Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

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21.8.09

DOMANI ERO

Autore: RINALDO BOGGIANI
Edizioni Associate 2008
Prefazione di Romano Biancoli
/
altri titoli dello stesso autore:
- Stelle Nere - Tutti i bambini sono stelle. Alcuni brillano. Altri no.
- 2012 - La Shoah nel Pianto di un Bambino
/
Limitativo ogni commento a questi libri brevi ma ad alto peso specifico, già significativamente introdotti dallo Psicanalista Romano Biancoli.
Piacevoli da leggere e ancor più rileggere.
Viaggi nelle ferite aperte del nostro ieri.
Dove il tempo diventa illusione perchè tutto è già avvenuto e il futuro sarà solo ciò che già siamo stati.
Il passato ci imprigiona condannandoci ad "un'attrazione magnetica per il già vissuto. Le passioni si fissano e rendono illusorio il movimento in avanti che sembra retta e invece è circolo".
Evasione da questo carcere? Possibile forse, se traduciamo in poesia la prosa insostenibile delle nostre paure.


Futuro. Ma è solo il passato che conta, non viene a galla, è sempre presente. Quello che diciamo in questo momento è la risultanza di milioni di visioni, sogni libri incubi amori pianti quadri film mamma e papà.
Nonna uccideva i passeri con l’inganno. Li portava in tavola con sugo e polenta. Una polenta rossa d’inganno. Papà andava a caccia e quando feriva una lepre la finiva con le mani e anche lui, povero papà “ ai miei tempi sì che valevano i principi, oggi invece…” Papà io non uccido neanche una mosca, se entra apro la finestra perché la mosca vuole la luce e così esce dalla finestra più luminosa della stanza buia…tu avevi le mani insanguinate. Quella lepre non voleva morire, te lo credo, aveva sei cuccioli da allattare. A quelle anatre avevi rubato il volo. Erano così tristi che avevano piegato il capo.

La mamma tirava il collo alle galline perché le allevava per questo. Tremavano dalla paura prima durante e dopo la morte. Per altri dieci minuti.
Il maiale l’uccidevano che non dormiva la notte prima perché sapeva di morire il giorno dopo.
E cominciava a piangere alle cinque per diventare gocce di carne attaccata a un palo prima di sera.
Quella notte non dormiva più. L’ultima notte.
Quella notte non dormivo più. Quanto sangue.
Cosa darei per ridare vita ai passeri alle lepri alle anatre-alle galline al maiale e a tutti i morti ammazzati in guerra avevano la mia età per morire senza un perché ----------
cosa darei per ridare loro qualcosa.
(Domani ero)
/
Sono nata in campagna dove il tempo si misura col sole la pioggia il grano l’odore dell’erba il canto dei grilli. La famiglia era numerosa: il nonno il papà lo zio il cugino Antonio. Poi le donne. Nonna zia Erminia mamma mia sorella Simonetta Non fu facile all’inizio capire chi erano mamma e papà perché era zia che mi accarezzava, mi puliva mi vestiva e papà lo vedevo solo la sera quando ero molto stanca. Ma non era un problema. Mi sentivo bene. Volevo bene a tutti e in quasi tutti c’erano anche mamma e papà.
I grandi che mi stavano attorno erano veramente grandi. Giganti. Spostavano con facilità oggetti enormi. Guardavano tutto e tutti dall’alto in basso. Li temevo e allo stesso tempo mi sentivo protetta. ….
Più passava il tempo e più mi convincevo che i grandi erano sempre stati grandi e che noi saremmo stati sempre piccoli. Il mondo era semplicemente fatto così.
Quando i pulcini diventavano grandi i dubbi mi tenevano sveglia.
“Ma noi - mi dicevo – siamo bambini, mica pulcini.” Antonio era d’accordo. Quello che pensavano di noi gli altri non mi interessava.
(Stelle nere)
/
Non perdere tempo! mi diceva sempre mio nonno.
Non perdo tempo nonno, nemmeno un pochino, ce l’ho tutto qui dentro a dettarmi il futuro.
Non perdo tempo nonno…
Così ricordo i tramonti in campagna, le tue bevute le mie risate.
Il grano maturo il tuo quarto bicchiere.
Rosso tramonto “perché quest’anno è piovuto poco”.
Mi mostravi il cielo di tutti i colori. Giallo attraverso un bicchiere di bianco. Rosso al di là di un merlot.
Non perdo tempo nonno nemmeno un pochino.
Vedo la terra da arare la brina sui campi. La nebbia sul fiume il ghiaccio sull’aia.
Il nonno è morto portandosi via tutto il tempo. Una giovinezza in divisa dentro a una guerra malata. Come tutte le guerre.

Una malattia curata male, così il male se l’è portato via.
Ha portato con sé un vestito le scarpe una corona fra le mani che non conosceva. Nuova.
Comprata per l’occasione.
Il cane voleva andare con lui ma non hanno voluto.
Volevo dargli una bottiglia di merlot ma mi hanno detto che non si poteva.
Dopo un po’ anche il suo odore se n’è andato. Non ha portato via altro.
Così, corrono da lontano per avere.
Io voglio solo la scacchiera per vedermi bambino
davanti al nonno innamorato.
Fra noi il gioco della vita.
Il nonno mi faceva vincere attaccando con la torre. --------------
Voleva più bene a me che al suo Re.
Voglio solo la scacchiera. ////////------------------------------------------------------E.H.LANDSEER
(Domani ero)
/

Ricordi nonno quando mi dicevi di guardare
il cielo che tocca il mare? Non si toccavano e
forse non si toccheranno mai.
Eppure passavamo ore a guardare quello che non c’è.
Passo ore a pensare a quello che non c’è.
Forse le cose più belle non ci sono. ….

Non ti preoccupare nonno, ho tutto. Libri, carta per scrivere, pensieri da aggiustare, ricordi che mi tengono compagnia. Ho il tempo per costruirmi un passato. E poi ogni tanto piove.
Di giorno non succede niente.
Difficilmente domani accadrà qualcosa. E’ quanto mi son detto ieri. Faccio finta di vivere.
(Stelle Nere)

/

Sì sei elegante sei dimagrita
perché ti vuoi cambiare siamo in ritardo ti ho detto che sei elegante
va bene cambiati telefono che arriveremo con dieci minuti di ritardo
anche ora sei elegante ti prego non cambiare ancora d’abito dobbiamo partire
anche questo ti sta molto bene
sono passati venti minuti da quando ho chiamato per dire di un ritardo di dieci minuti ora basta chiamo che non ci andiamo perché ti senti male
siamo in macchina con il terzo vestito quello che le sta peggio
a cena un disastro
questo dice stupidaggini quell’altro mangia come un maiale questa quella quell’altro
va bene lasciali stare mica ce li dobbiamo portare a casa e poi scusa sono i miei clienti lo studio va avanti per loro
non dovevi dire questi sono ragionamenti stupidi all’ingegnere e poi al massimo erano ragionamenti che non condividevi.
Sono ragionamenti che non condivido ecco cosa dovevi dire ragionamenti che non condivido.
…e poi se devo essere sincero l’ingegnere aveva ragione non mi interessa che tu pensi che gente così non possa aver ragione l’ingegnere aveva ragione.
Sì sì buonanotte no domani non chiamare allo studio già l’idea mi dà i brividi.
Sono maleducato? Scusa verso le cinque va bene.

(Stelle nere)
/

Com’è la sua attività onirica?
Silenzio
Lei sogna?
Ma gli perdoni tutto al tuo analista perché il tuo analista lavora per darti futuro di volta in volta a mezz’ora per volta
perché tu stai attento a non dire le cose importanti nella seconda mezz’ora
ma sei contento perché le cose importanti hai imparato a dirle nella prima mezz’ora
paghi un’ora qualche telefonata e te ne vai così non vedi l’altro.
Ma tu quei soldi glieli hai dati volentieri
vuoi dargliene degli altri perché l’analisi funziona così
devi pagare volentieri
non so perché ma funziona così.
E io pago.
Volentieri.
Pago per vedere il mio passato che non volevo vedere.
A mezz’ora per volta.
(Domani ero)

/
Ho sognato il mio papà che uccideva sua moglie perché aveva trattato male i suoi figli. Subito dopo ci siamo rimessi a tavola e per la prima volta abbiamo mangiato tranquilli perché anche se uno faceva briciole beveva vino rovesciava qualcosa non mangiava proprio tutto quello che c’era nel piatto non doveva giustificarsi con nessuno non doveva scusarsi con nessuno non doveva pensare se non mangio tutto cosa devo dire.
Ma quando il pranzo è finito mia madre era sulla porta a comandare il resto della giornata.
Meglio così ho pensato
così il mio papà non deve andare in prigione.
Al risveglio ero sudato con gli occhi bagnati e le orecchie piene degli urli dei secondini che urlavano come mia madre.
….
/-------------------------------------------------------------------/
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Ho sognato il mio cane prima della puntura per morire.
Ho rivisto i suoi occhi che mi guardavano prima del buio. -------------
Aveva sempre capito tutto e ora capiva che doveva morire.
Ho ucciso il mio cane per non farlo soffrire di un male che si mangiava le ossa così il mio cane non camminava più.
Poco male perché gli avrei portato da mangiare ma quel male non voleva solo le ossa si mangiava anche i salti del mio cane che non saltava più. Il dottore disse che era meglio così e fece la puntura al mio cane.
Quello sguardo è con me
Da dieci anni è con me.
Non voleva la puntura forse perché gli andava bene di vivere così.
Forse gli andava bene vivere.
Ma io avevo deciso la puntura perché non volevo continuare così.
Ho fatto bene? Non lo saprò mai.
Ma quello sguardo non mi lascia più //////////////////////////////Magritte 1948
da dieci anni non mi lascia più.
Bene, cosa ne pensa, che lettura da di questo sogno?
Lei non si accontentava delle ossa, si mangiava anche i salti che non saltavo più. Una notte mi dissi che era meglio così e feci la puntura al mio cane.
Devo andare a un convegno quindi ci vedremo fra tre forse quattro settimane. Magari con altri sogni.

(Domani ero)
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2.8.09

A CORFU' TUTTO PUO' SUCCEDERE


ovvero
LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI

di Gerald Durrell (1935-1995)
Adelphi Edizioni 2008
Titolo originale: My family and other animals 1956
Traduzione di
Adriana Motti




Gerald Durrell era nato in India nel 1925, ultimo di quattro figli di una famiglia di origini britanniche ma, in seguito alla morte improvvisa del padre ingegnere, nel 1928 era tornato a Londra dove vi aveva trascorso i primi anni della sua infanzia.
Questo libro spassoso e accattivante, considerato formativo per gli adolescenti ma sicuramente apprezzabile anche da lettori adulti esigenti, racconta delle fortunate contingenze che hanno consentito al giovane Gerry Durrell, divenuto in seguito naturalista e romanziere di larga fama, di abbandonare la grigia e piovosa Inghilterra nel 1935 per approdare con la madre, i fratelli e la sorella Margo, nella mitica e assolata Corfù, dove passò i cinque anni più felici della sua spensierata adolescenza.
Fanno da cornice i panorami mozzafiato dell’isola greca, orlata di spiagge vellutate e scogliere bianchissime che si specchiano nel blu profondo dello Ionio, ondeggiante di argentei oliveti, solcata da sentieri pietrosi che s’inerpicano per colline verdeggianti, decorate di vigneti e orti recintati da muretti a secco.
Superato l’iniziale scoramento procurato dall’impatto con le differenze culturali, la famiglia si mette alla ricerca di un’abitazione che tenga conto delle esigenze personali di ognuno, manco a farlo apposta abbastanza dissimili fra loro, nonché quella assolutamente indispensabile di essere dotata di una salle de bain, esigenza inconcepibile per un Greco di quell’epoca, che non riusciva ad immaginarsi che uso poter fare di una stanza da bagno, essendoci già il mare a disposizione.
Dopo infinite discussioni, sistemati in una bella villa affacciata sullo Ionio, dove ciascun membro ha finalmente preso possesso dei suoi spazi non senza aver dato vita a vere e proprie comiche, eccoli iniziare una complicata convivenza che Gerry non trascura di descriverci nei suoi dettagli più esilaranti. La vita acquista un po’ per volta i suoi ritmi regolari nel continuo andirivieni di uno zelante vicinato, desideroso di contribuire a suo modo alla costruzione dell’insediamento e dare una mano ai poveri inesperti Inglesi, ancora ignari delle usanze isolane. Prende così il via un carosello di persone che vanno e vengono ad ogni ora senza chiedere permesso: la domestica afflitta da ogni genere di acciacco e fissazione, il medico condotto, contadine folcloristicamente agghindate che portano ogni genere di prodotti; il simpatico Spiro che, col suo inglese maccheronico, ha accompagnato la mamma nelle ricerche della casa, scorazzandola in lungo e in largo per l’isola sul suo taxi scassato. Affascinato dai candidi modi della signora inglese, ma ritenendola un po’ sprovveduta, si erge a suo difensore contro immaginari nemici appostati ovunque, invadendone la privacy per potersi occupare della complessa gestione familiare come un parente acquisito.
Intanto gli istitutori occasionali di Gerry, studente recalcitrante ad applicarsi in qualsiasi materia che non tratti di scienze naturali, si rivelano piuttosto di manica larga e incapaci di domare la sua costituzionale indisciplina, finendo così per assecondare la sua ignoranza e suscitare la preoccupazione di tutta la famiglia. Fatto di cui comunque il giovane Durrell non riesce proprio a capacitarsi.
Già non avesse il suo bel daffare con l' esplorazione del vasto territorio circostante e gli estenuanti appostamenti per riuscire a sorprendere, stanare e catturare sempre nuovi pupilli, portarseli a casa e allestire nelle stanze o in giardino gli appositi spazi per l’accoglienza delle creature; non di rado fra gli strilli terrorizzati e il raccapriccio dei parenti nel ritrovarseli inaspettatamente fra i piedi, magari immersi nella vasca da bagno.
Per non parlare poi dello zoo dei piccoli e grandi animali già raccattati che va sorvegliato e accudito quotidianamente; mansione a cui Gerry si dedica con diligenza assoluta, sotto l’occhio paziente del buon cane Roger, che accetta con filosofia l’obbligo di fare amicizia con le bestiole adottate, siano esse tartarughe, bisce, gufi, o il geco Geronimo che ha preso residenza nella camera del padrone.
E’ così dunque che, fra imprevisti, disastri vari, arrabbiature, traslochi e feste, Gerry ara il terreno del suo prossimo futuro di zoologo nonchè fondatore della Wildlife Conservation Trust, istituzione creata per la salvaguardia delle specie in via d’estinzione tuttora alacremente attiva in Inghilterra.
Durrell relaziona il lettore sulle sue esperienze naturalistiche con entusiasmo comunicativo, assicurandosene la simpatia con un piacevole linguaggio colloquiale, mettendo gli accenti sulle caratteristiche antropomorfe di ciascuna specie, si tratti di scorpioni, pipistrelli, o mantidi religiose, mescolando con umorismo raffinato e intelligente le sue notizie scientifiche alle esilaranti descrizioni del circo casalingo messo in scena dal suo squinternato parentado.
Dietro questa apparente anomalia familiare non manca però la genialità; a cominciare dal fratello maggiore Larry, divenuto poi illustre poeta e letterato, di cui il fratellino si diverte a parodiare lo snobismo culturale, la mancanza di praticità e le fisse maniacali. Strategico invece l’atteggiamento arrendevole e democratico della mamma che, desiderosa soprattutto di agevolare le inclinazioni naturali dei figli, simula una fermezza di cui è totalmente priva, meritandosi se non proprio la loro obbedienza, almeno il loro affetto e la solidarietà incondizionata degli isolani.
La narrazione è intarsiata di note biografiche che, a riprova della loro autenticità, vengono rintracciate anche nelle testimonianze di altri scrittori. Ne “Il Colosso di Marussi”, di cui si è già parlato precedentemente, l’autore americano Henry Miller racconta come nel 1939, durante un suo viaggio in Grecia, si sia trovato a soggiornare sull’isola di Corfù, ospite proprio della famiglia Durrell, e vi descrive la personalità originale del fratello maggiore Larry a cui rimase legato da profonda stima anche negli anni a seguire, quando, rientrato negli Stati Uniti, mantenne a lungo con lui un’erudita corrispondenza.
E’ questo un romanzo incantevole, dal linguaggio raffinato e variegato di elegante umorismo,
inspiegabilmente poco conosciuto fuori patria, ma raccomandabile al grande pubblico in cerca di prodotti sofisticati, che ne trarrà piacere e arricchimento dalla prima all’ultima pagina.
Da segnalare una volta di più l’ottima traduzione della straordinaria Adriana Motti, insuperabile nel compito non sempre facile di interpretare senza sbavature l’intenzione ironica degli autori.

/

///C’era un geco che aveva prescelto come territorio la mia camera da letto, e io finii col conoscerlo molto bene e lo battezzai Geronimo, perché i suoi assalti contro gli insetti sembravano astuti e ben studiati, come tutte le imprese compiute da quel famoso pellerossa. Geronimo sembrava più in gamba di tutti gli altri gechi. Tanto per cominciare viveva solo, sotto a una grossa pietra nell’aiuola di zinnie ai piedi della mia finestra e vicino alla sua casa non tollerava altri gechi; quanto a questo, ad un geco estraneo non avrebbe nemmeno consentito di entrare nella mia camera.
Si svegliava più presto degli altri suoi simili, zampettava su per il precipizio di bianco intonaco scaglioso, finché non raggiungeva la finestra della mia camera e giunto là faceva capolino oltre il davanzale, guardandosi curiosamente intorno e muovendo la testa su e giù due o tre volte, non sono mai riuscito a capire se per salutarmi o perché era soddisfatto di trovare la stanza come l’aveva lasciata.
Se ne restava sul davanzale con la gola palpitante finché non faceva buio e non veniva portata una lampada; e in quella luce dorata sembrava che cambiasse colore, passando da un grigio cenere ad un pallido traslucido color perla rosato che metteva in risalto il nitido disegno a pelle d’oca delle sue squame. Con gli occhi luccicanti di gioia zampettava lungo il muro sino al suo posto preferito, l’angolo esterno a sinistra del soffitto e lì restava attaccato a testa in giù in attesa che comparisse il suo pasto serale.
Aveva una vista incredibilmente acuta perché più volte lo vidi sbirciare una minuscola falena dall’altra parte della stanza e fare tutto il giro del soffitto per arrivare abbastanza vicino da riuscire a catturarla.
Il suo atteggiamento verso i rivali che cercavano di invadere il suo territorio era molto esplicito. Non appena quelli si issavano sul bordo del davanzale e si fermavano un attimo per riposarsi dopo la lunga arrampicata, subito si sentiva un trepestio e Geronimo attraversava il soffitto come un fulmine, si precipitava giù lungo la parete e atterrava con un leggero tonfo sul davanzale.
Prima che l’intruso potesse fare un solo gesto, Geronimo gli era addosso. Il particolare curioso era che lui non assaliva il nemico alla testa o al corpo, come tutti gli altri gechi. Puntava diritto alla coda dell’avversario, e afferrandola con la bocca, a due millimetri circa dalla punta, ci si attaccava come un bulldog e la scrollava di qua e di là. L’intruso, snervato da questo vile e insolito sistema di attacco, ricorreva immediatamente al venerando stratagemma difensivo delle lucertole: mollava la coda e fuggiva a tutta velocità, oltre il bordo del davanzale e giù lungo il muro verso l’aiuola di zinnie. Geronimo, ansando un poco per lo sforzo, restava trionfante sul davanzale, con la coda del nemico che gli pendeva dalla bocca e sferzava l’aria come un serpente. Accertandosi che il rivale se ne fosse andato, Geronimo si metteva comodo e cominciava a mangiarsi la coda, un’abitudine disgustosa, che io disapprovavo con tutta l’anima. Ma evidentemente era il suo modo di festeggiare la vittoria, e lui non era del tutto felice finché la coda non si trovava al sicuro nel suo stomaco prominente.


///Su Margo la primavera aveva sempre un effetto deleterio. In quella stagione il suo interesse per il proprio aspetto estetico, sempre molto accentuato, diventava quasi ossessivo. Pile di vestiti appena lavati e stirati ingombravano la sua stanza, mentre le corde del bucato si piegavano sotto il peso di quelli stesi ad asciugare. Coglieva tutte le occasioni per precipitarsi nella stanza da bagno in un turbine di candidi asciugamani, e una volta dentro era riluttante a uscirne, come una patella a lasciare il suo scoglio. Tutti noi a turno bussavamo alla porta protestando a gran voce, ottenendo soltanto la vaga assicurazione che aveva quasi finito, assicurazione alla quale un’amara esperienza ci aveva insegnato a non credere. Finalmente luminosa e immacolata, usciva dal bagno e se ne andava canticchiando a prendere il sole negli uliveti, o giù al mare a farsi una nuotata. E proprio durante una di queste escursioni al mare conobbe un giovane turco eccezionalmente bello. Con insolita modestia non parlò con nessuno dei suoi frequenti incontri balneari con questo impareggiabile cavaliere, convinta come ci disse più tardi, che la cosa non ci avrebbe interessati.
Naturalmente fu Spiro a scoprire tutto. Vegliava sulla felicità di Margo con la zelante premura di un San Bernardo e lei poteva fare ben poco senza che Spiro lo sapesse.
Una mattina lui bloccò mamma in cucina, si guardò furtivamente intorno per accertarsi che nessuno ascoltasse, sospirò profondamente e le diede la notizia.
“Sono molto dispiaciuto dover dire questo, signora Durrell – borbottò – ma penso che lei devi sapere.”
Mamma ormai si era abituata all’aria cospirativa di Spiro quando veniva a darle qualche informazione sulla sua figliolanza, e non se ne preoccupava più.
“Che cosa c’è stavolta, Spiro?” domandò.
“E’ la signorina Margo” disse Spiro afflitto.
“Che cosa ha fatto?”
Spiro si guardò intorno a disagio.
“Sai che lei incontra un uomo?” domandò in un vibrante sussurro.
“Un uomo?? Oh …ehm…sì, lo sapevo” mentì mamma arditamente.
Spiro si tirò i pantaloni sulla pancia e si protese verso di lei.
“Ma lei sapevi che è un turco?” domandò con accento di agghiacciante ferocia.
“Un turco? "disse mamma in tono vago. "No non sapevo che era un turco. Che c’è di male?”
Spiro prese un’aria scandalizzata.
“Che c’è di male? Ma signora Durrell! E’
turco. Io non mi fiderei di un figliodiputtana turco con nessune ragazze. Le taglia la gola, ecco che fa. Dico davvero signora Durrell, non è sicuro che la signorina Margo nuota con lui.”
“D’accordo, Spiro.” disse dolcemente mamma “ne parlerò con Margo.”
“Io solo penso che lei devi saperlo, ecco tutto. Ma non si preoccupa…se lui fa qualche cosa a signorina Margo, io sistemo il bastardo.”

.....

///Non passò molto ed ebbi la sgradita notizia che mi era stato trovato un altro insegnante. Stavolta si trattava di un certo signor Kralevsky, un individuo che discendeva da una complessa mescolanza di nazionalità, ma che era prevalentemente inglese.
La famiglia mi informò che era un uomo molto simpatico e che per giunta si interessava agli uccelli, sicchè saremmo andati d’accordo.
Io comunque non mi lasciai affatto impressionare da questo particolare: avevo conosciuto un sacco di persone che dichiaravano di interessarsi agli uccelli e che poi si erano rivelate dei perfetti ciarlatani che non sapevano come fosse fatta un’upupa, o non sapevano distinguere un codirosso da un tordo comune.
Ero certo che la famiglia avesse escogitato quest’insegnante appassionato di uccelli nel semplice tentativo di farmi soffrire meno all’idea di dovermi rimettere a studiare. Ero sicuro di scoprire che la sua fama di ornitologo era dovuta al fatto che a quattordici anni aveva avuto in casa un canarino. Quindi mi recai in città per la mia prima lezione nel più tetro degli stati d’animo.
......
(Gerald Durrell)
//

26.7.09

IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE

Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
(Livro do desassossego por Bernardo Soares)
FERNANDO PESSOA

Con prefazione di Antonio Tabucchi
Giangiacomo Feltrinelli Editore - marzo 2009


L’unica opera narrativa che il poeta portoghese Fernando Pessoa ci abbia lasciato: un mazzo di fogli e di appunti disordinati, presi a penna e destinati ad un libro che per vent’anni rimase nel cassetto della sua mente, un libro-progetto mai decollato, un work-in-progress che non ebbe compimento.

Raccolti e messi insieme a trent’anni dalla sua morte con un'attenta opera di intarsio e tessitura da parte dei posteri, questi appunti sono defluiti in questo libro mitico, che trae oggi la sua compiutezza proprio dalla mancata realizzazione di allora.
Prosa che si fa poesia o poesia pura consegnata alla prosa?
In esso è consacrata la dissoluzione dei generi letterari a favore di un non-genere, vi è sublimata l’eteronimia di Pessoa, più avanti ripresa e sviluppata da Saramago con i suoi molteplici.
Il protagonista Soares, eteronomo dell’autore, sta alla finestra a catturare la vita , liberandola poi in un suo luogo interiore misterioso, sull'invisibile soglia che separa l’Io dall’inconscio o forse li unisce.
Eternamente cangiante nei colori e perpetuo nei ritmi e nella forma, egli viaggia in “una galassia che non sta in nessun luogo”, ci documenta drammaticamente la sua “degustazione del nulla”.
Sublime.
///////////////////////////////M.C.Escher - 1948


Il sopraggiungere dell’estate mi rattrista. Si potrebbe credere che la luminosità delle ore estive conforti colui che non sa chi è.
Ma non è così, io non ne resto confortato. C’è un troppo forte contrasto fra l’esuberante vita esterna e ciò che sento e penso, senza saper sentire né pensare: il cadavere perennemente insepolto delle mie sensazioni. Ho l’impressione di vivere in questa patria informe chiamata universo, sotto una tirannia politica che, anche se non mi opprime direttamente, tuttavia offende qualche principio occulto della mia anima.
E allora scende in me, sordamente, la nostalgia anticipata dell’esilio impossibile..
Ho soprattutto sonno. Non un sonno che ha in sé latente il privilegio fisico della quiete. E neppure un sonno che, per essere dimentico della vita e probabile latore di sogni, offra sul vassoio con il quale ci tocca l’anima i placidi doni di una grande abdicazione. No, questo è il sonno che non riesce a dormire, che pesa sulle palpebre senza chiuderle, è il sonno che opprime il corpo durante le grandi insonnie dell’anima.
….
Quando sono sdraiato, e solo un tenue filo mi lega alla vita, con quale chiarezza descrivo nelle mie riflessioni, dettandoli all’inerzia, i paesaggi che non potrò mai narrare e le frasi che non scriverò mai! Scandisco periodi interi, perfetti in ogni loro parola; ascolto trame di drammi che esistono nella mia immaginazione, seguo verso per verso la scansione ritmica di interi poemi.
Ma se mi muovo e mi siedo al tavolo per scriverle, le parole svaniscono e i drammi si interrompono, resta soltanto una remota nostalgia, provo la duplice tragedia di sapere che non esistono, ma che non sono state solo un sogno: qualcosa di esse ancora sopravvive sulla soglia astratta del mio averle pensate, del loro essermi apparse.
Sono stato un genio in qualcosa di più che nel sogno e in qualcosa di meno che nella vita.
La mia tragedia è questa: essere l’atleta che è caduto un attimo prima del filo di lana, mentre guidava la corsa.


9.5.09

DISPUTA SU DIO E DINTORNI





AUTORI Corrado Augias - Vito Mancuso

EDITORE Arnoldo Mondadori 2009



La verità è qualcosa di più dell’esattezza, perché riguarda il tutto della vita e concerne non solo l’intelletto, ma anche il cuore e le mani.

Ciò che contrassegna il valore ultimo di un uomo non è ciò che pensa ma ciò che fa.

Con l'intuizione artistica si arriva a comprendere più cose che con l'intelletto, perchè si comprendono dall'interno di sè.
C'è una domanda che la vita pone a ciascuno: al di là di quello che sai, al di là di quello che fai, chi sei tu?
Chi sei tu quando sei solo, quando sei nudo?
Qual'è la musica che ti abita?

Siamo qui per caso, destinati ad esistere per quel tanto che ci è dato per poi tornare nell'infinito nulla da cui siamo venuti?Non c'era niente prima, niente ci sarà poi, salvo, finchè dura, la memoria di chi ci avrà amato?
Ecco perchè è importante che il poco che possiamo fare, lo facciamo qui ed ora, al meglio che si può.



De Chirico - Mobili nella valle 1927



Di vera e propria “disputa”, come annunciato dal titolo, grazie all’alto livello culturale e umano dei due antagonisti, in realtà non si può parlare, riuscendo gli autori ad agganciare l’interesse del lettore senza bisogno di sconfinare nella rissa ideologica. Corrado Augias, scrittore, giornalista ed elegante conduttore televisivo, che non fa mistero del proprio inossidabile ateismo, e il teologo laico progressista Vito Mancuso si affrontano vis à vis in un’ideal tenzone, mantenendo il dialogo su toni pacati di rispettoso confronto, senza mai peccare d’intransigenza, traendo anzi, dalle diversità emergenti, notevoli spunti di approfondimento.

I due dialoganti sembrano arricchirsi vicendevolmente nel corso del dibattito, attingendo ognuno alle sorgenti culturali dell’altro. Partendo da presupposti antitetici i due autori procedono per un po' sui binari paralleli delle loro opposte tesi per ritrovarsi dopo percorsi articolati a convergere in una rassicurante identità di vedute. Seppure sia impensabile per entrambi discostarsi dalla propria posizione ideologica circa l'esistenza o meno di Dio, che non può essere una certezza ma solo un'intuizione che ciascuno deve riuscire a cogliere in sè, essi risultano quanto meno sintonizzati nel giudizio riguardante i principi fondamentali della spiritualità e dell'etica e concordi nella critica sull'eccessiva ingerenza dell'apparato ecclesiastico che ruota nei "dintorni" di Dio, pretendendo di farsi mediatore del rapporto fra i credenti e Dio stesso.
Interessanti interrogativi vengono allora posti sui grandi errori di partenza che inducono troppo spesso a identificare la religione con la Chiesa, o a considerare fede il tributare onori al clero e conformarsi acriticamente ai dogmi imposti. La religione è un bisogno nato con l’uomo miliardi d’anni fa, mentre la Chiesa, che di questo bisogno ha fatto il suo cardine portante, è nata solo 2000 anni fa, eppure pretende il monopolio della verità e la gestione totale dei dogmi.
Uccide lo spirito per seguire i suoi codici, cosicchè tante “pecorelle del gregge” si perdono ogni giorno per strada, pur non avendo smesso di credere in Dio, solo perché estromesse dalla Chiesa stessa, per colpa di legittime incredulità o di un peccato ritenuto indegno di redenzione.
Ma non è forse l’adesione personale a Dio la cosa che la Chiesa dovrebbe avere più a cuore?

Perché sceglie di fare opera di conversione e proselitismo andando a cercare nuove anime in lidi sempre più remoti, piuttosto che tentare un riavvicinamento con chi la sta abbandonando?
La frattura tra Chiesa e mondo si sta ampliando notevolmente. Questo non significa però che chi non è credente abbia comportamenti meno etici di chi santifica le domeniche. Addirittura la moralità laica può sembrare superiore perchè agisce disinteressata a una ricompensa divina , ma spinta solo dalla generosità o dal senso del dovere verso i propri simili.

Ci sarà una buona ragione se la maggior parte degli scienziati, uomini di cultura e di medicina, che dedicano la propria esistenza al bene dell’umanità, si dichiara atea o agnostica.
Il dubbio non dovrebbe essere ritenuto una colpa, visto che è la Chiesa stessa, con le sue evidenti contraddizioni e incongruenze dottrinali, la prima a produrre perplessità e disordine mentale nei credenti.
Nessuna religione che si rispetti dovrebbe oggettivamente ritenersi superiore alle altre e considerarsi detentrice della Verità assoluta. Nemmeno il Cattolicesimo nel quale, più della spiritualità, prevalgono l’osservanza dei riti e un’esteriorità quasi paganeggiante e che considera i peccati alla stregua di infrazioni al codice, riparabili con un’ammenda di tre ave marie, mentre la durezza di cuore e l’indifferenza verso il male causato agli altri non vengono diagnosticate nè tantomeno curate come malattie dell’anima.

Altre domande s’impongono: il perché la Chiesa non voglia ammettere alcun principio d’autodeterminazione.
Perché si ostini a difendere la “vita” ad oltranza, anche se limitata a semplici contrazioni cardiache, magari stimolate elettricamente, intanto che sono andate perdute le facoltà intellettuali e spirituali comunemente definite come anima. E perché non si schieri coerentemente in modo altrettanto inflessibile contro la pena di morte.
Forse non può condannare ciò che ricorda tanto bene le migliaia di esecuzioni sulla pubblica piazza avvenute per ordine dalla “ Santa Inquisizione”?
E’ possibile inoltre che la fecondazione assistita sia avversata per un suo possibile accostamento al concepimento senza peccato, esclusiva prerogativa della Madonna? Perché la Chiesa ammette differenze fra gli stessi peccatori? Ricordiamoci i recenti funerali di Pavarotti, Bovio e Saint Laurant, sontuosamente celebrati in chiesa malgrado ne mancassero i requisiti fondamentali, mentre per Welby, forse anche meno colpevole, non è stata fatta alcuna eccezione.
Perché la dottrina e i dogmi si fondano principalmente su un testo definito sacro ma contemporaneamente messo per metà all’indice, rendendo così incerti i criteri e le interpretazioni su cui comunque poggiano i suoi comandamenti?
La casta sacerdotale vuole assumere il controllo sulle coscienze, facendo muro contro ricerca e scoperte scientifiche per non veder crollare il barcollante edificio di dogmi e superstizioni su cui si regge e per paura del risvegliarsi di domande imbarazzanti da parte dei fedeli, che nei valori del Cattolicesimo non trovano più una morale civile allineata con i tempi.
Tutte domande che esigerebbero ormai una risposta chiara.

Ma la Chiesa cattolica dimostra, con la sua chiusura, di essere un'istituzione statica, di non aver fatto molti passi avanti rispetto ai secoli oscuri in cui non si esitava a torturare e uccidere coloro che osavano non conformarsi ai dogmi di un’ideologia poco confortata da opportune prove, se non addirittura in contrasto con i precisi insegnamenti del Vangelo.

Sono qui citati gli esempi di grandi intellettuali e scienziati, perseguitati, condannati e finanche giustiziati per essersi opposti all’oscurantismo cattolico, come Giordano Bruno, Serveto, Vittoria Colonna, Galilei e tanti altri. Forse che il quinto comandamento non vieta di uccidere? E quanti ministri della Chiesa, dopo avere ucciso, sono stati addirittura nominati “santi”?
Fossero ancora in auge certi metodi repressivi abitualmente usati dalla Chiesa per reprimere i dissidenti, quali rischi correrebbe il conciliante prof. Mancuso, coautore di questo testo, che mette in evidenza una tolleranza e onestà intellettuale tanto al di fuori dei canoni, specchio di una coscienza limpida e illuminata, di cui è priva buona parte dell’istituzione ecclesiastica?
Affiorano in lui un senso di carità e umanità spesso latenti negli atteggiamenti di chiusura ufficiali del clero, impegnato principalmente a difendere una posizione di potere, che mal s’accorda con la spiritualità e la cura delle anime.

La “disputa “ conduce all’inevitabile pareggio e alla conclusione che a dimostrare l’esistenza di Dio non si arriva col ragionamento. L’incredulità ha le sue legittime e profonde radici e il dubbio va dunque considerato altrettanto religioso della cieca fede.
Per chi volesse consolarsi resta sempre l’appiglio già precedentemente fornitoci dallo scienziato cattolico Antonino Zichichi col suo libro “Perché credo in colui che ha fatto il mondo” secondo cui se è difficilmente dimostrabile l'esistenza di Dio , altrettanto indimostrabile è la sua inesistenza.


Un testo interessante, a prescindere da quale siano i punti di partenza o di arrivo personali, uno studio morale per coloro che non si accontentano semplicemente di “credere” o “non
credere”.

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26.4.09

L’UCCELLO CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO





AUTORE Murakami Haruki 1997
EDITORE Einaudi 2007
TRADUZIONE Antonietta Pastore

Se esista davvero e che aspetto abbia, nessuno lo sa. Non si fa mai vedere, lo si sente solo cantare.
Si ferma sul ramo di un albero e si mette a stringere le viti del mondo, una dopo l’altra, con un rumore stridente.
Se smette, anche il mondo smette di funzionare, però non lo sa nessuno.
Tutti pensano che sia qualcosa di più grande, di più complicato e potente a far girare il mondo. Invece lo fa girare lui. Si sposta da un ramo all’altro e, man mano che procede, va stringendo le viti.
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Calarsi in un pozzo servendosi di una scala di corda era un’impresa molto più ardua di quanto avessi immaginato. Mi calai un gradino alla volta con estrema cautela. Ma per quanto scendessi, non arrivavo mai, sembrava che dovessi continuare in eterno….Quando ebbi contato fino a venti gradini improvvisamente fui preso dal terrore. Un terrore che mi folgorò come una scossa elettrica, lasciandomi pietrificato lì dov’ero. I miei muscoli si irrigidirono come il legno. Mi sentii inondare di sudore, le ginocchia presero a tremarmi. Com’era possibile che esistesse un pozzo così profondo in piena Tokyo? A due passi dalla casa dove abitavo? Tesi le orecchie col fiato sospeso. Nulla, non il minimo rumore. Neanche il verso delle cicale. L’unica cosa che si sentiva era il battito forsennato del mio cuore.
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Ad anni di distanza da Tokyo Blues, ritroviamo Toru ormai ultratrentenne, sposato con Kumiko e alle prese con un’esistenza senza brividi e un matrimonio solo in apparenza languido, in realtà infiacchito da domande mai poste. Toru si è licenziato pochi mesi prima dallo studio legale in cui svolgeva il suo tirocinio, perché stanco delle frustrazioni del praticantato e ora trascina i suoi giorni fra lavori domestici ripetitivi e un vagabondaggio improduttivo, mentre la moglie manda avanti il bilancio collaborando nella redazione di una casa editrice. Un matrimonio apparentemente senza scossoni finché lei non lo molla dalla sera alla mattina senza dargli uno straccio di spiegazione. A Toru non resta che tirare la cinghia e occupare i tempi morti meditando sui propri fallimenti.

Leggere questo libro è un’impresa, non si può negarlo. Dopo 600 pagine si arriva alla fine senza nemmeno più ricordarsi come il tutto è iniziato, perché non è più così importante. Fondamentale è il percorso che ha aperto, proprio come succede nella vita vera.
Ma non è tempo perso: Murakami riesce a pensare, vedere e raccontare in modo diverso dagli altri scrittori, può favoleggiare sulle cose più fantasiose con una naturalezza che ci affascina. Qui ritroviamo le identiche atmosfere sospese del già citato Norwegian Wood e di Dance Dance Dance: realtà mescolate all’onirico, incontri appesi in un clima surreale oppure permeati d’atroce realismo, personaggi cupi e odiosi contrapposti ad altri delicati, eroici o di una solarità esplosiva. Il suo stile spontaneo e semplice torna ancora una volta a sedurci, sempre nitido di particolari visivi e olfattivi, quasi analizzasse minuziosamente le sue sensazioni attraverso la lente di un microscopio.
Più che leggere un libro ci sembra di assistere ad un film completo di colonna sonora poiché la musica non manca mai a fare da sfondo in tutti i suoi romanzi.


A tratti la nostra vita tira avanti a ritmo lento, con lunghe soste, come il viaggio a bordo di un accelerato; ci si annoia, si pensa, si conclude poco, ma è necessario, facciamo scorte per la vita vera, quella che in altri momenti corre come un treno ad alta velocità e non si riesce più a capire dove ci si trovi o dove si stia andando. Tutto sfreccia via davanti a noi senza che abbiamo il tempo di accorgerci, vedere, valutare bene o afferrare le opportunità prima che sfuggano.
La storia è scandita con continui ritmi alternati, occasioni perse o afferrate al volo, decisioni e indecisioni, speranze e dubbi, spiragli di luce e pozzi bui. C’è confusione ed equivoco continui sulla realtà che sembra sogno e il sogno che può apparire più vero della realtà stessa.
L’inizio si è già tramutato in passato quando si è giunti in fondo ad un’esperienza; non ci si ricorda nemmeno più bene come ci si sia infilati in un’avventura, quali decisioni siano state prese, quali eventi siano capitati per sbaglio o per coincidenza, quali le occasioni che ci siamo lasciati scivolare via dalle mani e quali abbiamo invece afferrato senza sospettarne le conseguenze.

Murakami è un autore controverso. Non ci sono mezze misure: o lo si ama o non lo si sopporta proprio.
La sua caratteristica è di saper stemperare il grigiore, la ripetitività, l’inconcludenza che ha la vita nella sua routine, con eventi straordinari, fatti rivelatori, incontri inaspettati, sconfinamenti involontari nell’occulto e nell’erotismo, con una consequenzialità imprevedibile, senza per questo cadere nell’inverosimiglianza. Quante cose capitano nella nostra vita a cui non siamo in grado di dare una spiegazione razionale? Esperienze che possono sembrare poco plausibili volendole ascrivere alla logica corrente o inquadrare da un punto di vista essenzialmente pragmatico?
Le sue storie sono metafore di viaggi che può compiere la nostra mente scavando nell’inconscio, di cose che ci accadono senza che ci sia una ragione apparente a giustificarle. Potremmo accettarle più facilmente se riuscissimo a guardarle con occhio laico e possibilista.
La realtà può risultare deformata in certi momenti; ciò che non abbiamo più ci appare come un vivido sogno strappato via dalle mani del nulla. Quel che ancora non abbiamo avuto si confonde in una prospettiva sospesa e incerta fra decisione e indecisione se fare qualcosa oppure no. Fino all’ultimo non sappiamo quale realtà sceglieremo e, fintanto che non avremo scelto, sarà come avere virtualmente tutto a nostra disposizione.
Anche dopo avvenimenti dolorosi e deludenti , il mondo insensibile riprende ad essere quello di sempre, e allora, per ricominciare, bisogna lasciar cadere la parte di noi danneggiata, come la lucertola fa con la coda.
Per apprezzare Murakami è indispensabile riconoscere che ci sono troppe domande nella nostra vita che non avranno mai risposte e troppe risposte che creano nuove domande; che ci sono cose inevitabili che non vorremmo mai dover scegliere, eppure dobbiamo. Per questo forse acconsentiamo a rimanercene a lungo in stand-by, riflettendo e leccandoci le ferite aperte, aspettando che il tempo passi e si porti via il dolore, senza ragionare del fatto che questa vita è la sola che c’è dato vivere, non potremo averne un’altra in cambio qando ci accorgeremo di non averla vissuta abbastanza intensamente
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13.3.09

ESPERIENZA


AUTORE Martin Amis


EDITORE Einaudi Supercoralli


ANNO 2002




Con l’uso articolato di varie forme letterarie annodate con eleganza e gusto britannico, Martin Amis tenta di colmare la sua voragine narcisistica, scrivendo di se stesso e della sua illustre famiglia.
Ne risulta una biografia molto autocelebrativa ma di notevole spessore umano.
I continui salti temporali, con riferimenti alle innumerevoli very important persons del suo entourage e una sottintesa fiducia nella preparazione autonoma del lettore a recepire tanta sovrabbondanza di citazioni colte con agganci continui a celebrità mondane e letterarie, rendono un po’ faticoso il superamento di diversi capitoli.
Amis, blindato in uno snobismo tipicamente english, non si spreca più di tanto per cercare di agevolare il lettore ignorante ad introdursi nel suo ambiente intellettuale ed esclusivo: lascia la porta socchiusa e alla fine “chi c’è c’è”, e chi se ne è andato, “cavoli suoi”.
Sarà in ogni caso ricompensata la testardaggine dei lettori che, muniti di enciclopedia, dizionario e pazienza, avranno superato questa specie di caccia al tesoro, tenendo duro fino in fondo, perché davvero merita.
Le difficoltà sono compensate da una scrittura ricercata ma scorrevole e un materiale raffinato che appare idoneo a lettori perseveranti ed ambiziosi, a caccia di maestri di scrittura, disposti a chiudere un occhio sull’egocentrismo esasperato di quest’autore, cui va riconosciuta comunque un’accesa sensibilità.

10.3.09

DONNE (a proposito di "Festa", chi meglio del buon Hank?)


AUTORE Charles Bukowski

EDITORE Guanda

ANNO 2006

Argomenti sintetici e spesso ripetitivi, scrittura stringata e sbrigativa, dialoghi scarni all’eccesso, frasi epigrafiche prive di costruzione sintattica: malgrado le scorciatoie stilistiche alla Bukowski, non si capisce in che modo ci sia riuscito, a scrivere queste 300 pagine autobiografiche, visto che, da come la racconta, si trovava per metà tempo in preda agli eccessi alcolici e per l’altra metà occupato a disperderne i fumi o a spassarsela in compagnia di qualche donna, e a volte anche più d’una. Le donne di questo racconto (un centinaio?) sono ben tratteggiate, quasi scolpite ognuna nella sua unicità fisica e caratteriale, ma la descrizione delle loro performances erotiche e sessuali appare un po’ meccanica, monocorde e probabilmente attinta ad una quantità limitata di soggetti. Resta quindi il dubbio che molti dei numeri descritti in questo libro non siano altro che un prodotto di pura fantasia, funzionale alle esigenze autocelebrative di un uomo che si considerava perdente su altri fronti ed ha abusato di un filone molto gradito al pubblico come scorciatoia verso il successo. Che dire? Astenendosi da commenti ipocriti o moralistici il romanzo si legge d’un fiato, attanaglia, è icastico e coinvolgente, stilisticamente originale e lascia il segno. Un’altra zampata possente di quell’orso misogino del buon Hank Chinaski che, pazzo delle donne, non ne amava nessuna.

4.3.09

IL COLOSSO DI MARUSSI

AUTORE Henry Miller 1941
EDITORE Feltrinelli 2007

“In quel momento gioii di essere libero da possessi, libero da ogni legame. Sarei passato quietamente da un sogno ad un altro, nulla rimpiangendo, nulla desiderando di più.”
L’incontro con la Grecia ha rappresentato per Henry Miller qualcosa di divino, di fatale e di rivoluzionario: un’esperienza così inaspettata, che produrrà in lui il cambiamento definitivo della sua filosofia del mondo.
La Grecia è vissuta come il luogo ideale di incontro fra uomo e uomo, al cospetto del sacro. E avere l’anima greca per Miller è uno stato di grazia, che rende diverso chi scopre di possederla, com’essere portatore dentro della scintilla stessa degli dei, predestinato perché il fuoco ogni momento possa divampare, ravvivato dal meltemi e dalla Retsina, rinfrescato dalle acque cristalline dell’Egeo o da quelle più profonde dello Ionio. E’ l’anima palpitante sopra la terra rossa di nettari, arsa dai venti e corrosa dal sole abbagliante, nera di eruzioni laviche, verde di alberi ebbri di luce, che forse sono stati piantati dagli stessi dei, nei momenti di esaltazione ubriaca.
E’ in Grecia che si incontrano meraviglie che esaltano il senso del viaggio, appagando le più intense aspettative del viaggiatore, le linee inalterate nei millenni, la voce del divino che scaturisce dalle forme, lo spettacolo della natura cangiante, la poesia spontanea, la solitudine beata nei pacifici silenzi, la gioia del poco, il viaggio esplorativo all’interno di noi stessi alla ricerca delle nostre origini, di ciò che è semplice, essenziale, duraturo e definitivo.
Questo libro racconta di un viaggio compiuto più per progressione che per direzione, senza nessuna meta, un tutt’uno col percorso, in cerca di accecanti, gioiose illuminazioni, di un chiarore che entri direttamente nell’anima e apra le porte del cuore, di un’emozione che esploda dentro come una supernova e faccia del cuore una miriade di frammenti fusi incandescenti.
La Grecia è un mondo a misura d’uomo in cui si avverte ancora la presenza degli dei: vi si possono incontrare individui così pieni, così ricchi e che si sanno donare così interamente, che ogni volta che ci si separa da loro assolutamente non conta se ce ne separiamo per un giorno o per sempre. Non ti chiedono niente, solo di partecipare alla loro sovrabbondante gioia di vivere. Se è vero che i Greci hanno umanizzato gli dei allora anche gli dei hanno “umanizzato” i Greci.
Questa terra rappresenta il superamento dell’incomunicabilità.
Ad ogni pagina viene voglia anche a noi di balzare con pochi passi da gigante su per le pendici di un simbolico monte e poi arrivati in alto, fare una corsa pazza lungo la cresta e saltare in cielo: un bel volo a capofitto nell’azzurro, e via. Ma sempre con la sensazione forte che potranno passare milioni d’anni, si potrà morire e rinascere all’infinito, qui o su un’altra galassia, come esseri umani o come angeli, non importa, perché ci sono momenti che sopravvivono all’eternità e travalicano la vita stessa dell’intero cosmo.
Capita con certi libri che il narratore e il lettore restino ammanettati in un vincolo indissolubile e se ne vadano in capo al mondo insieme, non prigionieri, ma schiavi volontari di una dolce, inalienabile dipendenza.

15.2.09

LA STRADA









(The Road)
AUTORE McCarthy, Cormac
EDITORE Einaudi
ANNO 2007

Un uomo e il suo bambino di nove anni viaggiano in uno scenario post-apocalittico, scampati ad un imprecisato disastro planetario, lungo i territori di un paese innominato che, pur se geograficamente irriconoscibile per il velo di fuliggine e la coltre di cenere che ricopre tutto, è identificabile con gli Stati Uniti.
Tentano di spostarsi da est ad ovest, confondendosi spesso perché il sole è oscurato, e da nord a sud, scacciati dal clima che si fa progressivamente più rigido, fiduciosi che il mare possa offrire loro qualche estrema risorsa introvabile altrove.
Laceri, malandati e lerci, avanzano faticosamente lungo la strada, come appestati in pellegrinaggio verso un santuario di redenzione, spingendo un carrello scassato in cui hanno accumulato nel tempo tutti i loro miseri beni: coperte sudice, cerate per le intemperie, qualche scatoletta di cibo sfuggita a precedenti saccheggi dei razziatori di negozi e supermercati, un giocattolo del bambino dimenticato sul fondo.
L’umanità è rimasta decimata dall’impatto devastante col fuoco, che ha divorato tutto, e i pochi sopravvissuti affrontano una lotta impari contro carestia, malattie e intemperie: un’espiazione quotidiana alla colpa di continuare ad esistere.
Gli unici esseri viventi nei quali ci si possa malauguratamente imbattere e dai quali è vitale non farsi sorprendere sono i “cattivi”, coloro che fanno della morte altrui la propria sopravvivenza, efferati assassini, barbari sanguinari continuamente alla ricerca di carne umana di cui nutrirsi. Di “buoni” non se ne vedono quasi: se ne stanno nascosti o sono finiti divorati dagli altri.
L’uomo e il bambino viaggiano in perenne stato d’allarme, pronti a fuggire e nascondersi al minimo segnale di presenza umana. La paura è una costante delle veglie e del sonno e la consapevolezza continua di poter morire da un momento all’altro non fa che alimentare l’invidia per chi è già morto.
- Ce ne sono tanti di questi cattivi! - Dice il bambino. - Noi invece siamo i buoni, vero papà?-
- Sì noi siamo i buoni. -
- E lo saremo sempre? –
- Sì, lo saremo sempre. - Promette il padre, osservando con strazio il corpicino scheletrito del figlio che non ha mai conosciuto altra realtà che quella.
Non gli racconta che il diritto alla sopravvivenza spetta ormai solo ai più spietati e che, se non vorranno fare una brutta fine anche loro, dovranno adattarsi a nuove leggi primitive per difendere se stessi e i loro pochi averi.
Il bene più prezioso che si portano dietro è una rivoltella con un solo colpo residuo in canna. Il padre ha mostrato al bambino come rivolgerla contro se stesso per salvarsi in caso di pericolo estremo.
Dovrà tenersi pronto anch’egli ad usarla contro il figlio in caso d’emergenza, ma lo tormenta il dubbio se ci sia davvero in lui un essere simile, capace al momento buono di risolversi a questo.
I due si sono ormai adattati ad una condizione subumana, in cui la morte non sembra più il male peggiore. Pezzenti che percorrono un mondo senza più stagioni, sfruttato e saccheggiato in ogni suo angolo, in cui restano solo detriti, rottami e macerie, alberi scheletriti e cadaveri mummificati, assistendo al pietoso controspettacolo delle cose che cessano di esistere, costretti ad un viaggio a vuoto, senza meta né progetto alcuno, come criceti su una ruota che gira.
In una desolazione e dolore perenne, con le poche energie sfruttate fino all’inverosimile e nell’obbligo funesto di provvedere alla loro sopravvivenza per guadagnare un giorno in più, resistono alla seduzione di una misericordiosa morte, continuando a lottare per un’opportunità di vita in un ipotetico futuro, pur nella mancanza totale di segnali che possano offrire uno spiraglio di speranza.
Unico elemento che dà ragione a tanto sacrificio è l’amore inalienabile che li lega, il senso di protezione che si ispirano vicendevolmente e l’alleanza incrollabile instaurata fra loro. Non potrebbero farcela se ognuno non avesse l’altro per cui lottare.
Si giunge alla fine della lettura affranti e stanchi. Stanchi di una stanchezza, oltre che morale, fisica, perché McCarthy ci prende per i capelli e ci trascina a forza per la sua strada, ci spinge e ci strattona, ci fa cadere e rialzare, scappare, ansimare per il terrore, tossire, pregare, bestemmiare e rimanere senza parole…
Un romanzo di grande impatto emotivo, ben tradotto da Martina Testa, la cui lettura non può non lasciare una cicatrice. Scritto magistralmente in uno stile teso, secco ed efficace da uno scrittore potente, che non fa sconti né concessioni, ma che riesce a riempirci di tenerezza col garbo e l’innocenza di un bambino che ci piacerebbe incontrare in qualche luogo, ma speriamo non ci stia veramente precedendo sulla strada del futuro.

CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO

AUTORE Grossman, David
EDITORE Mondadori
ANNO PUBBLICAZIONE 1999

Queste pagine provano come sia possibile vivere proprio di ciò che non si ha e ci fanno scoprire come, per ogni cosa che ci è impedita, sia possibile inventarne tante altre di cui non ci credevamo capaci.

Durante un raduno scolastico Yair nota per caso Myriam: qualcosa nel suo atteggiamento lo colpisce e lo seduce. I suoi gesti gli rivelano una donna indifesa e ricettiva. Tornato a casa non riesce a togliersela dalla mente, ha la sensazione d’averla cercata per anni, gli sembra di avvertire un principio di disgelo che preannuncia l’innamoramento. Che fare? Yair è un raccoglitore di libri rari, lei è insegnante al liceo locale, entrambi sono sposati e hanno un bimbo piccolo da accudire; la possibilità che lei possa accettare una relazione con chicchessia sembra piuttosto improbabile. Ma Yair è un uomo volitivo, ha risorse intellettuali da vendere e matura presto un nuovo progetto. Tentare con Myriam un tipo di relazione come lui stesso non ne ha mai avute prima: una relazione a distanza, esclusivamente epistolare, che sia condotta da entrambi col fermo principio di mai concedersi contatti fisici, “niente corpo né carne”, e la decisione di affidare alla casualità il compito sgradito di mettere la parola fine alla vicenda.
Non sarà facile convincere Myriam a dare risposta alle sue lettere; lui la sfida ad un gioco da giocarsi interamente al di fuori di qualsiasi realtà, dove potranno preservare più a lungo l’incanto e la bellezza di un legame costruito solo sulle parole e sul sogno, “gocce che stillano dalla glandola della solitudine”.
Rinunciando a qualsiasi contatto epidermico per non farsi contaminare dalle “molecole piccole e sudate del quotidiano”, le propone questa relazione come oasi di salvezza dalle schifezze del mondo circostante e la invita ad esplorare con lui un luogo dell’amore dove si possa arrivare a non capire più chi è l’uomo e chi la donna perché in esso sarà offerta la possibilità primordiale di essere se stessi e contemporaneamente anche l’altro. Myriam gli apre l’anima lentamente e col dolore di incominciare a capirsi mentre si racconta. Arrivano a scriversi anche più volte al giorno, per mesi, di notte, in ogni momento libero, trasformando i liquori corporei in inchiostro, aggrappandosi alla penna con la forza di un abbraccio che non possono concedersi, tutto diventa scrivere anche quando non c’è più penna né foglio, perché si scrive anche solo con la mente, quando si è ossessionati dall’altro. Con grande coraggio entrambi mettono in atto i loro giochi di seduzione, Yair rivelando aspetti di se stesso scomodi e imbarazzanti che potrebbero mettere in fuga Myriam piuttosto che attirarla a sé, chiedendole di essere per lui il coltello, affilato ma misericordioso, che farà stillare da lui la verità. Myriam, anziché ritrarsi, è sempre più ammaliata e vorrebbe sciogliere il loro patto e potersi finalmente incontrare.
David Grossman, scrittore israeliano di grande sensibilità analitica, si destreggia abilmente nella psicologia maschile e femminile, delineando due personaggi che, al di là della simpatia o dell’antipatia che ci possono suscitare, nelle loro poliedriche sfaccettature risultano veri pur nei loro comportamenti a volte assurdi, fino all’epilogo nel quale, molto onestamente, lo scrittore farà autocritica maschile sulla condotta finale di Yair, confermando, una volta di più, l’antico cliché secondo cui, se la donna è disponibile ad amare e a giocarsi tutto per i propri sentimenti, l’uomo cerca più che altro di farsi amare e celebrare da lei ma è assai poco propenso a sacrificare per lei qualcosa di sé. Anzi, ottenuto lo scopo, spesso perde l’interesse e cerca di ritrarsi dalla storia con la stessa determinazione con cui vi era entrato. La circolarità del comportamento maschile lo riconduce ogni volta al punto di partenza, quasi una coazione a ripetere all’infinito gli stessi sbagli, mentre gli slanci ascensionali che la donna compie nell’impegno che offre alla relazione, la portano a subire un’evoluzione positiva anche nel fallimento.
Una lettura che piacerà soprattutto a coloro che, nell’era delle chat e della posta elettronica, abbiano già sperimentato la ”corrispondenza d’amorosi sensi” che si può instaurare fra due persone nell’approccio virtuale e, prima di riuscire a vedersi e toccarsi, abbiano assaporato il gusto dolce del desiderio e dell’attesa di un evento che spesso resterà migliore del suo concretizzarsi.

DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME


AUTORE Marias, Javier
EDITORE Einaudi - i coralli
ANNO 1998

Per un pubblico raffinato ed esigente che cerchi, oltre alla storia, una letteratura di alto livello

Che fare quando una bella donna invita a casa sua per cena un uomo da poco conosciuto, gli lascia intendere quale sarebbe il modo migliore di concludere la serata e non la smontano né le telefonate del marito che la chiama dal suo viaggio di lavoro a Londra, né i capricci del suo bimbo di due anni che non vuole saperne di lasciarsi mettere a nanna, quasi presagendo l’evoluzione degli avvenimenti?
E ancor più che fare quando poi questa bella donna, mentre ancora sono in atto i preliminari amorosi, inizia a sentirsi male e nel giro di pochi istanti avrà la pessima idea di morire?
Se lo chiede ripetutamente Victor la notte in cui questo fatto accade proprio a lui, obbligandolo ad affrontare l’oscura circostanza che tinge all’improvviso di nero la sua vita, investendolo di una responsabilità mai assunta prima: quella di dover prendere una decisione, fra le tante possibili, consapevole che la propria scelta potrà condizionare in modo irreversibile la vita di altre persone.
Victor riflette, valutando le soluzioni più opportune per trarsi d’impaccio con il minor danno possibile per gli altri ed evitando nel contempo il rischio di trasformarsi da semplice testimone ad un possibile sospettato. Abbandonare in fretta la casa con la morta nel letto e il bimbo innocentemente addormentato nella sua cameretta, oppure chiamare un medico, dare l’allarme ai vicini di casa e dover quindi spiegare la sua presenza lì in piena notte, affrontando le proprie responsabilità e le probabili conseguenze derivanti? Mentre si aggira nell’appartamento buio e silenzioso col proposito di eliminare tutte le tracce di un delitto non commesso, si sente via via più coinvolto nella vita di questa mancata amante.
Deciderà sul momento di dileguarsi senza lasciare tracce, ma nei giorni a seguire avrà un ripensamento e metterà in atto un piano per reintrodursi senza destare sospetti nell’ambiente di colei che, essendo morta prima di lasciarsi conoscere, gli ha impresso un segno ancor più profondo che se fosse vissuta e sollevato in lui interrogativi che premono per avere risposta.
Avrà così occasione di venire a conoscenza di situazioni famigliari morbose e imprevedibili, in cui ognuno è l’ingannatore di qualcuno o, se non di altri, di se stesso e, a sua volta, subisce inganni dagli altri.
L’abilità descrittiva di quest’autore ci cala immediatamente nell’atmosfera di aspettativa e turbamento che apre la storia, con pagine di narrazione indimenticabili, descritte con una molteplicità di dettagli da farci percepire con anima e corpo le stesse emozioni del protagonista. In un ritmo narrativo lento e rilassato, sapori, suoni, silenzi e odori arrivano ai nostri sensi magistralmente descritti da Marias con perfetta nitidezza.
Il romanzo, narrato in prima persona, è ambientato nella moderna Madrid, descritta in modo riconoscibile nel suo profilo urbanistico, in cui strade, palazzi e ristoranti sono facilmente identificabili e fanno da imponente cornice alla storia principale e alle piccole storie minori in essa incuneate.
Marias è uno scrittore avvincente e ricercato, capace di architettare situazioni impensabili e sapendole raccontare in modo credibile. Non tralascia occasione per sedurre il lettore, solleticandone in modo elegante le curiosità, facendolo sentire suo complice nei giri notturni, nello spiare non visto, nell’intrufolarsi senza riserbo nelle emozioni e nei pudori delle persone ignare, nello scavare nell’intimità come un predatore dell’anima, trasmettendoci il messaggio inequivocabile che la vita di tutti è dominata dall’inganno.
E’ una lettura impegnativa e intrigante, che merita senz’altro il piccolo sforzo che ci richiede per superare i pochi passaggi un po’ prolissi, unico, modesto peccato veniale di questo eccellente autore.
Marias non ha fatto della sintesi il suo modello stilistico, non risparmia mai sulle pagine; non è un ruscello che precipita a valle veloce, ma un lento fiume che scorre in pianura e ci concede di placidamente navigare ammirando i panorami circostanti, senza tenere il cannocchiale puntato verso il luogo di destinazione.

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO


AUTORE Foer Jonathan Safran
EDITORE Guanda
ANNO PUBBLICAZIONE 2005

Nulla di ciò che si legge in queste pagine è scontato; Foer è il geniale inventore di situazioni e personaggi finora inediti dimostrandosi un autore veramente innovativo.

E’ la storia piuttosto fantastica di un bambino newyorchese di nove anni, Oskar, che si trova a fare i conti con l’inaspettata tragedia del padre perito nel disastro che ha raso al suolo le Twin Towers quel triste mattino del settembre 2001. Rispedito a casa da scuola senza ancora sapere cosa sia realmente successo, ascolta dalla segreteria telefonica gli inquietanti messaggi lasciati del papà alla famiglia nei minuti che precedono la tragedia e che aprono per lui l’inquietante interrogativo su come siano stati gli ultimi momenti vissuti dal padre.
Oskar è un ragazzino sveglio, geniale e spiritoso, ma allo stesso tempo candido, tenero, bisognoso di attenzioni, e se dapprima spera che il padre possa anche essersi salvato, visto che al funerale viene interrata una bara vuota, col tempo perde speranza e finisce per cadere in uno stato depressivo.
Non riesce a rassegnarsi ad una realtà in cui l’assenza del padre diventa presenza, una tortura che non gli consente di riprendere la sua vita regolare.
Esce da casa a qualsiasi ora, trascura la scuola sfuggendo abilmente alle domande di una mamma distratta dal dolore, vigilato unicamente dall’affetto costante della nonna sul cui personaggio s’impernia un racconto collaterale, altrettanto avvincente del primo, che si sviluppa attraverso continui flash-back e che, prendendo inizio dalla seconda guerra mondiale in Europa, arriva a confluire nella storia attuale, per concluderla positivamente.
Oskar, aiutato da un buon senso e da un’intraprendenza incredibili per la sua età, inizia un pellegrinaggio fra tutti gli abitanti di New York il cui cognome è Black, impegnandosi nella ricerca dell’ipotetico proprietario di una misteriosa chiave rinvenuta per caso fra le cose del padre. E’ convinto che si tratti della chiave che aprirà la porta della rivelazione facendo luce sull’enigma che la fine del padre ha aperto e fornirà le risposte alle domande che gli premono dentro e che per la sua giovane età non sa nemmeno come formulare in concreto.
Il percorso intrapreso da questo ragazzino, candido e sensibilissimo, non privo di furbizia e animato da spiritosa intraprendenza, nient’altro è se non l’inconscia ricerca di guarigione che, infatti, avverrà gradualmente, guidandolo attraverso un’inconsapevole elaborazione del lutto cui lo porteranno i singolari personaggi che incontrerà per la città di New York, tutti eccentrici e generosi, descritti con fertile fantasia dall’autore, ognuno con la propria storia dolorosa di perdita o di lutto con cui Oskar si confronterà, imparando come ognuno cerca di lenire le ferite con strategia personale, inventandosi un sistema proprio di adattamento e consolazione.
Una galleria di personaggi, quella che Oskar conosce, tutti a loro modo positivi, anche se in certi casi un po’ estremizzati.
L’abbiamo detto da subito: è una storia fantastica, delicata, una medicina onirica per chiunque desideri un po’ di sollievo dalle tragedie insopportabili, innominabili e inspiegabili che tutti i giorni colpiscono l’umanità a tradimento.
Perché leggerlo: il libro è ben scritto, originale e ben strutturato con numerosi passaggi temporali fra il presente e il passato dei nonni di Oskar che sono la struttura portante dell’intero racconto e tengono alta l’attenzione del lettore. Contiene molte idee inedite e piacerà soprattutto a coloro che ancora non hanno dimenticato completamente il bambino che un tempo sono stati.
Non piacerà a coloro che vogliono una storia a tutti i costi credibile, che si sviluppi con logica e linearità e che dalla lettura esigono quella verosimiglianza e concretezza che non li faccia troppo scartare dal loro bisogno di contare sempre su punti fermi.

NORWEGIAN WOOD e ...il giovane Holden





(Tokyo Blues)
AUTORE Murakami, Haruki
EDITORE Einaudi
ANNO 2006

E’ sempre più difficile orientarsi fra gli oltre 600.000 titoli proposti! Però anche voi siete stufi di certo fast food editoriale che ci strizza l’occhio dai banchi delle librerie, col suo gusto plastificato, insipido o pesante da digerire, spesso dato in pasto anche ai nostri ragazzi, e avete nostalgia di vecchi sapori, di cibo cucinato a fuoco lento, raffinatamente servito, da gustare con calma e su cui meditare. Perché allora non andare a ripescare qualcosa negli scaffali del passato?
Segnalo due romanzi di formazione che la polvere del tempo non ha reso opachi: Il giovane Holden, scritto da Salinger nel ’51, un classico ancora godibilissimo, e il più recente Norwegian Wood, già edito da Feltrinelli alla fine degli anni ’80 col titolo Tokyo Blues e che Einaudi ha avuto la felice idea di ripubblicare, in omaggio ai palati fini, ribattezzandolo col nuovo titolo scippato al repertorio dei Beatles.
Cito non a caso questi due romanzi assieme perché qualcuno ha attribuito loro una sorta di gemellaggio letterario. Entrambi gli autori trattano, infatti, il tema comune della delicata età di passaggio, scrutando nei mali endemici che l’adolescenza reca in sé: il senso d’inadeguatezza e d’amara solitudine che accompagnano questo periodo critico in cui l’incanto -o il disincanto- di sperimentare la propria autonomia si scontra con le difficoltà ad omologarsi ai modelli adulti imposti dalla società.
Il sedicenne Holden e Toru, diciannovenne protagonista di Norwegian Wood, hanno in comune la vita di collegio, gli studi mal tollerati, la passione per la musica vissuta come elemento identificante di ogni passaggio generazionale. Condividono persino certe letture, sono capaci in un attimo di annegare nella malinconia e un momento dopo sentirsi esplodere di gioia. Hanno entrambi lo spessore intellettuale necessario per assurgere a dignità letteraria, la cui qualità non è certificata da ciò che fanno, ma piuttosto da ciò che pensano e dicono (o preferiscono non dire).
Si esprimono comunque secondo modelli opposti, come il dritto e il rovescio di una stessa medaglia. Se sono gemelli, non sembrano certo omozigoti, anzi a ben guardare sono proprio figli di genitori diversi: Holden è il rampollo di un’America ottimista e carismatica che regge la torcia di custode della libertà dopo le vittorie ottenute nella seconda guerra mondiale, Toru è nato in un Giappone che invece la guerra l’ha persa, non si è ancora emancipato dalle tradizioni millenarie che lo ancorano al passato e solo verso la fine degli anni ’60, grazie al boom economico, deve ubbidire all’imperativo urgente di occidentalizzarsi e porgere la mano a chi gli ha sganciato la bomba atomica. Holden, pur essendo più giovane, ha il vantaggio delle proprie certezze, che gli consentono atteggiamenti impulsivi e ribelli a differenza di Toru che, oltre a fare i conti con le normali difficoltà di crescita, deve saltare l’ostacolo del gap evolutivo che lo distanzia dai coetanei americani. Se Holden non si preoccupa di mostrarsi spavaldo, disfattista e caustico (persino verso se stesso) grazie all’impunità concessagli dalla sua posizione di ragazzo di buona famiglia, per il timido Toru, che si sente inferiore, pur non essendolo, sono doverose la prudenza e la riservatezza, qualità già intrinseche alla natura orientale. Egli lascia spesso galleggiare le sue opinioni nella palude delle possibilità, evitando di ferire le persone, di assumere posizioni radicali, attendendo che alla fine siano le circostanze a decidere per lui. Se Holden non smette un attimo di “vomitare” sentenze, affermando e contraddicendo tutto (“vomito” è uno dei termini più frequenti nel suo vocabolario), a Toru bisogna invece cavare le parole dalla gola chiusa, come cercheranno di fare le due ragazze da cui è affettivamente attratto, ma fra la cui scelta non si sa decidere.
Tenterà per prima la sensibile Naoko, già fidanzata al suo migliore amico, purtroppo finito suicida, che lo magnetizza con una bellezza, eleganza e raffinatezza senza pari: una ragazza all’antica, quasi una geisha che sa sedurlo con sensuale femminilità, ma allo stesso tempo sembra volerlo imprigionare in un immobilismo esistenziale.
Poi l’altra, Midori, sua compagna d’università, moderna ed emancipata, che tenterà di far breccia nelle sue resistenze e trascinarlo in un mondo più concreto e prosaico, sì, ma sicuramente più virile e più adulto. Fra l’una e l’altra ci sarà per Toru un brevissimo interludio, magicamente vissuto con un’affascinante quarantenne, grazie alla cui esperienza e maturità egli troverà la forza di staccarsi dal passato e fare il primo passo verso la propria inevitabile crescita.
Murakami si è dedicato alla stesura di questo libro molti anni dopo gli avvenimenti, quando riascoltando per caso una vecchia canzone (Norwegian Wood, appunto), ha sentito riaffiorare i ricordi dal mare della coscienza che, come punte di iceberg, tenevano celato sotto la superficie un patrimonio d’immagini, parole, emozioni che sembrava disperso.
L’andamento è lento, di quella lentezza con cui è tessuta la vita in certi periodi, quando il tempo sembra non passare mai, si vive nell’attesa di qualcosa, una telefonata, un incontro, anche solo un piccolo imprevisto che possa incrinare la noia e la ripetitività. Pur con delicatezza l’autore, cui la memoria si va riattivando nello scrivere, ci racconta anche i suoi ricordi più scomodi: il disagio per i propri imbarazzi di fronte ai coetanei, la paura di rimanere isolati per convinzioni e opinioni che però non si osano difendere, l’abuso d’alcool per disincagliarsi dagli ostacoli che la mente appone, gli insoddisfatti approcci alla sessualità, prima di capire che il sesso, in ogni sua espressione, può perdere attrattiva se isolato dalle emozioni. Ci colpiscono anche gli episodi di suicidio da cui entrambi i nostri protagonisti restano traumatizzati. Se però il suicidio è trattato da Salinger come via di fuga, estrema trasgressione, quasi un dispetto fatto al mondo, nella realtà di Toru questo assume significato di ideale interiore, perché per la cultura giapponese la vita non è come per noi un dono divino che solo Dio può toglierci, ma un bene privato e personale, a cui poter rinunciare liberamente se altri valori si impongono. Murakami ci trasmette il concetto, degno di considerazione, che la vita e la morte non sono opposte né contraddittorie, ma elementi complementari della stessa unicità.
Due romanzi che lasciano il segno, in cui il desiderio di capire l’altro dal profondo è sempre dominante, conferendo densità a tutto ciò che si legge, dalle implacabili elucubrazioni che Il giovane Holden ci somministra senza pausa, fino ai lunghi silenzi carichi di significato che incontriamo in Norwegian Wood.
Adatti anche a quegli adolescenti che non stanno “tre metri sopra il cielo” e non hanno “voglia di te” e non “cercano Niki disperatamente”. Da conservare fra i nostri libri per almeno altri cinquant’anni.
E’ doveroso un ringraziamento all’impeccabile Giorgio Amitrano che sempre sa impreziosire le impegnative traduzioni dal giapponese con doti proprie di fluidità, sensibilità e lirismo. Brava anche Adriana Motti che è riuscita a trasmetterci con grande spontaneità il blasfemo e corrosivo linguaggio di Holden, riuscendo a farci divertire senza mai oltrepassare la misura.

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