Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

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16.10.11

UNION STATION - WASHINGTON DC

Washington è città di grande bellezza: da New York la si raggiunge facilmente ed è consigliabile prendere il treno, sia per la comodità dei treni sia per la stazione d’arrivo, luogo abbastanza singolare indicato per una visita.
Di solito le stazioni non si visitano.
L’antropologo americano Marc Augé le ha infatti inserite con aeroporti e supermercati nel suo libro Non-luoghi, cioè quegli spazi architettonici della nostra epoca nei quali passiamo buona parte del  nostro tempo ma dove viviamo in maniera sospesa perché sono spazi di uso e di passaggio, una sorta di limbi umani. Nel saggio di Augè la Union Station meriterebbe una postilla di eccezione: non è solo un luogo a cui arrivare e da cui partire, ma da visitare con soddisfazione per la sua bellezza architettonica. Fra le tante curiose stazioni nelle grandi città del mondo, la Union Station di Washington le batte tutte. (A.T.)

I nonluoghi sono quegli spazi dell'anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli. Nonluoghi sono sia le infrastrutture per il trasporto veloce (autostrade, stazioni, aeroporti) sia i mezzi stessi di trasporto (automobili, treni, aerei). Sono nonluoghi i supermercati, le grandi catene alberghiere con le loro camere intercambiabili, ma anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati da guerre e miserie. Il nonluogo è il contrario di una dimora, di una residenza, di un luogo nel senso comune del termine. E al suo anonimato, paradossalmente, si accede solo fornendo una prova della propria identità: passaporto, carta di credito. Nel proporci una antropologia della surmodernità, Augé ci introduce anche a una etnologia della solitudine (IBS)

Opera dell’architetto Daniel Burnham e inaugurata nel 1908 in quello stile che con espressione francese viene denominato Beaux-Arts è insieme maestosa e di rara eleganza, con pavimenti di marmo bianco, soffitti a volta, inferriate di bronzo e pannelli di mogano. Questa architettura da palazzo ha permesso che vi si celebrassero addirittura banchetti e cerimonie di Stato, sostituendo le inadeguate misure della Casa Bianca. Altro motivo di sosta sono i ristoranti, tra i migliori della città,  i vari negozi e la libreria.

Nel 1901, le due compagnie ferroviarie concorrenti, Pennsylvania Railroad e Baltimore & Ohio Railroad, annunciarono la costruzione di un terminal in comune, decisione che avrebbe permesso di razionalizzare la rete ferroviaria, rimuovendo chilometri di binari che ingombravano quello che avrebbe dovuto essere il National Mall. In secondo luogo, centralizzare i terminal ferroviari in un grande edificio avrebbe permesso di costruire una struttura imponente che riflettesse il prestigio e il ruolo della capitale. Si decise di situare la stazione all’intersezione di due importanti avenue, in modo che fronteggiasse direttamente il Campidoglio.


L’architetto Burnham trasse ispirazione per la struttura da un largo numero di fonti classiche. Prima di tutto dall’Arco di Costantino, ma anche dalle volte delle Terme di Diocleziano, oltre che dalla Basilica di Massenzio in Roma. Contribuivano ad esaltare l’ispirazione classica del design, la scala monumentale dell’edificio e il dispiego di sculture allegoriche, decorazioni in marmo bianco e foglia oro e iscrizioni commemorative.
*

Ideò la facciata come un enorme arco trionfale articolata da tre enormi fornici e corredata da sei colossali statue, opera di Louis St. Gaudens, sul modello dei prigionieri Daci dell’Arco di Costantino. Le sei statue sono figure allegoriche che alludono alla fiducia verso il progresso e i trasporti: Prometeo rapitore del fuoco, il filosofo Talete per il suo teorema sui fasci di rette parallele intersecanti (non chiedetemi di dimostrarvelo per favore) presi a simbologia dell’intersecazione dei binari paralleli, Temi, dea greca di giustizia e libertà tanto care agli americani, Apollo protettore delle scienze, Cerere madre dell’agricoltura e Archimede genio universale della meccanica.
St. Gaudens scolpì anche trentasei statue di centurioni che sono andati a decorare il padiglione centrale della Station.
Chiaro che gli architetti fautori del modernismo non mancarono di criticare da subito l’aspetto detestabilmente rétro di questo nuovo edificio.
In ogni caso il grande terminal divenne immediatamente il principale portale di accesso per la capitale americana, incredibilmente affollato soprattutto durante la seconda guerra mondiale, quando 200.000 passeggeri transitavano per la stazione in una singola giornata.
 Del resto chi di noi non è passato  almeno una volta da lì, guardando i numerosi film d’autore degli ultimi settant’anni?
La mattina del 15 gennaio 1953, il treno Federal Express della Pennsylvania Railroad deragliò all’interno della stazione. Avvicinandosi alla Union Station i ferrovieri si accorsero, a circa due miglia dalle piattaforme, che era impossibile frenare. Il macchinista avvisò via radio il personale di stazione che provvide ad evacuare la struttura, mentre il treno fu deviato sul binario numero 16. Il locomotore impattò contro il respingente alla velocità di 25 miglia orarie, salendo sulla piattaforma e distruggendo l’ufficio del capostazione, posto alla fine di essa. Dopo aver travolto anche un’edicola, il convoglio si fermò solo dopo aver invaso l’atrio centrale della Union Station, il cui pavimento, mai progettato per sopportare un tale peso, cedette. Il locomotore elettrico, pesante più di 200 tonnellate cadde attraverso il pavimento finendo dentro il grande padiglione seminterrato che attualmente ospita la Food Court. Incredibilmente nessuno rimase ucciso durante questo sconquasso, visto che i passeggeri si erano tutti ritirati nei vagoni di coda.
Lo spettacolare incidente ispirò il finale del film di Arthur Hiller con Gene Wilder “Wagons lits con omicidi”.

Subito dopo la Seconda guerra mondiale, le condizioni finanziarie di tutte le compagnie ferroviarie americane cominciarono a declinare, sia per la concorrenza dei viaggi aerei, sia per la costruzione di un’efficiente rete autostradale. Strette dalla crisi, cominciarono a progettare di vendere la Union Station oppure di abbatterla per costruire al suo posto edifici per uffici, di trasformare la stazione in un centro culturale o in Visitor Center per ipotetiche folle di turisti.
*
 
Nel 1977 un rapporto del General Accounting Office indicò che tutta la struttura era pericolante e che c’era il rischio di un imminente cedimento strutturale. La stazione fu allora chiusa al pubblico in attesa dei lavori. Lo stato dell’intera struttura era miserevole. La muffa aggrediva il soffitto dell’atrio centrale, mentre le tappezzerie erano piene di buchi di sigarette.
Cinque anni più tardi furono finalmente stanziati 70 milioni di dollari per la campagna di restauri.

*
Il progetto di ristrutturazione fu affidato all'architetto di Chicago Harry Weese uno dei progettisti delle nuove stazioni della metropolitana di Washington.

Washington DC Metro

Il "pozzo" fu trasformato in un nuovo piano seminterrato con ristoranti, punti di ristoro, un cinema e una stazione della metropolitana.  Marmi e decorazioni dell’atrio centrale furono riportati al loro originale splendore. Fu installato un sistema di aerazione completamente nuovo.
Nel 1988 fu riattivato il traffico e attualmente la Union Station è di nuovo uno degli snodi più affollati della città, visitato da milioni di turisti e viaggiatori.  
mca ringrazia:
Antonio Tabucchi (Viaggi e altri viaggi)
Wikipedia
IBS




9.8.11

SAUDADE

LISBOA


Il tramonto si diffonde nelle nuvole
sparse sull’intero orizzonte.
Riflessi colorati, riflessi soavi,
riempiono i contrasti dell’aria alta,
 galleggiano assenti nelle grandi inquietudini
dell’altezza.
Sopra i tetti aguzzi,
metà illuminati, metà in ombra,
gli ultimi raggi lenti del sole calante
assumono tinte che non appartengono al colore,
né a ciò che colorano.
  Scende la grande quiete
sulla superficie rumorosa
e la città scivola nel silenzio.
Oltre il colore e il rumore,
respira tutto con un sorso profondo e muto.
  Sulle case che il sole non tocca,
i colori prendono i toni del grigio.
C’è del freddo nella loro diversità .
  Una piccola inquietudine dorme
nelle false vallate delle strade.
Dorme e riposa.
E a poco a poco,
sopra le nuvole basse,
i riflessi si fanno ombra.
Soltanto su quella piccola nuvola,
che plana come un’aquila candida,
il sole conserva da lontano,
il suo oro sorridente.



Amo, negli interminabili crepuscoli estivi,
la calma della città bassa,
sopratrtutto quella calma che per contrasto
si accentua nella zona
che il giorno immerge in una maggior confusione.

 



E, affacciato al davanzale,
godendomi la giornata al di sopra del volume della città intera,
un unico pensiero mi riempie l'animo:
il desiderio intimo di morire, finire,
non vedere più alcuna luce su città alcuna,
lasciare indietro, come una carta da imballaggio,
il percorso del sole e dei giorni.



In quelle ore lente e vuote
mi sale dal cuore alla mente una tristezza di tutto il mio essere:
l'amarezza che tutto sia al contempo una mia sensazione
e una cosa esterna che non mi è permesso cambiare.
E i miei stessi sogni si fanno cose, c
ome il tram che sbuca dalla curva
o la voce del tardivo venditore
che sgorga da una cadenza araba,come un fiotto improvviso,
dalla monotonia del crepuscolo.


                                                                           Ponte Vasco de Gama visto dal Tejo

In questi appunti sconnessi, che non ambiscono ad avere un nesso,
racconto con indifferenza
la mia autobiografia priva di avvenimenti,
la mia storia priva di vita.
Sono le mie confessioni,
e se in esse non dico niente,
è perchè non c'è nulla da dire.


da Il libro dell'inquietudine di F. Pessoa
 

elaborazione di mca



8.5.11

Staufen & Altavilla - Melfi


Castello Svevo Angioino - Lucera


Uno splendido palazzo fu eretto dall’imperatore svevo Federico II del Sacro Romano Impero nel 1233, a Lucera, su di un colle ove i Romani avevano costruito la loro acropoli in posizione tale da assicurare un'ottima difesa. Il palazzo sorse sulle fondamenta di una diroccata cattedrale romanica e, dal punto di vista architettonico, si presentava come un maestoso torrione con una base quadrangolare (ancora visibile), a tre piani, con la parte esterna al cortile e la parte interna del terzo piano dalla forma ottagonale.
La costruzione  fu ordinata da Federico II in seguito alla sua decisione di condurre nella città di Lucera i ribelli saraceni della Sicilia, tentando in questo modo di pacificare la situazione.
 
Della fortezza  sorta nel territorio dell'odierno omonimo comune della provincia di Foggia, attualmente sono rimasti soltanto i ruderi e la cinta muraria.
Il materiale di costruzione fu principalmente acquisito dai resti delle costruzioni romane ancora presenti nella zona.
Le mura furono aggiunte successivamente (tra il 1269 e il 1283) da Carlo I d'Angiò. Questa aggiunta fu resa necessaria per il diverso utilizzo che quest'ultimo voleva fare della struttura: da palazzo imperiale, come era nelle intenzioni iniziali, a castello fortificato, sede permanente di un presidio militare.
Il complesso fu fortemente danneggiato da un terremoto che colpì la zona nel 1456, e fu quasi completamente demolito nel XVIII secolo per utilizzarne il materiale di risulta per la costruzione dell'attuale tribunale.

La base quadrangolare, il basamento troncopiramidale, tuttora visibile, risulta dai progetti posteriori dei Francesi. Il castello svevo, del quale ci resta soltanto qualche frammento interrato, si trovava dentro questo torrione, fu dall'esteriore un complesso quadrato che si innalzava per tre piani. Il castello si sviluppava attorno ad un cortile centrale quadrato. Il cortile al livello del terzo piano si presentava invece con una forma ottagonale, caratteristica che ricorda molto da vicino la più famosa struttura fatta erigere da Federico II nella zona di Castel del Monte.

Il castello svevo aveva un ingresso normale al livello pianoterra. Il basamento circondante di successiva costruzione francese invece non presenta accessi al livello della strada, per cui ci si è posti il dilemma di come fosse possibile l'ingresso. È stato supposto che l'entrata fosse resa possibile dalla presenza di scale calate dall'alto, mentre un'ipotesi più suggestiva (avvalorata dal ritrovamento di gallerie sotterranee nei pressi dell'edificio) propone come via di accesso un ingresso sotterraneo.



(disegno dell’elevazione del castello eseguito da C. A. Willemsen): queste caratteristiche fanno intravedere analogie con quelle di Castel del Monte. I tre piani contenevano 32 vani che ospitavano la corte e gli appartamenti imperiali. Nei sotterranei erano site le camerate per le guarnigioni.






Una loggia ad archetti ciechi circondava il cortile a metà altezza, aperture romboidali e circolari si alternavano alle finestre a sesto acuto, una cisterna profonda 14 metri garantiva la riserva idrica, uno zoccolo quadrato, lungo 43 metri e doppio tre e mezzo, sopraelevava la galleria, nove feritoie per lato davano al palazzo l’aspetto di un bunker.

 
L'assenza di un portone, comunque, è significativa dell'importanza strategica del castello, che in questo modo risultava più difficile da espugnare.
Una cisterna circolare posta sotto il cortile e profonda 14 metri garantiva la riserva idrica al castello.



Veduta aerea del Castello Svevo Angioino di Lucera. All'interno quello che resta del palazzo imperiale di Lucera a base quadrangolare. Esternamente le mura di cinta con torri erette da Carlo I D'Angiò.
In quel periodo un nutrito numero di Saraceni che si erano ribellati in Sicilia fu trasferito a Lucera. Divennero guerrieri affidabili e abili artigiani, ebbero la possibilità di conservare le loro usanze e la loro religione. Lucera in arabo divenne " Lugerash ", in essa fu edificata una vera e propria moschea e ciò irritò notevolmente il clero. I Saraceni, negli anni successivi alla morte di Federico II, furono sterminati e la moschea fu distrutta dagli Angiò, che nello stesso posto eressero una nuova Cattedrale dedicata a Santa Maria.

La cinta muraria irregolare che cinge l'intera collina su cui sorge il castello è lunga 900 metri, e si compone anche di 13 torri quadrate, 2 bastioni pentagonali, 7 contrafforti e 2 torri cilindriche angolari. Quest'ultimi - con abbozze regolare di grande precisione - facevano con ogni certezza parte del progetto federiciano per Lucera. Anche l'accesso - col ponte sopra il grande scavo - fa pensare a castelli nella patria sveva dell'Imperatore, come per esempio il castello di Wildenstein, che ha un'entrata simile.
 

 










Esempio di ceramica invetriata realizzata da maestranze saracene presenti a Lucera in epoca sveva.


Museo civico Fiorelli di Lucera.



 



« Melfi nobile città dell'Apulia, circonvallata da mura di pietra, celebre per salubrità dell'aria, per affluenza di popolazioni, per fertilità dei suoi campi, ha un castello costruito su di una rupe ripidissima, opera mirabile dei Normanni »

(Federico II, Imperatore del Sacro Romano Impero)

 Abbiamo già parlato del ruolo che ebbe il castello di Melfi per Federico II, ma per inquadrare meglio l'importanza strategica di questa dimora, dobbiamo fare un piccolo salto indietro di 150 anni. L'origine del castello di Melfi risale infatti alla fine dell' XI secolo ad opera dei Normanni. 
La città di Melfi passava un periodo fulgido della storia in quell'epoca  e la struttura contò numerosi avvenimenti "storici" durante l'era normanna, tra cui almeno cinque concili ecumenici tenuti da papi diversi.
Sorto in una posizione  che fungeva da punto di passaggio tra Campania e Puglia, il suo collocamento era ideale per la difesa dagli attacchi esterni e come rifugio per gli alleati.
Considerando che il divorzio ancora non era stato legittimato nè redatto ancora alcun diritto di famiglia, fin dai primi tempi il castello di Menfi venne anche eletto esilio ufficiale per le mogli  dei principi e dei sovrani declassate o in crisi  Questa funzione fu  inaugurata proprio da Roberto d'Altavilla, detto  il Guiscardo, che vi spedì la moglie Aberalda, ripudiata per potersi congiungere in santa pace  con Sichelgaita di Salerno, principessa longobarda, donna di grande cultura e carattere, che seppe affermare la propria personalità a corte ed esercitare una notevole influenza sull'energico marito, accompagnandolo spesso anche nei suoi viaggi di conquista.

Il Papa Niccolò II, durante il primo
Concilio di Melfi, nomina
Roberto il Guiscardo
Duca di Puglia e Calabria.

La principessa si recò nella capitale Melfi e, nell’estate del 1059, riservò al pontefice Niccolò II un'accoglienza maestosa. Organizzò lei stessa il Concilio e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al Trattato di Melfi ed al Concordato di Melfi con i quali il papa riconobbe come vassalli i fratelli Roberto e Ruggero I d'Altavilla, un’investitura rivoluzionaria, perché allora solo l'Imperatore disponeva di tali titoli. Le trame degli accordi vennero tessute con tale abilità e soddisfazione da parte di tutti che Niccolò II tolse subito la scomunica al Guiscardo, ricevendolo come un suo fidelem e benedicendolo insieme alla consorte Sichelgaita.
In cambio il Pontefice ottenne  la sottomissione, l'appoggio politico e l'impegno dei capi normanni a rispettare  e sostenere con le armi la Chiesa, proteggendola dalle interferenze dell’Impero di Germania.
I sovrani si obbligavano anche a versare alla Santa Sede un tributo annuo di dodici soldi di Pavia per ogni coppia di buoi esistente nei propri domini e per ogni iugero di terra ecclesiastica di propria pertinenza.
I nobili normanni si impegnavano a fornire truppe al Pontefice giurando su Dio e sul Vangelo che sarebbero stati alleati del Papa contro qualsiasi avversario; si impegnavano altresì a non avanzare in guerra senza previa autorizzazione del Capo della Chiesa.
Il  Concordato legittimava quindi le posizioni normanne e il loro dominio sulle terre assoggettate, concedendo l'investitura anche per quei territori della penisola ancora in mano ai Bizantini, ai Longobardi ed ai Musulmani. 


 
Con la venuta degli Svevi, Federico II scelse il castello di Melfi come simbolo del potere imperiale e della ricchezza culturale e ne apportò ampliamenti e restauri. Nel 1231, il maniero fu il luogo di promulgazione delle Costituzioni di Melfi, codice legislativo del Regno di Sicilia, alla cui stesura parteciparono lo stesso Federico II assieme  il suo fidato notaio Pier delle Vigne e al filosofo e matematico Michele Scoto. La struttura fu anche deposito delle tasse riscosse in Basilicata, nonchè prigione, ove tra i vari detenuti ci fu anche il saraceno Othman di Lucera, uscito in seguito su cauzione in cambio di 50 once d'oro. Nel 1232, Federico II ospitò al castello il marchese di Monferrato e la nipote Bianca Lancia, che poi divenne sua moglie e da cui ebbe il figlio Manfredi.  E fu a Melfi che si compì parte della triste storia degli eredi dell’imperatore Federico, nei pochi anni di sopravvivenza della dinastia degli Hohenstaufen.


Gravando con la sua mole sul borgo sottostante, il castello costituiva un efficace strumento di costrizione, anche psicologica, sulla popolazione locale, rimarcando nettamente l’opposizione rispetto al restante nucleo urbano, a sua volta imperniato sulla cattedrale, emblema del potere ecclesiastico.
Dal lato settentrionale, la sua massa scura costituita dalla pietra vulcanica della zona emana un forte senso di inviolabilità; il castello si presenta come un’immensa e possente città bastionata e turrita, frutto di secolari stratificazioni che hanno trasformato il suo primitivo impianto normanno – a pianta rettangolare munita agli angoli di quattro torrioni quadrati – in un imponente sistema difensivo, composto da uno spalto, da un fossato su tre lati e da una cinta fortificata da dieci torri quadrangolari e poligonali.
Con la decaduta degli Svevi e l’arrivo dei nuovi dominatori angioini, il castello subì massicci ampliamenti e restauri, oltre ad essere eletto da Carlo II d’Angiò residenza ufficiale di sua moglie Maria d’Ungheria. Fu ancora soggetto a modifiche nel cinquecento sotto il governo aragonese e divenne proprietà prima degli Acciaiuoli, poi dei Marzano e dei Caracciolo ed infine dei Doria nel 1531, quando  l’imperatore Carlo V donò il feudo di Melfi ad Andrea Doria come ricompensa dei servigi prestati in suo favore. Essi ne trasformarono il corpo centrale per renderlo una residenza signorile. 
Dal 1954 il castello è passato allo Stato italiano.


 




*

Intorno alla metà dell’ottocento in una villa romana situata lungo la via Appia, in località Albero in piano, poco distante da Melfi,  fu ritrovato il famoso Sarcofago di Rapolla, realizzato in marmo e databile al II secolo d.C.
L'opera rappresenta due diverse scuole di scultura: il coperchio è romano e forse lavorato a Venosa, la cassa è invece di provenien­za greca. Sul letto-coperchio della tomba si adagia il flessuoso corpo di una giovane di ceto elevato, dai bellissimi lineamenti, col viso rivolto verso terra. La postura della fanciulla fa ricordare la tomba rinascimentale di Ilaria del Carretto di Andrea del Castagno





Sulle lastre del sarcofago, dei ed eroi romani sono racchiusi in nicchie con colonne tortili e capitelli, a testimoniare l’appartenenza della defunta ad un’importante famiglia aristocratica. Ai piedi della nobildonna era in origine accovacciato un cagnolino, ora non più conservato.
Oggi il Sarcofago è conservato nella Torre dell’Orologio del Castello di Melfi.

Fonti di documentazione:
Alberto Gentile Copyright ©2002
Stefania Mola , da http://www.stupormundi.it/
Regione Basilicata
Wikipedia
(mca ringrazia)

13.4.11

PIANURA PADANA: I PRATI CHE NON CI SONO PIU'




Grigna e luci della Valpadana - fotografo Marco Milani



Banalità, bruttezza, mancanza di qualsiasi valore estetico, nessun progetto geografico, carenza di elementi di equilibrio:  negli ultimi 20 anni la nostra pianura Padana è diventata espressione della rapacità nell’uso rapido di una risorsa ormai esclusivamente concepita per fabbricare denari, dando così origine a dei non luoghi che probabilmente non riusciranno nemmeno a sopravvivere a se stessi avendo comunque sacrificato per sempre la produttività dei nostri suoli migliori.

dalle voci di
Luca Mercalli - Climatologo
Edoardo Salzano - Urbanista




segui il capitolo 2 sul link http://www.ilsuolominacciato.it/




MANTOVA


Città della lombardia situata nella bassa pianura padana, sulla riva a destra del fiume Mincio.

Centro di una zona a economia quasi esclusivamente agricola, oltre ad essere il principale centro commerciale della provincia, Mantova è sede di alcune industrie laterizie, alimentari e chimico-agricole, e di altre minori a carattere artigiano (ceramiche , pianoforti ).

La provincia di Mantova si estende nella parte Sud-Orientale della bassa pianura lombarda ed è divisa dal po in due parti; la parte cispadana è attraversata dal Mincio, mentre la Secchia bagna la sezione transpadana.

A nord il territorio della provincia comprende le ondulazioni dell'anfiteatro morenicoche chiude a mezzogiorno il lagiìo di Garda .

Attività agricole: nella zona collinare più settentrionale, vite e gelso; nella pianura, cereali, prati, gelsi e barbabietole.Di rilevante importanza l'allevamento.

Le industrie consistono principalmente nella lavorazione dei prodotti agricoli (mulini, zuccherifici, salumifici, industria casearia); mentre il sottosuolo offre ghiaie, torba, calce: materiali che alimentano l'industria dei laterzi.


La fondazione della colonia di Cremona, nel 218 a.C., primo insediamento romano a nord del fiume Po, si inserì come un cuneo tra le aree di influenza delle due popolazioni celtiche, permettendo ai nuovi arrivati - formalmente alleàti con i Cenomani - di conquistare progressivamente il territorio.

L'ager cremonensis era compreso tra i fiumi Po, Adda ed Oglio, fino all'attuale abitato di Trigolo. La parte orientale della Provincia appartenne invece probabilmente al territorio di Bergamo.
CREMONA
Una svolta nella storia politico-amministrativa del territorio si ebbe nell'alto Medioevo con l'invasione longobarda dell'Italia settentrionale: dopo la conquista di Cremona, nel 603 d.C., il territorio fu suddiviso tra i ducati longobardi di Bergamo, Brescia, Piacenza, il Gastaldato di Sospiro (Cremona) ed il governo vescovile nella città stessa.
Tra il X e l'XI secolo la città di Cremona accrebbe il proprio potere: Matilde di Canossa donò al libero Comune l'Insula Fulcheria (ossia il Cremasco), mentre i vescovi della città ottennero importanti concessioni economiche dall'Imperatore. 
Nel XIV secolo il Comune di Cremona raggiunse la sua massima estensione, oltrepassando i confini dell'antico ager romano e addirittura dell'odierna Provincia.




VIGEVANO- LA PIAZZA


VIGEVANO - CASTELLO

La grandiosità di questa piazza fu voluta da Ludovico il Moro nel 1494, che desiderava un nobile ingresso per il suo Castello, eletto a residenza estiva degli Sforza.

Per ristrutturare il Castello, uno dei più grandi d'Europa, Ludovico chiamò artisti d'eccezione, come Leonardo da Vinci e il Bramante, a cui si deve la costruzione dell'imponente Torre.

Interessante anche la Chiesa di San Bernardo, eretta fuori le mura, e rimaneggiata fra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento. Anticamente a lato della chiesa era collocato il patibolo. Curioso è invece il Museo della Calzatura, dove si ripercorre l'antica vocazione di Vigevano.

La Sforzesca, a pochi chilometri da Vigevano è un meraviglioso esempio di architettura rurale, posta su un terrazzo naturale affacciato sul Fiume Ticino.


REGGIO EMILIA Piazza Prampolini, nota come "Piazza grande",
è la piazza principale della città su cui si affacciano
il pregevole Battistero romanico, il Palazzo Vescovile,
la Cattedrale, il Palazzo Comunale.

Situata lungo la Via Emilia e capoluogo dell'omonima provincia, Reggio Emilia (Regium Lepidi) divenne nel II sec. a.C.   importante centro urbano romano con un'intensa vita commerciale.
Nel corso dell'XI secolo il territorio reggiano rappresentò il fulcro della contea di Matilde di Canossa. Comune schierato con Milano contro Federico Barbarossa, fu poi agitato dalle lotte tra fazioni interne, e cadde sotto diversi dominatori, tra cui Estensi, Gonzaga e Visconti. Dopo un breve periodo romano, condivise il destino estense prima di Ferrara e poi di Modena, dando tra l'altro i natali a Ludovico Ariosto.
Reggio Emilia è nota anche per aver dato i natali al tricolore, la bandiera nazionale, apparsa qui per la prima volta
durante l'occupazione Napoleonica.



San Colombano al Lambro - circa 15 km da Lodi 

Il nome del centro urbano che sorge sui colli banini si deve al monaco irlandese che durante il suo apostolato convertì le popolazioni barbare che abitavano il territorio padano, nel VI secolo d.C.
In epoca romana queste terre furono teatro di grandi battaglie, prima fra tutte lo scontro del Ticino, dove nel 217 a.C. le armate cartaginesi di Annibale inflissero una pesante sconfitta alla potenza di Roma. L’edificazione del castello risale ai primi anni del XII secolo, ed è opera di Federico I di Svevia, conosciuto come “Barbarossa”.
In realtà si parla di una riedificazione, in quanto l’imperatore, riconoscendo in queste terre la grande posizione strategica, che domina sia la valle del Po che del Lambro, costruì la sua fortezza sulle fondamenta di un’altra roccaforte preesistente, appartenente alla signoria milanese, che egli stesso, a fini di conquista, aveva distrutto.
Nei secoli successivi il castello assunse il valore di dimora, e passò di casata in casata, tra cui quella dei Visconti, durante il quale il celebre poeta Francesco Petrarca fu gradito ospite del conte Giovanni, degli Sforza e della famiglia Belgioioso, la quale conservò il dominio sulla costruzione fino alla prima metà del XX secolo.



IL FIUME TICINO
Il Parco Lombardo del Ticino, primo parco regionale d’Italia, nacque nel 1974 per difendere il fiume e i numerosi ambienti naturali della Valle del Ticino dagli attacchi dell’industrializzazione e di un’urbanizzazione sempre più invasiva, cercando di applicare un sistema di protezione differenziata alle aree naturali, agricole e urbane.





*


27.3.11

CASTEL DEL MONTE



Il Castel del Monte è situato su una collina della catena delle Murge occidentali è costruito direttamente su un banco roccioso, in molti punti affiorante, ed è universalmente noto per la sua forma ottagonale. Su ognuno degli otto spigoli si innestano otto torri della stessa forma.
Trifora sulla parete nord
La nascita dell'edificio si colloca ufficialmente il 29 gennaio 1240, quando Federico II Hohenstaufen ordina da Gubbio che vengano predisposti i materiali e tutto il necessario per la costruzione di un castello presso la chiesa di Sancta Maria de Monte oggi scomparsa. Questa data, tuttavia, non è accettata da tutti gli studiosi: secondo alcuni, infatti, la costruzione del castello, in quella data, era già giunta alle coperture.

Incerta è anche l'attribuzione ad un preciso architetto: alcuni riconducono l'opera a Riccardo da Lentini ma molti sostengono che ad ideare la costruzione fu lo stesso Federico II. Pare fu costruito sulle rovine di una precedente fortezza prima longobarda e poi normanna. Probabilmente alla morte di Federico II nel 1250 l'edificio non era ancora terminato.
Tre sono i materiali da costruzione utilizzati nel castello; la loro combinazione e la loro distribuzione nell’edificio non sono casuali ed hanno un ruolo importante nella nostra percezione cromatica. Prima di tutto la pietra calcarea locale, bianca o rosata a seconda dei momenti del giorno e  preponderante, interessando le strutture architettoniche nel loro insieme ed alcuni particolari decorativi; il marmo bianco o leggermente venato, oggi superstite nelle preziose finestre del primo piano e nella decorazione delle sale, ma che in origine doveva costituire gran parte dell’arredo del castello; infine la breccia corallina, nota di colore usata nella decorazione delle sale al piano terra e nelle rifiniture di porte e finestre, interne ed esterne, oltre che nel portale principale; un effetto prezioso e vivace reso da un conglomerato di terra rossa e calcare cementati con argilla ancora reperibile in cave presenti nel territorio circostante.
   
Il cielo visto dall'apertura ottogonale del cortile

Grandissimo interesse riveste il corredo scultoreo che, sebbene fortemente depauperato, fornisce una significativa testimonianza dell'originario apparato decorativo,  caratterizzato  anche dall'ampia gamma cromatica dei  materiali impiegati: tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali, di cui fra la fine del ‘700 ed i primi dell'800 alcuni scrittori e storici locali videro le tracce, descrivendole nelle loro opere.




 Non ha restituito alcuna testimonianza, invece, la vasca ottagonale posta al centro del cortile, citata da alcuni studiosi del secolo scorso.
Mensole figurate nella torre 3 del Falconiere


Castel del Monte fu progettato come fortezza militare o più probabilmente come residenza di caccia per Federico. Non fu mai abitato e  raramente adibito a feste; ma nel 1246 vi si ricordano le nozze di Violante, figlia naturale di Federico e Bianca Lancia.
E' stato iscritto sulla lista dei patrimoni dell'umanità per la perfezione delle sue forme e per l'armoniosa unione di elementi culturali nordeuropei, islamici e dell'antichità classica, tipico esempio di architettura militare del medioevo.
 
Mensola retta da talemone





















Prima di morire Costanza d’Altavilla era dunque riuscita a far incoronare il piccolo Federico II Re del Regno di Sicilia, affidandolo alla custodia di Papa Innocenzo.



Federico era nato già pretendente di molte corone. Quella imperiale però non era ereditaria. Tuttavia Federico era un valido candidato al titolo di re di Germania, che assumeva in sè anche le corone d'Italia e di Borgogna. Questi titoli assicuravano diritti e prestigio, ma non davano da soli un potere effettivo. Conferivano potere solo se si era forti, sostenuti da influenti alleanze e al comando di potenti guarnigioni, altrimenti sarebbe stato impossibile far valere i diritti regi sui vari feudatari e sui Comuni italiani.
Non così per la corona di Sicilia, supportata da un apparato amministrativo ben strutturato a garantire che la volontà del sovrano venisse applicata.
L'unione del regno di Germania e di Sicilia non era comunque vista di buon occhio dal papa che si sarebbe ritrovato accerchiato da un’unica grande potenza. La massima "Divide et impera" è certamente stata la strategia più usata dai Papi di Roma.
Contraddicendo il suo mandato di tutela il papa Innocenzo favorì per sua convenienza personale l’elezione illegittima di Ottone ad imperatore.
Non dimentichiamoci che il papa aveva dalla sua una potente arma, efficace più di qualsiasi esercito e che all'occorrenza veniva sfoderata: la scomunica, di cui non esitava mai a servirsi per esautorare i sovrani quando non sottostavano più alle sue regole. Con la scomunica il papa praticamente scioglieva i sudditi dal giuramento di obbedienza verso l’imperatore, che veniva così a trovarsi immediatamente esautorato. 
Intanto la situazione politica sia in Germania che in Sicilia aveva iniziato a soffrire di un rapido deterioramento a vantaggio delle vecchie classi feudali e il piccolo Federico rimase praticamente abbandonato dai suoi tutori trascorrendo un’infanzia difficile, per strada, a diretto contatto con ogni cultura ed etnia, autodidatta e praticamente allevato dalle famiglie palermitane che si presero cura di lui fintanto che l’ordine non fu ristabilito.
Nel 1209 Federico, ancora adolescente, fu fatto strategicamente sposare a Costanza d’Aragona, di dieci anni più grande di lui, che pochi anni dopo gli diede il figlio Enrico. La storia sembra di nuovo ripetersi.
  
Cortile ottogonale visto dalla sala VI




Ogni parete del cortile, nuda e alta tanto da far sembrare di trovarsi sul fondo di un grande pozzo, termina in alto con un'arcata cieca a sesto acuto. L'alleggerimento delle masse murarie è dato dalle porte e finestre che vi si aprono, di varia forma e distribuite secondo una gerarchia di percorsi all'interno.
Vi si affaccia a piano terra un portale di breccia corallina, assai simile a quello che si potrebbe trovare in un'abbazia cistercense.
La tradizione vuole che in origine al centro del cortile si trovasse una vasca di marmo anch'essa ottogonale e che l'architetto del castello vi sia annegato. In realtà di essa non risulta traccia, come i recenti restauri hanno appurato. Parte del cortile poggia infatti direttamente sulla roccia, mentre la zona centrale è occupata da una cisterna sotterranea.

Sala del Trono al piano superiore

La struttura e la distribuzione degli ambienti ricalca quella del piano terra, ma esprime maggiore raffinatezza nei particolari decorativi e nell'architettura d'insieme. In origine le pareti di queste sale dovevano essere rivestite interamente da grandi lastre marmoree.
L'asportazione dei rivestimenti dalle pareti fu solo un capitolo della triste storia di espoliazioni perpetrate ai danni di Castel del Monte nel corso dei secoli, soprattutto nel Settecento.
Alcune sale presentano enormi camini, con alte cappe coniche ancora parzialmente conservate, a cui era affidato il riscaldamento degli ambienti.
La sala del trono è posta sul lato est dell'edificio, orientata verso Andria. Si affaccia sul cortile con un'ampia porta finestra a forma di bifora.
Caratteristica di queste grandi finestre è di essere rialzate da gradini e fiancheggiate da sedili. Un sedile di marmo corre anche lungo le pareti di ogni sala.
La tradizione vuole che l'esposizione in direzione di Andria sia stata appositamente voluta per segnare il ruolo di questa città, cui Federico aveva conferito il titolo di fidelis e nel duomo della quale erano state sepolte due mogli dell'imperatore, Jolanda di Brienne e Isabella d'Inghilterra. 
Chiave di volta della sala VII raffigurante
 fauno dalle grandi orecchie
 
Al pari di molti altri sovrani del suo tempo, e coerentemente con le consuetudini e le prerogative proprie degli imperatori di ogni epoca, Federico II fu un grande conquistatore di cuori femminili, oltre che padre e nonno di una discendenza numerosa. Disgraziatamente, nonostante il suo impegno, la dinastia sveva non ebbe il tempo di andare oltre la seconda generazione, a causa delle ben note, sfavorevoli circostanze culminate con la morte del giovane Corradino nel 1268. Bisogna tuttavia tener conto  che molto spesso il matrimonio fra case regnanti era nelle migliori delle ipotesi un contratto vantaggioso a suggello di alleanze politiche studiate a tavolino. Il coinvolgimento sentimentale coincideva solo raramente. La storia di Federico ci tramanda tre matrimoni e dunque tre linee di discendenza legittime  con altrettanti figli e nipoti, nonché diverse altre unioni illegittime, allietate dalla nascita di numerosi figli, il più noto dei quali è senza dubbio lo sfortunato Manfredi  “ biondo, bello e di gentile aspetto”, come lo immortalò Dante nel Paradiso, re di Sicilia alla morte del padre nel 1258. Manfredi, insieme a Costanza e Violante era figlio di Bianca Lancia, forse la donna più amata da Federico e forse da lui sposata in extremis per legittimarne la discendenza. La loro relazione sopravvisse a tre matrimoni e ad un numero imprecisato di incontri rubati.

Federico II e Bianca Lancia

La prima moglie, Costanza d’Aragona, fu scelta come abbiamo già detto dal papa Innocenzo. Il matrimonio fu celebrato a Palermo nel 1208, quando lo sposo non era ancora quindicenne e ben dieci anni lo separavano da quella donna che era già stata regina d’Ungheria. Da quell’unione pochi anni dopo nacque Enrico, suo primo erede legittimo, che sarebbe poi diventato re di Germania, ma che comunque risultava secondogenito a Enzo, nato da una certa Adelaide di Urslingen probabile figlia di Corrado di Urslingen, conte di Assisi e duca di Spoleto. La sua relazione con l'imperatore si sviluppò alla fine degli anni dieci del Duecento. Si conobbero quando Federico tornò in Germania, poco dopo il suo matrimonio con Costanza d'Aragona, presso il castello di Haguenau, nel basso Reno, l'odierna Alsazia. Adelaide faceva da damigella e i due si invaghirono.

Alla morte di Costanza avvenuta nel 1222 erano già nati molti altri figli fuori dalle righe, fra cui Federico d’Antiochia e Riccardo conte di Chieti, alle cui madri non si è riusciti a dare un nome e tre figlie femmine, Selvaggia, Margherita e Violante, quest’ultima figlia di Bianca Lancia.

Dovendo salvare l’ufficialità, nel 1225 venne celebrato a Brindisi il matrimonio con Iolanda di Brienne. Secondo alcuni storici l'unione con Federico fu soprattutto un accordo diplomatico, fortemente voluto fra gli altri dal papa Onorio III, poiché Jolanda portava in dote il titolo di regina di Gerusalemme, titolo che pur se meramente onorifico era molto prestigioso per un imperatore del Sacro Romano Impero. Federico quindi divenne re di Gerusalemme, una prima volta contraendo matrimonio con Jolanda, quindi - morta Jolanda - ne mantenne il titolo, prima con la reggenza per la minorità del figlio Corrado (1228) e poi autoproclamandosi re nel 1229.

Jolanda morì appena sedicenne durante il travaglio dovuto al parto di Corrado. Venne sepolta nella cripta sottostante la Cattedrale di Andria.

Statua di Federico II - Napoli Palazzo Reale
Nel 1235 fu il turno di Isabella d’Inghilterra, morta anch’essa di parto sei anni dopo. C’era poco da stare allegri in un periodo in cui la vita delle donne era insidiata tanto da cause naturali, quanto dall’atteggiamento dispotico dei consorti (qualcosa è cambiato oggi?) che per gelosia erano capaci di tenerle relegate come in un harem. Voci insistenti hanno sostenuto per lungo tempo che dietro l’esperienza coniugale delle tre mogli dell’imperatore, due delle quali morte di parto, ci fosse lo zampino di numerosi maltrattamenti se non addirittura dell’avvelenamento. Benché possano sembrare illazioni eccessive, è bene ricordare che Federico riservò un simile trattamento anche alla sua amata Bianca Lancia, madre di Manfredi, il prediletto fra i suoi figli. Sebbene all’indomani della morte della sua terza moglie Isabella, lui le avesse intestato numerose terre e possedimenti, si tramanda anche delle furibonde ire imperiali, scatenate dalla cieca gelosia, che lo inducevano a sospettare continui tradimenti da parte di lei.
Bianca Lancia, partorito Manfredi in regime di semi-prigionia, spedì il neonato al marito e su di un vassoio gli fece recapitare anche uno dei propri seni tagliato in segno della sua devozione e fedeltà assolute.
oh tempora oh mores!


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Se la storia della famiglia Hoenstaufen vi avvince, continuate a seguirla in altre vicende prossimamente qui.







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