro, chi ti ha fatto questo, Pedro? E pensai che la polizia non sarebbe mai stata in grado di dirglielo, anche se avesse conosciuto il nome dell’uomo che aveva tirato il grilletto.


Ernest Hemingway (1899-1961) è stato uno scrittore statunitense, romanziere, autore di racconti brevi e giornalista. Molte delle sue opere sono considerate pietre miliari della letteratura americana.
Il suo stile letterario, caratterizzato dall'essenzialità e asciuttezza del linguaggio e dall'understatement, ebbe una significativa influenza sullo sviluppo del Romanzo del ventesimo secolo. I suoi protagonisti sono tipicamente uomini dall'indole stoica, chiamati a mostrare "grazia" in situazioni di disagio, pervasi da un senso assoluto di vigore morale e fisico, dal disprezzo del pericolo ma anche dalla perplessità davanti al nulla che la morte reca con sé. Questi personaggi non furono mai di pura invenzione, ma attinti dalle sue esperienze personali. Ebbe infatti una vita che descrivere come avventurosa è riduttivo. Durante gli anni venti, fece parte della comunità di espatriati a Parigi  conosciuta come "la Generazione perduta", così chiamata da lui stesso nel suo libro di memorie Festa mobile.
Condusse una vita sociale turbolenta, si sposò quattro volte e gli furono attribuite varie relazioni sentimentali nel corso dei suoi frequentissimi spostamenti in ogni parte del mondo.
Oltre agli innumerevoli viaggi e lunghi soggiorni in Europa, Asia, Africa e America Latina, egli non restò mai al margine dei grandi eventi che incrociarono il suo tempo. Fu corrispondente di guerra in Europa durante la seconda guerra mondiale, e volontario della Croce Rossa in Italia, rimanendo ferito più volte durante il servizio. Guidò un manipolo di partigiani francesi rischiando in quel frangente una condanna per diserzione da cui venne assolto, partecipò alla guerra civil contro il franchismo. Essendo impenitente amante della caccia grossa, non si contano le sue avventure africane di viaggi e safari. Era capace di transvolare un continente solo per partecipare a una battuta di caccia alla pernice. Notoria la sua passione per le corride che lo portò in Spagna al seguito dei toreri Ordonez e Dominguin e durante le feste di San Firmino a Pamplona, quando i tori vengono aizzati e liberati nelle strade. Subì anche una serie impressionante di sciagurate vicende come incidenti aerei, incendi nei quali diede sempre prova di estremo coraggio, generosità e resistenza oltre ogni limite umano.
Raggiunse già in vita una non comune popolarità e fama, che lo elevarono a mito delle nuove generazioni. Hemingway ricevette il Premio Pulitzer nel 1953 per Il vecchio e il mare, e vinse il Nobel per la letteratura nel 1954. In quel particolare frangente non potè recarsi a Stoccalma di persona perchè troppo malandato di salute e all'annuncio del messo rispose: " Troppo tardi ." Il premio fu quindi rititato per lui dall'ambasciatore Jon Cabot.
Passò gli ultimi anni con il fisico martoriato dalle numerose ferite subite, comprese quelle riportate in vari  incidenti stradali, attribuibili al suo vizio del bere.
« Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte in faccia e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto... E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse. »
Hemingway si uccise il 2 luglio del 1961 con una fucilata precisa alla tempia.



La guerra civile spagnola - Picasso - bozzetto per Guernica

Dall' ottobre del 1936 ai primi mesi del ' 38, l' assedio di Madrid ebbe aspetti da "festa mobile". Le truppe franchiste erano giunte alla periferia della capitale, tra la Casa de Campo e l' università, ma lì avevano dovuto arrestarsi di fronte alla resistenza delle milizie repubblicane: 25.000 uomini attestati lungo trenta chilometri di trincee sul fronte sud e sud-ovest. Verso la fine di novembre Franco rinunciò infatti all'idea d'un attacco frontale su Madrid, rafforzando invece il dispositivo dell'assedio. Così, dissoltasi l' angoscia d'una possibile resa ai generali golpisti del 18 luglio, e nonostante che di quando in quando si sentisse il frastuono d' una cannonata, la vita in città si rifece pressoché normale.
Durante l' assedio di Madrid, l'hotel Florida fu uno dei simboli della "guerra civil". La prova a favore della Spagna repubblicana che il meglio della cultura del Novecento s'era schierato senza esitare contro i franchisti e il dilagare del fascismo in Europa.
Una sera, un giovane canadese accorso a combattere nelle Brigate Internazionali s'affacciò nella hall dell' albergo. Si chiamava Ted Allan, aveva qualche ambizione letteraria, e quella sera stessa scrisse ad un amico: «Al Florida ci sono tutti, ti dico tutti, salvo Shakespeare ». E in effetti, nella mezz'ora trascorsa nell' hotel di piazza Callao il giovanotto aveva visto passare Pablo Neruda e John Dos Passos, Malraux e Arthur Koestler, Hemingway e Saint-Exupéry, Ilya Ehrenburg, Ioris Ivens, Josephine Herbst e Lilian Hellman.
A parte l' atmosfera, il Florida non era propriamente un luogo di piaceri. Gli ascensori avevano smesso di funzionare già nel primo mese della guerra, durante la battaglia del Jarama l' acqua mancò per più d' una settimana, lo spostamento d'aria provocato dalle cannonate franchiste fracassava ogni tanto i vetri, e le due sole prostitute che vi venivano ammesse - una certa Carmen, ex campionessa di lotta libera, e una marocchina di nome Fatima - erano ambedue spie dei sovietici. Né erano le sole: spiavano per "los rusos" anche il primo barman Javier, cinque o sei camerieri e i due lustrascarpe notturni, cui era affidato il compito di riferire quali nuove coppie s'improvvisassero da una notte all'altra (come successe a Hemingway e a Marta Gelhorn) nelle camere dell' albergo.
Nel corso dell' offensiva su Madrid dell'ottobre '36, il Florida, che si trovava a tre quarti della Gran Via, era quasi a tiro dell'artiglieria franchista situata tra il fiume Manzanarre e la Città Universitaria. Hemingway trattò allora un cambio di camera col direttore dell' albergo. Lo scrittore ne aveva una sul retro dell' edificio, di quelle più riparate, che, con l'inizio dell'offensiva e i cannoni franchisti così vicini, erano divenute le più richieste,  e propose di cederla in cambio d'una camera sul davanti, se il proprietario gliel' avesse data a metà prezzo.
Fu anche la presenza di tanti intellettuali famosi al Florida, che nei decenni successivi conferì un alone mitico alla guerra civile spagnola. La fissò nell' immaginazione dei democratici di tutto il mondo con le formule che quegli stessi intellettuali avevano coniato: illusione lirica, la "guerra dei poeti", la "romantica morte" dei versi di Auden. In realtà, dietro la coraggiosa resistenza degli Spagnoli al militar-fascismo, quella guerra fu uno dei più barbari massacri della storia moderna. Nel primo mese dei combattimenti, centomila persone erano infatti già state uccise in battaglia o nelle rappresaglie compiute sui due versanti. Solo a Madrid, nei giorni tra il 18 e il 20 luglio erano state bruciate cinquanta chiese. Non tutto era nobile, insomma, come avrebbero voluto gli scrittori e intellettuali accorsi generosamente in aiuto della Repubblica, alcuni per vestire il "mono" (la tuta dei miliziani) come George Orwell, altri per battere sulle loro macchine da scrivere la verità di quegli avvenimenti.
Nel ' 38 iniziarono anche difficoltà di approvvigionamento. Al Callecon de la Ternera, il ristorante vicino al Florida, dove andavano regolarmente Hemingway ed altri ospiti dell' albergo, c'era ormai assai poco da mangiare. Quanto al mezzo milione di madrileni, vivevano d'una razione giornaliera di sessanta grammi di lenticchie, più qualche sporadica distribuzione di zucchero e pesce secco. Barcellona era intanto caduta, la fine della guerra s' avvicinava e il Florida iniziava a svuotarsi...

fonti di documentazione:
Wikipedia
Sandro Viola
(mca ringrazia)

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