Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

28.2.09

THE READER


2008 USA/D

Regia di Stephen Daldry
con Kate Winslet,
Ralph Fiennes
David Kross
Bruno Ganz

Film centrato sulla relazione amorosa fra una donna matura e un liceale nella Berlino negli anni ’50.
Un legame che reggerà al gap anagrafico e culturale, sopravvivrà al tradimento, ai colpi di scena e alle ingiurie del tempo e della vita, oltre l’immaginabile.
Che l’amore durevole sia proprio quello che imbocca sentieri secondari più che strade maestre?
Sceneggiatura splendida, molto letteraria, che fornisce più di una chiave interpretativa, senza pretesa di dare giustificazioni o risposte alla domanda più scottante fra tutte le domande della storia recente: perché ci fu il nazismo, chi vi aderì, chi lo permise?
Del resto ancora non abbiamo avuto la risposta al perché ci fu l’Inquisizione ...Ognuno si faccia l’esame di coscienza e tragga le proprie tacite conclusioni.
Molto lirica tutta la prima parte, con una macchina da presa innamorata (come noi del resto) del tenero protagonista David Kross, al suo brillante esordio in questo film, e dell’affascinante e scafata Kate Winslet che s’è meritata in pieno la statuetta vinta agli Oscar come miglior protagonista.
La commozione è difficile da trattenere e quale miglior pretesto di questo per chi sa piangere senza inibizioni. Se siete del genere che si emoziona persino con Shreck, tenete a portata di mano un fazzoletto. Anche…due, meglio.

Voto al film 8/10

23.2.09

MAGRITTE - Milano, Palazzo Reale fino al 28 marzo


LE COUP AU COEUR 1952



LA PAGE BLANCHE 1967














THE EMPIRE OF LIGHT (1961)


Il meglio che possiamo augurarci è scoprire, dietro il muro che abbiamo appena abbattuto, altre muraglie più lontane di cui ignoriamo la consistenza e che richiederanno alla nostra intelligenza d’inventare nuovi congegni che dobbiamo costruire dal nulla. (1927)

LE RETOUR 1940











La natura ci offre la condizione di sogno, il che consente al nostro corpo e alla nostra mente quella libertà di cui hanno assoluto bisogno. (1938)


20.2.09

A PROPOSITO DELLA RAGAZZA CATTIVA...


...una tirata d'orecchie che ricevo ed estendo a chi mi legge


----- Original Message -----
From:
Luca
To: maricris

Sent: Monday, February 16, 2009 4:22 PM
Subject: Cattive abitudini

Ciao Cris
Tra gli obiettivi del mio lavoro c'è anche quello di informare sugli usi dell'energia e la riduzione degli sprechi.
Facendo riferimento a certe tue abitudini quotidiane risapute per così dire “poco virtuose”, mi sento in dovere di mandarti questa bella iniziativa che il sole24ore ha voluto fare in occasione dell' anniversario della firma del Trattato di Kyoto.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/risparmio-energetico/risparmio-energetico-default.shtml?uuid=59976d80-d662-11dc-b16c-00000e25108c
Sono articoli su come poter fare la propria piccola parte nella conservazione dell'ambiente attraverso semplici gesti quotidiani.
Non mi piace, invece, la troppa enfasi sul risparmio della bolletta rispetto al dovere etico di non partecipare al decadimento del nostro mondo. Il fatto che si guardi sempre prima al portafoglio che alla propria salute lo trovo un ulteriore fattore di decadimento del nostro mondo, un atteggiamento poco sensibile che sarebbe meglio cambiare.
Scusa il tono un po' paternalistico della mail e prendilo come un semplice modo per starti vicino, darti un consiglio da buon padre, seppure continuando a rispettare le tue scelte e le tue esigenze.

L'indifferenza e l'arroganza così diffuse inquinano molto più dei tubi di scappamento e la tua sensibilità così rara ossigena il mondo come una foresta vergine.

Dimenticati pure le luci accese e gli apparecchi in stand-by (se proprio capita) ma non cambiare il tuo cuore.
Luca

19.2.09

SOGNA RAGAZZO SOGNA

omaggio a Roberto Vecchioni
Sanremo 2009 - la più bella fuori concorso

http://www.youtube.com/watch?v=mSfYme_TL48

E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte;
io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero,

e naviganti infiniti che san parlare col cielo.
Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento.
.....
Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore,
quando un uomo vive per le sue parole, o non vive più;
sogna, ragazzo sogna, non cambiare un verso della tua canzone,
non fermarti tu...
Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre
perché hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente.
Passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita;
nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita.

E la vita è così forte che attraversa i muri senza farsi vedere.
La vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare.
La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire.
Sogna, ragazzo sogna, quando lei si volta, quando lei non torna,
quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più.
Sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerà l'amore,
passeran le notti, finirà il dolore e sarai sempre tu ...
.....
Sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania,
manca solo un verso a quella poesia…puoi finirla tu.

15.2.09

LA STRADA









(The Road)
AUTORE McCarthy, Cormac
EDITORE Einaudi
ANNO 2007

Un uomo e il suo bambino di nove anni viaggiano in uno scenario post-apocalittico, scampati ad un imprecisato disastro planetario, lungo i territori di un paese innominato che, pur se geograficamente irriconoscibile per il velo di fuliggine e la coltre di cenere che ricopre tutto, è identificabile con gli Stati Uniti.
Tentano di spostarsi da est ad ovest, confondendosi spesso perché il sole è oscurato, e da nord a sud, scacciati dal clima che si fa progressivamente più rigido, fiduciosi che il mare possa offrire loro qualche estrema risorsa introvabile altrove.
Laceri, malandati e lerci, avanzano faticosamente lungo la strada, come appestati in pellegrinaggio verso un santuario di redenzione, spingendo un carrello scassato in cui hanno accumulato nel tempo tutti i loro miseri beni: coperte sudice, cerate per le intemperie, qualche scatoletta di cibo sfuggita a precedenti saccheggi dei razziatori di negozi e supermercati, un giocattolo del bambino dimenticato sul fondo.
L’umanità è rimasta decimata dall’impatto devastante col fuoco, che ha divorato tutto, e i pochi sopravvissuti affrontano una lotta impari contro carestia, malattie e intemperie: un’espiazione quotidiana alla colpa di continuare ad esistere.
Gli unici esseri viventi nei quali ci si possa malauguratamente imbattere e dai quali è vitale non farsi sorprendere sono i “cattivi”, coloro che fanno della morte altrui la propria sopravvivenza, efferati assassini, barbari sanguinari continuamente alla ricerca di carne umana di cui nutrirsi. Di “buoni” non se ne vedono quasi: se ne stanno nascosti o sono finiti divorati dagli altri.
L’uomo e il bambino viaggiano in perenne stato d’allarme, pronti a fuggire e nascondersi al minimo segnale di presenza umana. La paura è una costante delle veglie e del sonno e la consapevolezza continua di poter morire da un momento all’altro non fa che alimentare l’invidia per chi è già morto.
- Ce ne sono tanti di questi cattivi! - Dice il bambino. - Noi invece siamo i buoni, vero papà?-
- Sì noi siamo i buoni. -
- E lo saremo sempre? –
- Sì, lo saremo sempre. - Promette il padre, osservando con strazio il corpicino scheletrito del figlio che non ha mai conosciuto altra realtà che quella.
Non gli racconta che il diritto alla sopravvivenza spetta ormai solo ai più spietati e che, se non vorranno fare una brutta fine anche loro, dovranno adattarsi a nuove leggi primitive per difendere se stessi e i loro pochi averi.
Il bene più prezioso che si portano dietro è una rivoltella con un solo colpo residuo in canna. Il padre ha mostrato al bambino come rivolgerla contro se stesso per salvarsi in caso di pericolo estremo.
Dovrà tenersi pronto anch’egli ad usarla contro il figlio in caso d’emergenza, ma lo tormenta il dubbio se ci sia davvero in lui un essere simile, capace al momento buono di risolversi a questo.
I due si sono ormai adattati ad una condizione subumana, in cui la morte non sembra più il male peggiore. Pezzenti che percorrono un mondo senza più stagioni, sfruttato e saccheggiato in ogni suo angolo, in cui restano solo detriti, rottami e macerie, alberi scheletriti e cadaveri mummificati, assistendo al pietoso controspettacolo delle cose che cessano di esistere, costretti ad un viaggio a vuoto, senza meta né progetto alcuno, come criceti su una ruota che gira.
In una desolazione e dolore perenne, con le poche energie sfruttate fino all’inverosimile e nell’obbligo funesto di provvedere alla loro sopravvivenza per guadagnare un giorno in più, resistono alla seduzione di una misericordiosa morte, continuando a lottare per un’opportunità di vita in un ipotetico futuro, pur nella mancanza totale di segnali che possano offrire uno spiraglio di speranza.
Unico elemento che dà ragione a tanto sacrificio è l’amore inalienabile che li lega, il senso di protezione che si ispirano vicendevolmente e l’alleanza incrollabile instaurata fra loro. Non potrebbero farcela se ognuno non avesse l’altro per cui lottare.
Si giunge alla fine della lettura affranti e stanchi. Stanchi di una stanchezza, oltre che morale, fisica, perché McCarthy ci prende per i capelli e ci trascina a forza per la sua strada, ci spinge e ci strattona, ci fa cadere e rialzare, scappare, ansimare per il terrore, tossire, pregare, bestemmiare e rimanere senza parole…
Un romanzo di grande impatto emotivo, ben tradotto da Martina Testa, la cui lettura non può non lasciare una cicatrice. Scritto magistralmente in uno stile teso, secco ed efficace da uno scrittore potente, che non fa sconti né concessioni, ma che riesce a riempirci di tenerezza col garbo e l’innocenza di un bambino che ci piacerebbe incontrare in qualche luogo, ma speriamo non ci stia veramente precedendo sulla strada del futuro.

CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO

AUTORE Grossman, David
EDITORE Mondadori
ANNO PUBBLICAZIONE 1999

Queste pagine provano come sia possibile vivere proprio di ciò che non si ha e ci fanno scoprire come, per ogni cosa che ci è impedita, sia possibile inventarne tante altre di cui non ci credevamo capaci.

Durante un raduno scolastico Yair nota per caso Myriam: qualcosa nel suo atteggiamento lo colpisce e lo seduce. I suoi gesti gli rivelano una donna indifesa e ricettiva. Tornato a casa non riesce a togliersela dalla mente, ha la sensazione d’averla cercata per anni, gli sembra di avvertire un principio di disgelo che preannuncia l’innamoramento. Che fare? Yair è un raccoglitore di libri rari, lei è insegnante al liceo locale, entrambi sono sposati e hanno un bimbo piccolo da accudire; la possibilità che lei possa accettare una relazione con chicchessia sembra piuttosto improbabile. Ma Yair è un uomo volitivo, ha risorse intellettuali da vendere e matura presto un nuovo progetto. Tentare con Myriam un tipo di relazione come lui stesso non ne ha mai avute prima: una relazione a distanza, esclusivamente epistolare, che sia condotta da entrambi col fermo principio di mai concedersi contatti fisici, “niente corpo né carne”, e la decisione di affidare alla casualità il compito sgradito di mettere la parola fine alla vicenda.
Non sarà facile convincere Myriam a dare risposta alle sue lettere; lui la sfida ad un gioco da giocarsi interamente al di fuori di qualsiasi realtà, dove potranno preservare più a lungo l’incanto e la bellezza di un legame costruito solo sulle parole e sul sogno, “gocce che stillano dalla glandola della solitudine”.
Rinunciando a qualsiasi contatto epidermico per non farsi contaminare dalle “molecole piccole e sudate del quotidiano”, le propone questa relazione come oasi di salvezza dalle schifezze del mondo circostante e la invita ad esplorare con lui un luogo dell’amore dove si possa arrivare a non capire più chi è l’uomo e chi la donna perché in esso sarà offerta la possibilità primordiale di essere se stessi e contemporaneamente anche l’altro. Myriam gli apre l’anima lentamente e col dolore di incominciare a capirsi mentre si racconta. Arrivano a scriversi anche più volte al giorno, per mesi, di notte, in ogni momento libero, trasformando i liquori corporei in inchiostro, aggrappandosi alla penna con la forza di un abbraccio che non possono concedersi, tutto diventa scrivere anche quando non c’è più penna né foglio, perché si scrive anche solo con la mente, quando si è ossessionati dall’altro. Con grande coraggio entrambi mettono in atto i loro giochi di seduzione, Yair rivelando aspetti di se stesso scomodi e imbarazzanti che potrebbero mettere in fuga Myriam piuttosto che attirarla a sé, chiedendole di essere per lui il coltello, affilato ma misericordioso, che farà stillare da lui la verità. Myriam, anziché ritrarsi, è sempre più ammaliata e vorrebbe sciogliere il loro patto e potersi finalmente incontrare.
David Grossman, scrittore israeliano di grande sensibilità analitica, si destreggia abilmente nella psicologia maschile e femminile, delineando due personaggi che, al di là della simpatia o dell’antipatia che ci possono suscitare, nelle loro poliedriche sfaccettature risultano veri pur nei loro comportamenti a volte assurdi, fino all’epilogo nel quale, molto onestamente, lo scrittore farà autocritica maschile sulla condotta finale di Yair, confermando, una volta di più, l’antico cliché secondo cui, se la donna è disponibile ad amare e a giocarsi tutto per i propri sentimenti, l’uomo cerca più che altro di farsi amare e celebrare da lei ma è assai poco propenso a sacrificare per lei qualcosa di sé. Anzi, ottenuto lo scopo, spesso perde l’interesse e cerca di ritrarsi dalla storia con la stessa determinazione con cui vi era entrato. La circolarità del comportamento maschile lo riconduce ogni volta al punto di partenza, quasi una coazione a ripetere all’infinito gli stessi sbagli, mentre gli slanci ascensionali che la donna compie nell’impegno che offre alla relazione, la portano a subire un’evoluzione positiva anche nel fallimento.
Una lettura che piacerà soprattutto a coloro che, nell’era delle chat e della posta elettronica, abbiano già sperimentato la ”corrispondenza d’amorosi sensi” che si può instaurare fra due persone nell’approccio virtuale e, prima di riuscire a vedersi e toccarsi, abbiano assaporato il gusto dolce del desiderio e dell’attesa di un evento che spesso resterà migliore del suo concretizzarsi.

DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME


AUTORE Marias, Javier
EDITORE Einaudi - i coralli
ANNO 1998

Per un pubblico raffinato ed esigente che cerchi, oltre alla storia, una letteratura di alto livello

Che fare quando una bella donna invita a casa sua per cena un uomo da poco conosciuto, gli lascia intendere quale sarebbe il modo migliore di concludere la serata e non la smontano né le telefonate del marito che la chiama dal suo viaggio di lavoro a Londra, né i capricci del suo bimbo di due anni che non vuole saperne di lasciarsi mettere a nanna, quasi presagendo l’evoluzione degli avvenimenti?
E ancor più che fare quando poi questa bella donna, mentre ancora sono in atto i preliminari amorosi, inizia a sentirsi male e nel giro di pochi istanti avrà la pessima idea di morire?
Se lo chiede ripetutamente Victor la notte in cui questo fatto accade proprio a lui, obbligandolo ad affrontare l’oscura circostanza che tinge all’improvviso di nero la sua vita, investendolo di una responsabilità mai assunta prima: quella di dover prendere una decisione, fra le tante possibili, consapevole che la propria scelta potrà condizionare in modo irreversibile la vita di altre persone.
Victor riflette, valutando le soluzioni più opportune per trarsi d’impaccio con il minor danno possibile per gli altri ed evitando nel contempo il rischio di trasformarsi da semplice testimone ad un possibile sospettato. Abbandonare in fretta la casa con la morta nel letto e il bimbo innocentemente addormentato nella sua cameretta, oppure chiamare un medico, dare l’allarme ai vicini di casa e dover quindi spiegare la sua presenza lì in piena notte, affrontando le proprie responsabilità e le probabili conseguenze derivanti? Mentre si aggira nell’appartamento buio e silenzioso col proposito di eliminare tutte le tracce di un delitto non commesso, si sente via via più coinvolto nella vita di questa mancata amante.
Deciderà sul momento di dileguarsi senza lasciare tracce, ma nei giorni a seguire avrà un ripensamento e metterà in atto un piano per reintrodursi senza destare sospetti nell’ambiente di colei che, essendo morta prima di lasciarsi conoscere, gli ha impresso un segno ancor più profondo che se fosse vissuta e sollevato in lui interrogativi che premono per avere risposta.
Avrà così occasione di venire a conoscenza di situazioni famigliari morbose e imprevedibili, in cui ognuno è l’ingannatore di qualcuno o, se non di altri, di se stesso e, a sua volta, subisce inganni dagli altri.
L’abilità descrittiva di quest’autore ci cala immediatamente nell’atmosfera di aspettativa e turbamento che apre la storia, con pagine di narrazione indimenticabili, descritte con una molteplicità di dettagli da farci percepire con anima e corpo le stesse emozioni del protagonista. In un ritmo narrativo lento e rilassato, sapori, suoni, silenzi e odori arrivano ai nostri sensi magistralmente descritti da Marias con perfetta nitidezza.
Il romanzo, narrato in prima persona, è ambientato nella moderna Madrid, descritta in modo riconoscibile nel suo profilo urbanistico, in cui strade, palazzi e ristoranti sono facilmente identificabili e fanno da imponente cornice alla storia principale e alle piccole storie minori in essa incuneate.
Marias è uno scrittore avvincente e ricercato, capace di architettare situazioni impensabili e sapendole raccontare in modo credibile. Non tralascia occasione per sedurre il lettore, solleticandone in modo elegante le curiosità, facendolo sentire suo complice nei giri notturni, nello spiare non visto, nell’intrufolarsi senza riserbo nelle emozioni e nei pudori delle persone ignare, nello scavare nell’intimità come un predatore dell’anima, trasmettendoci il messaggio inequivocabile che la vita di tutti è dominata dall’inganno.
E’ una lettura impegnativa e intrigante, che merita senz’altro il piccolo sforzo che ci richiede per superare i pochi passaggi un po’ prolissi, unico, modesto peccato veniale di questo eccellente autore.
Marias non ha fatto della sintesi il suo modello stilistico, non risparmia mai sulle pagine; non è un ruscello che precipita a valle veloce, ma un lento fiume che scorre in pianura e ci concede di placidamente navigare ammirando i panorami circostanti, senza tenere il cannocchiale puntato verso il luogo di destinazione.

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO


AUTORE Foer Jonathan Safran
EDITORE Guanda
ANNO PUBBLICAZIONE 2005

Nulla di ciò che si legge in queste pagine è scontato; Foer è il geniale inventore di situazioni e personaggi finora inediti dimostrandosi un autore veramente innovativo.

E’ la storia piuttosto fantastica di un bambino newyorchese di nove anni, Oskar, che si trova a fare i conti con l’inaspettata tragedia del padre perito nel disastro che ha raso al suolo le Twin Towers quel triste mattino del settembre 2001. Rispedito a casa da scuola senza ancora sapere cosa sia realmente successo, ascolta dalla segreteria telefonica gli inquietanti messaggi lasciati del papà alla famiglia nei minuti che precedono la tragedia e che aprono per lui l’inquietante interrogativo su come siano stati gli ultimi momenti vissuti dal padre.
Oskar è un ragazzino sveglio, geniale e spiritoso, ma allo stesso tempo candido, tenero, bisognoso di attenzioni, e se dapprima spera che il padre possa anche essersi salvato, visto che al funerale viene interrata una bara vuota, col tempo perde speranza e finisce per cadere in uno stato depressivo.
Non riesce a rassegnarsi ad una realtà in cui l’assenza del padre diventa presenza, una tortura che non gli consente di riprendere la sua vita regolare.
Esce da casa a qualsiasi ora, trascura la scuola sfuggendo abilmente alle domande di una mamma distratta dal dolore, vigilato unicamente dall’affetto costante della nonna sul cui personaggio s’impernia un racconto collaterale, altrettanto avvincente del primo, che si sviluppa attraverso continui flash-back e che, prendendo inizio dalla seconda guerra mondiale in Europa, arriva a confluire nella storia attuale, per concluderla positivamente.
Oskar, aiutato da un buon senso e da un’intraprendenza incredibili per la sua età, inizia un pellegrinaggio fra tutti gli abitanti di New York il cui cognome è Black, impegnandosi nella ricerca dell’ipotetico proprietario di una misteriosa chiave rinvenuta per caso fra le cose del padre. E’ convinto che si tratti della chiave che aprirà la porta della rivelazione facendo luce sull’enigma che la fine del padre ha aperto e fornirà le risposte alle domande che gli premono dentro e che per la sua giovane età non sa nemmeno come formulare in concreto.
Il percorso intrapreso da questo ragazzino, candido e sensibilissimo, non privo di furbizia e animato da spiritosa intraprendenza, nient’altro è se non l’inconscia ricerca di guarigione che, infatti, avverrà gradualmente, guidandolo attraverso un’inconsapevole elaborazione del lutto cui lo porteranno i singolari personaggi che incontrerà per la città di New York, tutti eccentrici e generosi, descritti con fertile fantasia dall’autore, ognuno con la propria storia dolorosa di perdita o di lutto con cui Oskar si confronterà, imparando come ognuno cerca di lenire le ferite con strategia personale, inventandosi un sistema proprio di adattamento e consolazione.
Una galleria di personaggi, quella che Oskar conosce, tutti a loro modo positivi, anche se in certi casi un po’ estremizzati.
L’abbiamo detto da subito: è una storia fantastica, delicata, una medicina onirica per chiunque desideri un po’ di sollievo dalle tragedie insopportabili, innominabili e inspiegabili che tutti i giorni colpiscono l’umanità a tradimento.
Perché leggerlo: il libro è ben scritto, originale e ben strutturato con numerosi passaggi temporali fra il presente e il passato dei nonni di Oskar che sono la struttura portante dell’intero racconto e tengono alta l’attenzione del lettore. Contiene molte idee inedite e piacerà soprattutto a coloro che ancora non hanno dimenticato completamente il bambino che un tempo sono stati.
Non piacerà a coloro che vogliono una storia a tutti i costi credibile, che si sviluppi con logica e linearità e che dalla lettura esigono quella verosimiglianza e concretezza che non li faccia troppo scartare dal loro bisogno di contare sempre su punti fermi.

NORWEGIAN WOOD e ...il giovane Holden





(Tokyo Blues)
AUTORE Murakami, Haruki
EDITORE Einaudi
ANNO 2006

E’ sempre più difficile orientarsi fra gli oltre 600.000 titoli proposti! Però anche voi siete stufi di certo fast food editoriale che ci strizza l’occhio dai banchi delle librerie, col suo gusto plastificato, insipido o pesante da digerire, spesso dato in pasto anche ai nostri ragazzi, e avete nostalgia di vecchi sapori, di cibo cucinato a fuoco lento, raffinatamente servito, da gustare con calma e su cui meditare. Perché allora non andare a ripescare qualcosa negli scaffali del passato?
Segnalo due romanzi di formazione che la polvere del tempo non ha reso opachi: Il giovane Holden, scritto da Salinger nel ’51, un classico ancora godibilissimo, e il più recente Norwegian Wood, già edito da Feltrinelli alla fine degli anni ’80 col titolo Tokyo Blues e che Einaudi ha avuto la felice idea di ripubblicare, in omaggio ai palati fini, ribattezzandolo col nuovo titolo scippato al repertorio dei Beatles.
Cito non a caso questi due romanzi assieme perché qualcuno ha attribuito loro una sorta di gemellaggio letterario. Entrambi gli autori trattano, infatti, il tema comune della delicata età di passaggio, scrutando nei mali endemici che l’adolescenza reca in sé: il senso d’inadeguatezza e d’amara solitudine che accompagnano questo periodo critico in cui l’incanto -o il disincanto- di sperimentare la propria autonomia si scontra con le difficoltà ad omologarsi ai modelli adulti imposti dalla società.
Il sedicenne Holden e Toru, diciannovenne protagonista di Norwegian Wood, hanno in comune la vita di collegio, gli studi mal tollerati, la passione per la musica vissuta come elemento identificante di ogni passaggio generazionale. Condividono persino certe letture, sono capaci in un attimo di annegare nella malinconia e un momento dopo sentirsi esplodere di gioia. Hanno entrambi lo spessore intellettuale necessario per assurgere a dignità letteraria, la cui qualità non è certificata da ciò che fanno, ma piuttosto da ciò che pensano e dicono (o preferiscono non dire).
Si esprimono comunque secondo modelli opposti, come il dritto e il rovescio di una stessa medaglia. Se sono gemelli, non sembrano certo omozigoti, anzi a ben guardare sono proprio figli di genitori diversi: Holden è il rampollo di un’America ottimista e carismatica che regge la torcia di custode della libertà dopo le vittorie ottenute nella seconda guerra mondiale, Toru è nato in un Giappone che invece la guerra l’ha persa, non si è ancora emancipato dalle tradizioni millenarie che lo ancorano al passato e solo verso la fine degli anni ’60, grazie al boom economico, deve ubbidire all’imperativo urgente di occidentalizzarsi e porgere la mano a chi gli ha sganciato la bomba atomica. Holden, pur essendo più giovane, ha il vantaggio delle proprie certezze, che gli consentono atteggiamenti impulsivi e ribelli a differenza di Toru che, oltre a fare i conti con le normali difficoltà di crescita, deve saltare l’ostacolo del gap evolutivo che lo distanzia dai coetanei americani. Se Holden non si preoccupa di mostrarsi spavaldo, disfattista e caustico (persino verso se stesso) grazie all’impunità concessagli dalla sua posizione di ragazzo di buona famiglia, per il timido Toru, che si sente inferiore, pur non essendolo, sono doverose la prudenza e la riservatezza, qualità già intrinseche alla natura orientale. Egli lascia spesso galleggiare le sue opinioni nella palude delle possibilità, evitando di ferire le persone, di assumere posizioni radicali, attendendo che alla fine siano le circostanze a decidere per lui. Se Holden non smette un attimo di “vomitare” sentenze, affermando e contraddicendo tutto (“vomito” è uno dei termini più frequenti nel suo vocabolario), a Toru bisogna invece cavare le parole dalla gola chiusa, come cercheranno di fare le due ragazze da cui è affettivamente attratto, ma fra la cui scelta non si sa decidere.
Tenterà per prima la sensibile Naoko, già fidanzata al suo migliore amico, purtroppo finito suicida, che lo magnetizza con una bellezza, eleganza e raffinatezza senza pari: una ragazza all’antica, quasi una geisha che sa sedurlo con sensuale femminilità, ma allo stesso tempo sembra volerlo imprigionare in un immobilismo esistenziale.
Poi l’altra, Midori, sua compagna d’università, moderna ed emancipata, che tenterà di far breccia nelle sue resistenze e trascinarlo in un mondo più concreto e prosaico, sì, ma sicuramente più virile e più adulto. Fra l’una e l’altra ci sarà per Toru un brevissimo interludio, magicamente vissuto con un’affascinante quarantenne, grazie alla cui esperienza e maturità egli troverà la forza di staccarsi dal passato e fare il primo passo verso la propria inevitabile crescita.
Murakami si è dedicato alla stesura di questo libro molti anni dopo gli avvenimenti, quando riascoltando per caso una vecchia canzone (Norwegian Wood, appunto), ha sentito riaffiorare i ricordi dal mare della coscienza che, come punte di iceberg, tenevano celato sotto la superficie un patrimonio d’immagini, parole, emozioni che sembrava disperso.
L’andamento è lento, di quella lentezza con cui è tessuta la vita in certi periodi, quando il tempo sembra non passare mai, si vive nell’attesa di qualcosa, una telefonata, un incontro, anche solo un piccolo imprevisto che possa incrinare la noia e la ripetitività. Pur con delicatezza l’autore, cui la memoria si va riattivando nello scrivere, ci racconta anche i suoi ricordi più scomodi: il disagio per i propri imbarazzi di fronte ai coetanei, la paura di rimanere isolati per convinzioni e opinioni che però non si osano difendere, l’abuso d’alcool per disincagliarsi dagli ostacoli che la mente appone, gli insoddisfatti approcci alla sessualità, prima di capire che il sesso, in ogni sua espressione, può perdere attrattiva se isolato dalle emozioni. Ci colpiscono anche gli episodi di suicidio da cui entrambi i nostri protagonisti restano traumatizzati. Se però il suicidio è trattato da Salinger come via di fuga, estrema trasgressione, quasi un dispetto fatto al mondo, nella realtà di Toru questo assume significato di ideale interiore, perché per la cultura giapponese la vita non è come per noi un dono divino che solo Dio può toglierci, ma un bene privato e personale, a cui poter rinunciare liberamente se altri valori si impongono. Murakami ci trasmette il concetto, degno di considerazione, che la vita e la morte non sono opposte né contraddittorie, ma elementi complementari della stessa unicità.
Due romanzi che lasciano il segno, in cui il desiderio di capire l’altro dal profondo è sempre dominante, conferendo densità a tutto ciò che si legge, dalle implacabili elucubrazioni che Il giovane Holden ci somministra senza pausa, fino ai lunghi silenzi carichi di significato che incontriamo in Norwegian Wood.
Adatti anche a quegli adolescenti che non stanno “tre metri sopra il cielo” e non hanno “voglia di te” e non “cercano Niki disperatamente”. Da conservare fra i nostri libri per almeno altri cinquant’anni.
E’ doveroso un ringraziamento all’impeccabile Giorgio Amitrano che sempre sa impreziosire le impegnative traduzioni dal giapponese con doti proprie di fluidità, sensibilità e lirismo. Brava anche Adriana Motti che è riuscita a trasmetterci con grande spontaneità il blasfemo e corrosivo linguaggio di Holden, riuscendo a farci divertire senza mai oltrepassare la misura.

IL MANDOLINO DEL CAPITANO CORELLI




AUTORE de Bernières, Louis
EDITORE Guanda
ANNO PUBBLICAZIONE 2001

Se meditate un giro per le isole greche, non dimenticatevi della bella Cefalonia. La s’incontra lungo le limpide acque dello Ionio, a sud di Corfù, incastonata fra le altrettanto belle Itaca e Lefkada. Merita una sosta. E’ un piccolo gioiello con meravigliose spiagge bianchissime, accogliente, festosa e verdeggiante. Mai si immaginerebbe, visitandola oggi, che abbia potuto essere teatro di una pagina di storia italiana fra le più sconvolgenti dell’ultima guerra, non fosse che per un piccolo monumento commemorativo eretto sulla piazza del suo capoluogo Argostoli.
Di questo evento non si è mai saputo molto perché i sopravvissuti che lo hanno potuto o voluto raccontare erano rimasti in pochi e le testimonianze appaiono ancor oggi fra loro contraddittorie. Per di più sono accadimenti che si preferirebbe lasciar scivolare via dalla memoria collettiva per il male che continua a fare il ricordarli. Louis de Bernières racconta questa storia di guerra e d’amore con autentico lirismo, ma senza concessioni ai facili sentimentalismi con cui spesso sono infarciti i racconti che parlano di eroi, riparando con il suo contributo alle lacune dovute alle omissioni e falsificazioni volontariamente operate per glissare sulle responsabilità etiche, civili e umane attribuibili all’Italia nel corso dell’ultimo conflitto mondiale.
E per la crudezza e il realismo con cui gli eventi sono stati descritti, sarà possibile che riesca a strapparvi una lacrima anche se opporrete strenua resistenza.
Il 1 maggio 1941, Cefalonia al pari delle altre isole ioniche, è invasa dai nazi-fascisti decisi, secondo l’ordine di Mussolini, a spezzare le reni alla Grecia. Gli isolani, abituati alla presenza italiana per quasi 7 secoli di pacifica dominazione veneziana, pur traditi nell’antica amicizia, si sentono il dovere di soccorrere, più che di far loro la dovuta resistenza, gli invasori italiani, male in arnese e male addestrati, più versati nel gioco del pallone che abili nell’imbracciare un fucile, e nei quali si sta insinuando il dubbio di star combattendo dalla parte sbagliata. Essi vengono subito accolti amichevolmente per l’esuberanza e la giovialità con cui si propongono, in antitesi al freddo militarismo ostentato invece dai Tedeschi. Instaurandosi bonari rapporti fra la popolazione locale e gli occupanti, si stabilisce fra loro anche una stretta alleanza per la sopravvivenza quotidiana alla fame, alle malattie e alle privazioni di una guerra che, oltremare, si trascina lenta e logorante.
Qui si inserisce la piacevole storia del dottor Iannis e sua figlia Pelagia, costretti ad ospitare in casa loro il Capitano Corelli, appartenente alla Divisione Acqui che ha preso il comando dell’isola, e che più che un militare si dimostra un affabile musicista che mai si separerebbe dal suo prezioso mandolino. Superati i primi malumori, il rapporto fra i tre si imposta su sentimenti di lealtà e rispetto, amicizia e amore, solidarietà e sacrificio. Una vita semplice in cui tutti gli abitanti si conoscono e si aiutano, ognuno ritrovando, nell’emergenza, le proprie sorgenti di coraggio e generosità. Una vita che si consola con piccole gratificazioni come le partite di pallone organizzate sulla spiaggia, i festeggiamenti dei santi patroni, le serenate e i corteggiamenti sotto gli ulivi, a cui presto si abituano tutti, occupati e invasori, nel soave e malinconico scorrere del tempo, lontano dai rombi di guerra. Questo clima quasi idilliaco è purtroppo sconvolto quando, all’alba del fatidico 8 settembre 1943, il generale Badoglio firma l'armistizio e le truppe italiane dislocate nei territori occupati si ritrovano gomito a gomito con gli ex alleati Tedeschi trasformati di colpo nel nemico che intima loro l’immediata resa delle armi. Ma gli Italiani, rimasti allo sbando senza ordini precisi, speranzosi di farla finita al più presto e rientrare in patria, anziché costituirsi prigionieri, si oppongono alla nuova offensiva tedesca tentando di ostacolare lo sbarco dei rinforzi e, nell’eroico tentativo, subiscono un massacro. Benché il numero preciso sia tuttora incerto, si teme che nella sola Cefalonia i soldati italiani trucidati per rappresaglia dai Tedeschi siano stati oltre 4000, tutti appartenenti alla Divisione Acqui, di cui il Capitano Corelli rimarrà per miracolo unico superstite.
Mentre per tutta l’isola ardono a centinaia le pire dei cadaveri che i Tedeschi hanno fretta di far sparire, il Capitano Corelli verrà aiutato nottetempo dai Greci ad abbandonare l’isola, lasciandovi in pegno il suo adorato mandolino, con la promessa di tornare a riprenderselo a guerra ultimata.
L’autore, inglese anche se il nome potrebbe indurre all’equivoco, si mostra molto ben documentato sui fatti che narra, descrivendo personaggi e accadimenti con rigore storico. Il romanzo è comunque scritto in uno stile lieve e piacevole: idealismo e realismo si mescolano con armonia, Storia e invenzione si fondono così sapientemente da arrivare a confondere il lettore stesso, che potrà facilmente giudicare incredibile la verità storica per i drammatici vertici che raggiunge e ritenere cronaca la parte romanzata. Sicché, dovesse prima o poi sbarcare a Cefalonia, gli verrà istintivo di mettersi alla ricerca dei luoghi e dei protagonisti che hanno dato vita e colore a queste belle pagine, o, visto il tempo ormai trascorso, di posare idealmente un fiore sulle loro tombe invisibili.
Un libro indimenticabile, un romanzo istruttivo che ci rende migliori, da leggere e rileggere e, perché no, raccomandare ad altri come capita a me in queste poche righe, sicura di far centro.

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