Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

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19.3.11

Non baciatemi le mani, anzi non baciatemi proprio

Bentornata maledetta primavera, alzo la tapparella del mio ufficio: persino questo angolo di cortile dai muri sbrecciati ha una faccia meno cadaverica oggi; attraverso i vetri di una finestra vedo una donna col grembiule rosa che stira guardando il cielo azzurro sopra i tetti, forse sottovoce sta canticchiando qualcosa. La festa di ieri - meno male - ha rallentato i ritmi. Sbrigo il lavoro urgente e guardo l'ora : ho un incontro fissato in un punto strategico che mi porterà via solo pochi minuti e poi potrò regalarmi una piccola digressione .
Le mie preferite sono quelle che hanno come meta una libreria del centro.

Entri e ti aggiri subito fra torri di libri lasciate esposte alla golosità del pubblico. Arrivano le novità e vengono piazzate lì, senza perdere tempo a sistemarle, con la pubblicità si vende tutto in fretta.
I libri che interessano a me però non sono quasi mai esposti, mi devo sempre rivolgere a qualcuno che sappia dove andarmeli a cercare.
Ultimamente vado più spesso da Rizzoli benchè sia più scomodo arrivarci nel senso che è più distante: bisogna attraversare tutta la piazza del duomo e entrare in galleria, farsi largo fra ogni sorta di umanità, ne sarebbe entusiasta Bukowski, io no. Amo le persone prese una alla volta, ma la folla mi crea disagio. Mi piace fermarmi a guardare una formichina attraversare la sua jungla il suo deserto i suoi canyon col fiatone e il bottino sulle spalle, oppure andarsene a spasso cazzeggiando, un po’ lì un po’ là, senza programmi precisi. Ma il formicaio mi fa orrore. E quanto assomiglia a un formicaio la folla concitata di milano, un formicaio brulicante, centinaia di gambe che si muovono freneticamente, urtandosi, evitandosi, scavalcandosi cambiando continuamente direzione, brrr.
*
Da Mondadori andarci è più veloce: si fa un tratto della via torino, si gira l’angolo, si lascia passare il tram e quando scatta il verde ci s’infila nel fiume di gente che attraversa e si è praticamente arrivati. L’ultima volta però su tre titoli nemmeno uno disponibile e i commessi tutti bronciosi, per non parlare delle cassiere, belle ma antipatiche, un nervoso… c’avranno in giro trentamila gadget stupidissimi, qualcuno forse divertente, tutti i saviano i faletti i volo e le parodi che si possano desiderare, ma se domandi “Noteboom?” non sanno chi sia, scuotono la testa poi si mettono in due a cercare dentro al computer, sconsolati dicono non l’abbiamo e io rispondo impossibile!
Da Rizzoli invece tutti e tre in un colpo solo li ho trovati e i commessi sempre bendisposti a collaborare. Le cassiere no, meno belle ma antipatiche uguale.

Oggi da Rizzoli ci passo proprio davanti al ritorno dall'appuntamento; entro non guardo le vetrine ho la solita lista della spesa settimanale  in tasca, la mostro al primo commesso in cui incappo, un ragazzino che sembra mi stia aspettando, pieno di buona volontà, sarà il suo primo impiego?  Sfodero un bel sorriso, cerco di mostrarmi più simpatica che posso e incrocio le dita. Guarda il computer : due su quattro me li trova, evviva! Li va a prendere velocissimo da uno scaffale sul fondo, io lo seguo e lo premio chiedendogli un consiglio personale. Mi valuta un attimo e dopo breve riflessione va a scegliere Zoran Zivkovic, 9 euro, me lo schiaffa in mano con gli altri, e salutandomi mi chiede di tornare a dirgli come l’ho trovato. Forse lo dice per formalità, oppure vuole veramente un feed-back da condividere, o almeno capire se va bene continuare a consigliarlo o no. Boh, lo ringrazio e gli prometto di sì anche se al 90 per cento non ce lo troverò più la prossima volta: nelle grandi librerie la rotazione dei commessi è più veloce di quella delle novità. Ogni volta ti salutano facce diverse.

Pago e esco col mio pacchetto. E’ l’ora dell’aperitivo, gente seduta ai tavolini dei bar sorseggia un drink e sta come al cinema a osservare quelli che passano. Che caldo, il sole filtra dalle cupole di vetro creando un effetto serra. I turisti girano già vestiti leggeri, a braccia nude, guardano, fotografano, si godono la tiepida mattinata e sembrano tutti abbastanza felici. E grazie, stanno in vacanza al posto giusto, nel paese do’sole... Fino a ieri  piogge monsoniche ma in giornate come questa  perfino milano è bella, se poi pensiamo a cosa sta succedendo nel resto del mondo, sembra bella pure a me.


Rimugino. Adesso, con sta storia della libia l’onu la noflyzone e le basi nato, stai a vedere che si va tutti  a puttane, governo e popolo sovrano insieme (hahahaha). Vili, sciacalli, assetati di petrolio.
Vi prego, se mi amate, non baciatemi le mani, anzi non baciatemi proprio che facciamo prima.

Cerco di trovare un varco fra isole di passanti. Non sono bastate le visioni apocalittiche degli ultimi giorni, la fine del mondo in diretta: navi che solcano rotte di cemento, treni inghiottiti in tunnel d’acqua, house boat su fiumi in piena che si sfasciano come giocattoli da bancarella, un crudele gioco di Shanghai con i bastoncini scagliati alla rinfusa dalle mani dispettose d’iracondi giocatori e tutta quella povera gente travolta e schiacciata dai detriti e poi ci si mettono anche le fughe di radioattività e chissà adesso …
- Scusi cosa ne pensa della riforma della giustizia?
Mi trovo la strada improvvisamente sbarrata da un microfono di proporzioni gigantesche impugnato da un tipo coi capelli scuri fermati a coda. Lo sta facendo oscillare pericolosamente davanti alla mia bocca, tanto per farmi capire che mi sta registrando. Di fianco a lui un altro tipo d' imponente statura regge una telecamera che mi fissa dall'alto.

Odio per principio le domande rivolte a bruciapelo per strada a gente senza qualità che quasi sempre fornisce risposte ovvie o inopportune.

- Non so, non credo di avere le competenze per poter offrire  pareri…
- Sì ma ci dica cosa pensa LEI in generale della giustizia in Italia.
- Non ho mai avuto a che fare con la giustizia, quindi  un'opinione può averla chi ha più esperienza di me….
- Ma non concorda sul fatto che si dovrebbero apportare delle modifiche? 
Questo non molla, mi incalza, vuole a tutti i costi farmi dire qualcosa che risulti a vantaggio della sua tesi.
- Bè tante cose dovrebbero essere cambiate.
- Su che cosa lei crede di poter ancora contare oggi?
Lo chiede a me... e io che vorrei invece chiederlo a  lui.
- Su niente, io non penso di poter contare proprio più su niente, oggi.
Mi guarda. Fa una pausa di silenzio più chiara di un discorso.
Sembra un po’ triste, poverino. Così gli regalo un sorriso per confortarlo, che è anche espressione di commiato.
Mi ringrazia e mi lascia andare.

Riprendo la mia strada e sbuco nel chiarore del sole di mezzogiorno, fa molto caldo, taglio la piazza in diagonale per far prima, evitando di calpestare i piccioni che oramai non si scansano più e intanto mi interrogo sulle risposte date: forse ho esagerato un po'.
Sulla via torino, giusto all'imbocco, il traffico è bloccato da un’ambulanza messa di traverso. I tram sono incolonnati fermi, la gente rallenta guardando incuriosita e un silenzio anomalo aleggia d'intorno: c’è un uomo steso fra i binari luccicanti di sole: non respira non si muove,  non dà risposte a chi sta chino su di lui, non può più contare su niente.

mca

*

8.2.11

FORTUNA O PECCATO?

Esco sulla via incasinata.
Perdurano gli odori dei gas di scappamento, ma il cielo è terso, il sole è ancora affacciato alle finestre dei piani alti e manda bagliori sulla strada grigia. L’aria è quasi tiepida. Abbasso la cerniera al piumino.

Robert Rauschenberg

Sono le quattro del pomeriggio e le banche stanno tutte chiudendo. Nel breve tratto che percorro per giungere al Cordusio se ne contano sette, fra cui la grande Banca d’Italia, nella sua sede imponente, presidiata dai carabinieri.

Scendo nella stazione della Metro Rossa. Quando si decideranno a fare le scale mobili? Una signora anziana, carica di borsoni, scende prudentemente un gradino per volta, mi sembra di vederla in equilibrio precario.
Decisamente Non è un paese per vecchi, nemmeno il nostro.
E neanche un paese per bambini,  né un paese per donne, né... né... né.
Restituisco all’edicola il quotidiano che per errore mi è stato venduto stamattina.
Avevo chiesto la copia di ieri, quella con l’inserto domenicale, ma mi hanno dato quella di sabato con le pagine finanziarie. Non so che farmene.
I giornalai, sono in due, mi conoscono e effettuano lo scambio senza battere ciglio.
Sono sempre gentili, mi tengono da parte le pubblicazioni che prenoto e sorridono con facilità.
Il meno giovane è già da un po’ che mi sta dando del tu, sebbene io continui a rispondergli con il lei.
Credo lo faccia con tutta la clientela femminile, che sciama in continuazione davanti al suo botteghino.

Robert Rauschenberg

E’ un bell’uomo, i capelli li ha quasi del tutto bianchi, ma il viso è giovane, cordiale.  Le vere femmine sono sempre state attratte dal capello bianco: vedi per esempio George Clooney!

Essendo uscita presto dal lavoro, ho deciso di passare alla Libreria Scientifica e ritirarmi Leo & C. , la biografia di Leo Castelli della Johan & Levy, che avevo ordinato dopo le feste e finalmente  è arrivato.
L’edizione francese di Leo & C. ha vinto l’Artcurial Prize per il miglior libro d’arte contemporanea nel 2010.
Ma chi è questo Leo Castelli? 
Ne avrete sicuramente sentito parlare...o magari no.
E’ uno dei paladini, forse il più noto, dei grandi movimenti dell’arte americana - dalla Pop alla Conceptual Art.

Nato nel 1907 a Trieste, città crocevia di etnie e culture, tedesca,  italiana,  slava e ebraica (il suo vero nome era Leo Krauss, Castelli era il nome della madre che lui adottò per "comodità"), Leo trascorse i primi trent’anni fra Vienna, Milano, Budapest, Bucarest e Parigi, che in quegli anni era un faro intellettuale per tutto il mondo.
Nel 1941, in seguito all'invasione tedesca della Francia ed alle leggi razziali, si trasferì a New York.
All'inizio espose artisti europei come Wassily Kandinsky, ma ben presto la «Leo Castelli Gallery» al numero 420 di West Broadway si concentrò sugli artisti americani dell'espressionismo astratto come Jackson Pollock e Willem de Kooning (scusate se è poco).
Dall’apertura della prima galleria, nel 1957, fino alla morte avvenuta nel 1999, Castelli dominò la vita culturale newyorkese elevando lo status dell’artista americano, che in quegli anni raggiunse la vetta più alta nel panorama artistico mondiale. Imprenditore infaticabile nella  ricerca del nuovo, fu sempre pronto a correre i rischi del mestiere e a servirsi delle strategie commerciali più efficaci per dare visibilità ai suoi protetti.

Affiancato da Ileana Sonnabend - ex moglie dallo strabiliante fiuto per il talento artistico, con cui mantenne negli anni un rapporto di grande complicità, Castelli promosse i lavori degli artisti emergenti,  rivoluzionando la cultura figurativa.
La scoperta di Jasper Johns, suo feticcio artistico, e la consacrazione di Robert Rauschemberg alla Biennale di Venezia del 1964 furono i primi colpi messi a segno. Si susseguirono numerose altre epifanie: Frank Stella, Roy Lichtestein, Andy Warhol, James Rosenquist, Keith Haring, per citarne solo alcuni, che oggi lo consacrano come grande mecenate e creatore di astri.

Vabbè il libro non è per me, devo regalarlo, però ho qui anche una lista di titoli per la mia spesa settimanale.
Sono due fermate di metropolitana, e alcune centinaia di  metri, per arrivarci, è un po' lunga, ma decido di farmela a piedi, e godermi gli anticipi della primavera.
Per fortuna ho avuto la saggia idea di non mettermi i tacchi e perciò la distanza non mi spaventa.
Percorro i sottopassi che uniscono il Cordusio al Duomo e sbuco sul sagrato. La facciata della cattedrale manda riflessi corallini.
Un capannello di gente si è accalcato intorno a una sposa in bianco, che stanno immortalando per il book nuziale. Questi spettacoli attraggono sempre il pubblico. La sposa è molto magra e ha un’aria esotica, forse è solo la modella di un servizio fotografico.

Come al solito i negozi che affacciano sul corso hanno le porte spalancate. Il calore ne esce a zaffate e ha un odore fastidioso, metallico, stanco.
Questi qui bloccano le auto e intanto i riscaldamenti vanno a tutto gas.
La verità è che non gliene frega niente a nessuno dell'inquinamento, fermare il traffico per un giorno non serve a niente, è fare solo propaganda.
In un battibaleno arrivo a Piazza San Babila.
La zona pedonale termina.
Lascio passare l'autobus e attraverso la strada in apnea fra auto e moto che vanno sempre troppo veloci.
A cinque all'ora bisognerebbe andare!
Fuori dalla Commercio & Industria in via Borgogna, elegante in completo scuro e cravatta, appoggiato a una paratia di vetro specchiato, un bell'uomo in piedi sta fumandosi una sigaretta.
Lo sfioro appena con gli occhi ma lo riconosco all'istante.
Saranno passati dieci anni ed  è ancora il bancario più carino di tutto l'ABI CAB milanese. Lui mi guarda soprappensiero,  sembra non riconoscermi affatto: vorrà dire che non sono fra quelle clienti giudicate indimenticabili.
Mi lancia però un secondo sguardo, e accorgendosi che gli sto sorridendo da dietro gli occhiali da sole, sembra all'istante  molto interessato.
Forse adesso che mi sono avvicinata mi ha riconosciuto. Sembra quasi contento.
Le donne cambiano più degli uomini.
Si sa: pettinature, colori e moda possono giocare a favore o a sfavore in alcuni momenti. Peccato, penso, mentre lui si china un po' per lo scambio dei baci d'obbligo, peccato non essermi messsa i tacchi alti: un bel paio di tacchi non mancano mai di farmi fare la mia porca figura...
*****

25.10.10

LA PIOGGIA E' PIU' SANA DEL SOLE

Quanta pioggia.
Me ne vado vestita di freddo, con l’ombrello che sgocciola sull’impermeabile, cercando guadi fra le pozzanghere larghe.
Ferma al semaforo del Cordusio mi chiedo, come centinaia di altre volte, che senso abbia che, nel centro storico di una città come questa, viaggino tram lunghi come treni, lenti come bradipi, vuoti come chiese sconsacrate. Un mezzo si è fermato proprio al centro dell’incrocio e i passanti appena usciti dalla Metropolitana non riescono ad attraversare. Altri tram sono in fila lungo la Via Orefici, immobilizzati sulle rotaie senza poter proseguire. Un tassista rimasto intrappolato dirotta nervosamente l’auto con una virata che solleva un muro d’acqua fangosa. Faccio un rapido passo indietro e poco ci manca che  m’arrivi una bella docciata. Se ne va a tutta birra, slittando sui binari scivolosi. Accidentaccio! Mi giro a guardarlo col riflesso condizionato di chi è convinto che la fisionomia delle persone sia corrispondente al modo d’agire e ne ricerca conferma sui loro volti. Ma è già distante e non c’è niente di più anonimo di un taxi bianco che si allontana sotto la pioggia. Altri tassisti sembrano subito volerlo imitare e avanzano fino a sbarrarsi reciprocamente la strada. S'illudono, mandondosi dei vaffa, di districarsi dall’ingorgo premendo furiosamente i palmi sui clacson.


Traffico bloccato dai tram al Cordusio

Nemmeno un vigile all’orizzonte: stanno tutti rintanati come topi negli uffici comunali, intenti a rosicchiare la carta dei verbali contestati. Mi trincero in un’indifferenza totale, intanto il tram lentamente si toglie di mezzo mentre un altro sta già sopraggiungendo. I pedoni decidono di attraversare e invadono la strada, riversandosi sulle strisce come un fiume in piena. Non si fa in tempo a raggiungere il lato opposto che già il semaforo è scattato al rosso, già si sente, vicino alle gambe che s’affrettano, il calore dei motori impazienti. Maledetta giornata! L’umidità mi sta calando nelle ossa.  Un brivido mi serpeggia lungo la spina dorsale. Io, questa umidità, la odio.

Chi è che diceva invece che la pioggia è più sana del sole, quando io me ne lagnavo? Qualcuno mica di Milano certo, mica stressato, magari nato in inverno - che quelli nati col freddo, sappiamo tutti, sopportano meglio le intemperie -,  uno di quei fortunati abitanti di città che rimanangono civili anche sotto gli acquazzoni. Allungo il passo e sento addosso una vitalità nuova: l’aria è oggettivamente più respirabile, oserei dire quasi montana e finalmente mi posso concedere il lusso di inalare a pieni polmoni, senza il terrore di farmi invadere dai veleni. Ma sì… forse quella teoria la devo rivalutare: se vogliamo dirla tutta, stamattina, uscendo, ho anche trovato la mia macchina bella pulita e brillante, come appena uscita dall’autolavaggio.
In un primo momento mi stavo quasi spaventando, non vedendola al suo solito posto, come già accaduto con altre macchine quando mi sono state rubate (4 in 15 anni): invece c’era, irriconoscibile per l’assenza di quella patina grigiastra accumulata in un mese di city life.

Bè...pioggia, un grazie te lo devo proprio; mi hai fatto risparmiare un’ora di tempo e la spesa di ben dieci euro più mancia.
Grazie anche a chi riesce ad avere la visione del bicchiere mezzo pieno, e qualche sorso sa condividerlo con gli altri.

mca


8.10.10

IL MOMENTO MIGLIORE



  Ogni giornata ha la sua caratteristica particolare. Quella di oggi, 7 ottobre, è la pesantezza. La sento nello stomaco innanzi tutto, e nella fatica che faccio a muovere i passi, come se le scarpe avessero zeppe di piombo.
Se per disgrazia scivolassi nella Darsena oggi, non credo che me la caverei. Potrei forse farmi un bel giretto turistico sul fondale melmoso, muovendomi al rallentatore fra i detriti, come un’aragosta . Dicono che la morte per annegamento non sia spaventosa come si crede, ma anzi dolce. Sì, può anche essere, se si tratta delle acque tiepide e cristalline del reef nell’oceano Indiano, ma chissà come sarebbe l' annegamento in una pozza, gelida e limacciosa… mi resterebbe almeno il tempo di lanciare un epiteto riassuntivo  agli amministratori di questa maudite-ville?
  
   Scendo le scale che portano alla stazione Metro di Sant’Ambrogio. Studenti  corrono nel mezzanino per arrivare a lezione in tempo, altri corrono per riuscire a prendere al volo il treno di cui già arriva il rombo da sotto il pavimento. Evitare gli scontri in quest'area è  un’arte quasi marziale. Vorrei non essermi messa il giubbotto di pelle: il sole è tornato a splendere a metà mattina, fa un caldo bestia, adesso, ma ho le braccia ingombre e non riesco a sfilarmelo.
   Oggi, delle due trattative che avevo in corso, una sola è riuscita ad essere conclusa, domani si ricomincia, e vedremo.  Intanto la tessera magnetica di abbonamento, al primo tentativo fa cilecca, il tornello non gira e devo cambiare fila. Ad altri tocca fare lo stesso. La pazienza dei Milanesi non ha limiti. Mi trascino pesantemente giù per altre due rampe di scale.
- Stavolta, se trovo un posto a sedere, mi ci piazzo e non ci saran santi, mi si parasse dinnanzi Matusalemme in persona , non mi alzo .-  Le solite quindici fermate da affrontare stoicamente in piedi, cercando di ignorare la calca intorno, davvero non me la sento di reggerle: mi sento schiattare solo all'idea.   M'inoltro fino in fondo alla banchina dove pochi sono in attesa: chissà come mai la gente si affolla tutta nello stesso punto, col rischio di dover viaggiare stipata, piuttosto che scegliere di far quattro passi in più per diluirsi lungo il marciapiede. Guardo l'orologio.
L'occhio della telecamera mi sta scrutando silenziosamente. Un paio di minuti e i fari del treno sbucano  dal tunnel, risucchiando aria e trascinando con sè un frastuono indicibile. Le porte si aprono di schianto, come ganasce fameliche. Salgo: la vettura è già abbastanza piena, considerato l’orario e tutto, ma posti disponibili ce ne sono ancora parecchi.
   C’è lo strano costume da parte dei viaggiatori milanesi di sedersi il più possibile distanziati uno dall'altro: i sedili più ambiti sono quelli laterali alle porte, dove, almeno su un lato, si evita la vicinanza di un'altra persona. Sono sempre i primi ad essere accapparrati. Gli altri passeggeri si siedono intercalandosi, lasciando, quando possibile, un posto libero accanto al proprio, anche se poi, in un paio di fermate, i posti verranno tutti comunque occupati. Le posizioni migliori vengono sempre tenute di mira  e, non appena lasciate libere, diventano oggetto di rapida occupazione, quasi si sperasse, con ciò, di mettersi al riparo da qualche possibile contagio. 
Di solito evito di sedermi, ma, quando succede,  subisco anch'io questo condizionamento, simbolo della diffusa asocialità che ormai regna ad ogni livello;  così mi accaparro un bel posto centrale, privo sul momento di indesiderabile vicinato.    
   Sistemo gli ingombri sotto il sedile e mi metto comoda. Ho le cuffie e cerco di settare l’I-pod su un livello di volume più idoneo alla circostanza, operazione non semplice, perché la musica troppo bassa resta soverchiata dal fracasso del treno in corsa, se è troppo alta mette a serio rischio i poveri timpani.
Tuttavia, dovendo scegliere la maniera di restare precocemente sorda, piuttosto che per colpa dell' ATM, opto per la musica a tutto volume.  "Soverchiata". Ma che bel termine ho usato. Pare che molte parole rischino di scomparire dal nostro vocabolario per la mancanza di utilizzo da parte delle nuove generazioni. E' stato stimato un impiego di circa mille vocaboli da parte dei più alfabetizzati, per molti altri forse meno di cinquecento.
   Prima che le porte si richiudano con un tonfo, sale un giovane. Catturo la sua immagine con la coda dell'occhio, sfocata come quella delle altre centinaia di passeggeri che incrocio ogni giorno. Una figura in blu, slanciata, forse uno studente uscito dalla Cattolica o un giovane assistente. Ha una leggera barba diffusa sul viso che ne rende indecifrabile l' età anagrafica. 
Regge uno zainetto e un giornale. Si guarda intorno, analizza la disponibilità dei posti, e poi decide.

   Me lo ritrovo accanto, alla mia destra, lo zainetto abbandonato ai piedi, il giornale aperto sulle ginocchia, mentre il treno si riavvia lentamente.
Do un’occhiata al panorama di fronte: Bukowski diceva: - La gente è il più grande spettacolo del mondo e per vederlo non si paga nemmeno il biglietto.- Qui per la verità il biglietto si paga e lo spettacolo non è poi questo granchè.
   Vedo un fronte di giornali aperti con titolo cubitale in prima pagina, praticamente lo stesso per tutti. Procurandomi una leggera aritmia mi ricorda il motivo della pesantezza di oggi .
   Mi giro verso destra: i posti sono piuttosto stretti, la posizione di lettura è prospetticamente ideale e, non soffrendo ancora di miopia, potrei leggere in modo ladresco e parassitario in contemporanea col mio vicino di viaggio. Ma non leggo, tanto indovino già tutto ciò che può starci scritto; mi guardo di nuovo intorno e ogni uomo che osservo mi sembra che abbia l'aria di un possibile stupratore. Ammesso che non lo sia, non potrebbe darsi che non ne abbia ancora avuto l’occasione? Fisso una manona irsuta di pelo scuro che spunta dal polsino di un impermeabile: mi aggredisce un pensiero orribile, mi sta venendo la nausea. 
   Una carica elettrica all'interno delle scarpe mi costringe a  battere  i piedi  sulla gomma del pavimento, con aria indifferente, quasi per accompagnare un ritmo di blues.
Potessi volarmene via da quello spiraglio di finestrino aperto, via dalla città, via dal mondo intero...



Image by Wolfgang Bauer



   Mi tormenta il faccino di quella bambina truccata da grande, pieno di sogni e di segni per tante lotte.
Ignara calpesta la sua ombra nel pomeriggio d’agosto, mentre percorre a passo svelto la strada che forse non la porterà alla spiaggia: eppure è uscita senza aver pranzato, giusto per non dover ritardare l'ora di fare il suo primo tuffo fra le onde.
Ti hanno tradita, ragazzina.
Ci potevi annegare in quel mare e morire felice, almeno, dolcemente.
Invece no...
Dentro ad un pozzo sei andata a finire.
Creatura leggera come una piuma, ti hanno anche messo una pietra sopra, per spingerti sul fondo e tenerti sotto… 
Ti hanno messo una pietra sopra, come si fa coi  brutti ricordi.
    Mi si stanno appannando le lenti da sole adesso e sento bruciare gli occhi da maledetto. Fra poco non riuscirò più a vedere una  beata mazza.
   E' una vibrazione nello stomaco che  mi salva in corner: il telefonino prende a squillare. Annaspo alla cieca nella borsetta; non riconosco il numero, rispondo lo stesso, confusa, cerco di liberarmi in quattro battute usando il tono basso e sommesso delle occasioni private. Lascio sconcertato il mio interlocutore ma gli prometto che richiamerò entro breve.
   Le cuffie intanto mi sono scivolate giù lungo i capelli. Uff che caldo! il giubbotto...mannaggia, alla fine non l’ho più tolto.
- Come faranno, dico io, queste persone qui, a dormire saporitamente, restando sedute imperterrite, impiccate in mezzo agli altri,  sepolte da  borse e pacchetti e svegliarsi al momento giusto della fermata? …
Boh, avranno fatto il turno all’ospedale. O in fonderia.  
C'avranno un timer inserito nel cervello.
Io, per me,  fatico ad addormentarmi perfino in un comodo letto.-
    Il treno ha preso velocità, le stazioni sono più distanziate, la gente sbarca e sale alle fermate. Sono a disagio e non so più da che parte guardare; così do un'altra sbirciata al mio vicino: nel frattempo ha girato le pagine e sta leggendo una notizia  sportiva.
    Si è messo più comodo durante la lettura. Ha divaricato le gambe, in un modo che solo i maschi possono permettersi, trasformando in contatto quella che prima era solo vicinanza. Io registro, ma senza ritrarmi. Noto i suoi jeans, un po' sbiaditi nei punti di maggiore tensione, prendere sotto al mio sguardo una traiettoria sempre più obliqua fino ad appoggiarsi con nonchallance contro il mio ginocchio.
     E lì rimangono,  senza esercitare pressione, nè urti, nonostante gli scossoni del treno, in un’aderenza disinvolta e consapevole, quieta, garbata, gentilmente energetica. Avrà notato che non mi sono scostata da lui, che non ho mosso un muscolo?
   Il giovane maschio, ripiegato il giornale, si abbandona in questa posa, fregandosene di tutto il resto, appagato di quel contatto consenziente che si protrae e sembra compiacersi di se stesso. Questo tocco leggero, incide e coincide col mio attimo, e mi fa sentire subitamente pacificata. E' il tocco addolcente e lenitivo che meritava di ricevere anche la piccola piuma, invece di finire nel pozzo.
   Il momento migliore della giornata.


mca

(segue)

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