Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post

1.8.11

L'analfabeta che ha scritto un capolavoro



Agota Kristof è morta.

1935 - 2011 (27 luglio)
Nata in Ungheria, Agota Kristof ha abbandonato il suo Paese nel 1956 ed è emigrata in Svizzera



Una grande letteratura, la sua, che nasce da esperienze forti, personaggi ispirati a persone reali, a lei stessa, ai suoi fratelli, come i gemelli della Trilogia della Città di K.
Una sostanza che non è fatta solo di parole. Secchezza essenziale della scrittura e radicalità delle azioni, tensione estrema del confronto, prodotti da un disagio e da una sofferenza che costringono ad interrogazioni  fondamentali e non possono che registrare la crudeltà dell’esistenza.
*
“Ho sempre scritto e non potrei mai smettere di farlo del tutto. Ma negli ultimi anni ho cominciato a perderne la voglia, e poi penso che sia già stato detto tutto nei miei libri e che non avrei altro da aggiungere.”
*
Queste le parole di Kristof rilasciate durante un’intervista a “Lo straniero” nel 2008.
In un bellissimo racconto autobiografico, edito in lingua italiana da Casagrande, la scrittrice spiegò il suo rapporto difficile con la lingua francese appresa lavorando in fabbrica, lingua in cui con grande fatica arrivò a scrivere il suo capolavoro. Ma dopo cinque anni trascorsi nella Svizzera francese, continuava a non saperlo leggere: lei, che in Ungheria aveva iniziato a leggere dall'età di quattro anni,
era tornata improvvisamente analfabeta. E' la fatica di tutti i migranti del mondo che si trovano a vivere con una nuova lingua e a patire il senso di precarietà e insicurezza che la difficoltà comporta.
*
"C’est égal " (fa lo stesso) era la sua risposta ad ogni sollecitazione:  era anche il titolo originario de La Vendetta, una raccolta di racconti  che esprimono solitudini, alienazioni, fratture e perdite con i toni del grottesco e del surreale.   
*
Indifferenza o fatalismo, determinati dal fatto che, per tanti dei massimi scrittori del ‘900 e a maggior ragione di oggi, i motivi di aver fiducia negli uomini e nella storia sono per la verità assai scarsi.
*



Racconti di un'espressività folgorante:emozioni paralizzate, solitudini anelanti incontri che poi rifuggono, crudeltà dei bambini che rispecchia quella degli adulti, claustrofobiche e sadiche torture famigliari.

Il modo per ricordare questa scrittrice di poche e vere parole è citare una sua rara poesia pubblicata dalla rivista Viceversa della casa editrice elvetica Casagrande.


Nascere
Piangere poppare bere mangiare dormire avere paura
Amare
Giocare camminare parlare crescere ridere
Amare
Imparare scrivere leggere contare lottare mentire rubare uccidere
Amare
Pentirsi odiare scappare tornare ballare cantare sperare
Amare
Alzarsi coricarsi lavorare produrre innaffiare piantare mietere cucinare lavare stirare pulire partorire
Amare
Allevare educare curare punire baciare perdonare guarire angosciarsi attendere
Amare
Separarsi soffrire viaggiare dimenticare raggrinzarsi svuotarsi stancarsi
Morire.
              Agota Kristof





Fonte:
Sole24Ore - Goffredo Fofi
(mca ringrazia)

6.12.10

MANHATTAN TRANSFER

Ciò che c’è di più tremendo a New York è che quando ne avete fin sopra i capelli, non sapete più in quale altro posto andare. E’ il tetto del mondo. La sola cosa che rimane è girare, girare come lo scoiattolo in gabbia.


Con queste parole JohnDos Passos firma il suo libro principe MANHATTAN TRANSFER (1925).
John Dos Passos era nato a Chicago nel 1896, e il suo stile rifulge ancora di limpida modernità grazie al taglio scarno mutuato all’arte cinematografica (di allora).


Non è propriamente un romanzo. Si potrebbe definire una raccolta di cortometraggi girati con occhio realistico, abbastanza disincantato ma mai cinico.
Una tecnica di narrazione, la sua, apparentemente dimessa, estremamente innovativa in rapporto all’epoca, che lo ha innalzato agli onori della migliore letteratura americana, riservandogli anche numerosi riconoscimenti nella sussiegosa Europa, feudo di regnanti e dittature, in cui  "democrazia" era ancora, per i più,  una parola nebulosa da ricercare sul vocabolario.
Una miriade di piccole cronache raccolte in capitoli brevi, redatti in stile giornalistico, una sorta di follow up dei personaggi lungo un percorso di alcuni decenni. Un chiacchiericcio inestinguibile cui seguono silenzi rigeneranti, un susseguirsi caotico di bellezza e orrore in cui si rispecchia appieno la confusione della metropoli, le paure e il disorientamento che genera nei suoi abitanti. Se ne resta ammaliati e infastiditi nella stessa dicotomia della città che affascina e respinge.
I temi da lui trattati lo pongono cent’anni avanti rispetto agli argomenti portanti della nostra narrativa di allora, ancora centrata sulle piccole vicende provinciali o le tragedie rurali.
I falsi miti dell’arricchimento, le pratiche di corruzione, l’invadenza ossessiva dei giornali e della pubblicità, le insostenibili condizioni di vita nelle sacche di povertà proletaria, contrapposte alla ricchezza più sfacciata della borghesia, erano ancora argomenti lontani dalla nostra realtà sociale, ma rappresentavano già le stimmate di una dolorosa, nevrotica modernità, di cui Dos Passos ci ha dato puntiglioso resoconto in questo lavoro, considerato fra le sue opere più riuscite.         mca


Aveva smesso di piovere; un vento freddo che sapeva d’erba e di boschi increspava le pozzanghere delle strade lavate. Bud passò sotto l’arco scuro del ponte di Brooklyn. Sul marciapiede a schiena d’asino c’era un solo poliziotto che guardava il cielo sbadigliando. Pareva di camminare fra le stelle. In basso, da tutti i lati, le vie si allungavano in file picchiettate di lampioni, tra ammassi di edifici dalle finestre scure. Sotto, il fiume scintillava, così come in alto scintillava la via lattea. Il fascio luminoso di un rimorchiatore scivolò silenziosamente, dolcemente, nell’oscurità umidiccia. Un tram passò sul ponte, facendo cigolare le traverse e vibrare la tela di ragno dei fili, come quelli di un banjo scosso.
Poco importa dove vado. Non so più dove andare. Dietro di lui una zona della notte blu cominciò a diventare rossa come il ferro nella forgia. Di là dai camini neri e dalla linea dei tetti, i contorni lievemente arrossati degli edifici del centro brillavano. Tutta l’oscurità si faceva perlacea, si schiariva. Sono tutti poliziotti che mi danno la caccia, tutti: gli uomini in bombetta, i vagabondi della Bowery, le vecchie nelle loro cucine, i conduttori dei tram, gli sbirri, le baldracche, i marinai, gli scaricatori, quei musi degli uffici di collocamento. Il fiume era calmo, lucido come l’acciaio brunito delle canne di fucile. Poco importa dove vado. Non so più dove andare. Le ombre fra le vie e le case sembravano cosparse di polvere blu lisciva. Alberi di navi fiancheggiavano il fiume; fumo violetto, cioccolato, carnicino, saliva nella luce. Non so più dove andare.
Con la giacca a coda di rondine, la catena d’orologio d’oro e l’anello col sigillo, ora sta in carrozza accanto a Maria S. Va a sposare. Va a City hall, in una carrozza a quattro cavalli bianchi, per essere nominato consigliere comunale dal sindaco, e dietro di loro la luce cresce più viva, più viva… va a sposare fra il raso e la seta, va sul velluto rosa di una carrozza bianca con Maria S. a lato, tra file d’uomini che agitano i loro sigari, salutano, si levano le loro bombette marrone davanti al consigliere Bud che se ne va in una carrozza piena di diamanti, con la sua sposa da un milione di dollari…
Bud siede sul parapetto del ponte. Il sole si è levato dietro Brooklyn. Le finestre di Manhattan hanno preso fuoco. Si china bruscamente in avanti, scivola, resta sospeso per una mano col sole negli occhi. Il grido gli si strozza in gola mentre cade.

Il capitano McAvoy del rimorchiatore Prudence, in piedi al suo posto di comando, teneva una mano sulla barra; nell’altra un pezzo di biscotto che aveva inzuppato in una tazza di caffè, posta su una mensola accanto alla bussola. Un uomo ben messo, con folte sopracciglia e spessi baffi neri cerati alle punte. Stava per mettere in bocca il pezzo di biscotto inumidito quando una cosa nera cadde e picchiò sull’acqua con un gran tonfo, a pochi metri dalla prora. Nello stesso istante un uomo apparve sulla porta della sala macchine e gridò:
- Un uomo s’è buttato dal ponte! –
- Santo Dio! Il diavolo se lo porti! – imprecò il capitano McAvoy. Lasciò cadere il biscotto e diede un colpo di barra. Il forte risucchio fece girare il battello come una festuca di paglia. Tre rintocchi di campana vibrarono nella sala macchine. Un nero corse a prora con un raffio.
- Red, vieni a darci una mano qui!- gridò il capitano. Dopo qualche sforzo issarono sul ponte una lunga cosa nera e floscia. Un segnale. Due segnali. Il capitano McAvoy con le sopracciglia corrugate, stralunato in viso, rimise il rimorchiatore sulla rotta lungo la corrente.
- Ancora vivo, Red? – Domandò con voce rauca. Il nero era verde in viso e batteva i denti.
- No capitano. – Rispose lentamente l’uomo dai capelli rossi. - Ha la testa spaccata. –
Il capitano aspirò una buona metà dei suoi baffi : - Santo Iddio creatore! Che il diavolo se lo porti! – Grugnì. – Bel tiro da fare a un uomo proprio nel giorno delle nozze!-

***

28.11.10

TRILOGIA DELLA CITTA' DI K    
Kristof Agota - ed. Einaudi




Agota Kristof (1935) è ungherese. 

Nel 1956, all'intervento dell' Armata Rossa per soffocare la rivoluzione scoppiata dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria,  la Kristof, appena ventenne, senza nemmeno un addio alla famiglia, fugge dapprima in Austria, e in seguito, scortata dagli spalloni, varca i confini della Svizzera con il proprio compagno e una bambina di pochi mesi.

Trascorre un lungo periodo come clandestina, senza conoscere una parola di Francese, culturalmente isolata e perseguitata dalla paura di essere denunciata all’Ufficio immigrazione elvetico, di venire arrestata  e separata da sua figlia.

Oggi è naturalizzata svizzera, vive a Neuchatel, dove scrive i suoi libri proprio nella lingua in cui non era in grado d'esprimersi prima dell'integrazione, durante gli anni cupi dell'isolamento, lingua che ha poi studiato, iscrivendosi a un corso serale per stranieri. La trasmigrazione linguistica, con le difficoltà ad essa connesse, sembra stare proprio alla radice della sua prosa sintetica,  lapidaria, fulminea,  ed avere contribuito all'originalità di uno stile  che ha reso la sua scrittura un modello nuovo nel panorama letterario.

Raggiunse il successo internazionale nel 1987, con la pubblicazione di Le Grand Cahier , eletto Livre Européen, che, assieme a La Preuve e Le Troisieme Mensonge, andrà a confluire nella Trilogia della città di K, oggi stampato in oltre trenta paesi.
La scrittrice non ha fatto mai più ritorno al suo paese d'origine.


La vita è di una inutilità totale, è nonsenso, sofferenza infinita,
invenzione di un Non-Dio
dotato di una malvagità che supera l'immaginazione

 
Questo è un libro che legge il diavolo nei suoi rari momenti di pausa: legge e si piega in due dal ridere, ride finchè non sente i crampi alla pancia.
Un libro in tre cantiche, tutte e tre intitolate " inferno".

- La depravazione è sopravvivenza e il bene è fallimento - come sembra dimostrato dal principio su cui si è basato  l'intero processo evolutivo della razza umana. La terra è solo una colonia penale per tutti i dannati che hanno il torto di nascere.

- E' l'incubo degli uomini e delle donne davanti all'ineluttabilità del tradimento, della corruzione, della follia, della malvagità, dell'ingiustizia, l'inutilità di qualsiasi supplica, il gelo invincibile e lo sconforto infinito dinnanzi al trionfo continuo del male, senza che nessun dio vi si opponga mai.
Se non rimarrete stravolti da questa storia, vorrà dire che avete collaborato a scriverla.

- Sono frecce al curaro sparate a raffica. Ovunque vi nasconderete, riusciranno a raggiungervi e, se non vi faranno schiattare, allora è segno che siete immortali.

Se darete inizio alla lettura e vi lascerete tirar dentro al racconto, agghiacciante o sublime che possiate trovarlo, "lasciate ogni speranza o voi che entrate..."

Scrivendo, Agota Kristof si pone a una distanza stellare dalle vicende narrate.
Non sperate mai in un contatto, neanche fortuito: lei è più lontana di dio stesso.
E voi quaggiù,  leggendo,  sarete soli con voi stessi.      mca
*****/*****

21.11.10

C'E' SILENZIO LASSU'

"Autenticità è affondare le mani nella terra."



GERBRAND BAKKER
nato nel 1962 a Wieringerwaard (Olanda)
C'è silenzio lassù è il suo primo romanzo premiato
con il Gouden Ezelsoor, tradotto in dieci paesi
e in via di riduzione cinematografica.   


Lassù, poco più a Nord di Amsterdam, a poche bracciate dall’isola di Texel, la terra è piatta come la vita di chi la abita.
Ci abita Helmer, in una solitaria fattoria affacciata su uno dei tanti canali. Helmer è un uomo di mezza età, inaridito dagli avvenimenti, ama la scrittura e forse gli sarebbe piaciuto diventare un poeta.
Nel lontano 1967, tutti i giorni Helmer inforcava la sua bici e pedalava fino ad Amsterdam, per andare a seguire le lezioni di letteratura all’università.
Oggi si alza alle cinque di mattina, scende nella stalla, munge le vacche, dà da mangiare a asini e manze, conta pecore e agnelli, pulisce il letame e osserva il traffico volatile in cielo.
Non ha un televisore, non fuma, mangia quello che capita e non va mai in nessun posto, ad eccezione del mulino Bosman per girare le pale.
Ne ha piene le scatole di quella vita: pensa troppo spesso al suo gemello Henk - loro due facevano un corpo solo - finito annegato in un canale a 19 anni per colpa di una spregiudicata ragazza che, oltre ad averlo fatto innamorare, stava portandoglielo via un pezzo al giorno.


Perché vedo sempre
ogni volta che chiudo gli occhi
a letto o nei miei pensieri
i tuoi capelli, il tuo naso, il tuo petto?


A volte vedo me stesso
in uno specchio o in un vetro
subito dopo aver visto te:
l’altra metà del mio corpo.


Anche se sei giovane e bello,
penso di somigliarti,
il mio naso e il petto e i capelli
sono del tutto identici ai tuoi.


Un desiderio,
una ricerca dell’intero.

Helmer ormai ha più di cinquant’anni e nessun affetto su cui contare; non ha avuto tempo di costruirsene o forse non ci è predisposto: vive isolato nella casa rurale con l'anziano genitore relegato in un letto al piano di sopra, padre autoritario che lui detesta, che non gli ha mai fatto una carezza, non l’ha mai capito e, se vogliamo dirla tutta, gli ha rovinato la vita, forzandolo, alla morte del fratello, ad abbandonare gli studi per mettersi al lavoro nella fattoria, facendo di lui un contadino costretto a occuparsi di faccende per cui non sente alcuna inclinazione.
Helmer vive solo con una metà di sé ora, l’altra è anestetizzata o morta, forse svanita per sempre insieme a Henk.


fattoria olandese - Piet Mondrian



*
Notevole è la tensione vissuta dall’io narrante, tra nostalgia di un’eterna appartenenza al proprio gemello – la metà di uno stesso essere – e l’esigenza di sentirsi finalmente "qualcuno", un intero, esperienza che ha potuto provare una sola volta nella vita e si è subito interrotta.

Ma, a dispetto della solitudine spaventosa che prova dentro, qualcuno c’è che sa riconoscere la sua individualità e saprà restituirgliela. Una sorpresa per Helmer, perchè non era fra quelli da cui aspettarsi qualcosa.

Pochi i fatti che accadono in questa narrazione che assomiglia più che altro a un diario.
E'un confronto continuo del protagonista con se stesso, il racconto del suo rapporto con la natura e gli animali, quasi più assiduo e profondo di quello che riesce ad avere con le persone.
Una ricchezza di atmosfere che sembrano contare più della trama stessa:
- L’osservazione del tempo meteorologico che declina le stagioni, l’assuefazione al silenzio rivitalizzato da piccoli rumori subito dissolti, come uno squillo di telefono, il fruscio di una bicicletta che passa sfrecciando lungo la strada, il brontolio sommesso degli animali.
-  Una solitudine interrotta solo da rapidi passaggi terrestri, aerei od acquatici.
- Minuziose descrizioni di gesti minimi che scandiscono le ore e i pensieri della quotidianità e le lentezze legate alla semplicità della vita contadina.
Qualcuno potrebbe temere di annoiarsi, ma non è capitato a me.

Struttura scarna, prosa lenta, ma costruita con un piacevole linguaggio diversamente essenziale, che purtroppo, nella parte finale, perde la sua primitiva efficacia e fluidità: non si capisce se dovuto alla traduzione manchevole o ad una sorta di stanchezza emersa in corso d’opera.

Fatto sta che l’epilogo appare un po’ sbrigato via, sicuramente non adeguato alle attese prodotte, e penalizza il risultato dell’intero lavoro. Non va certo dimenticato che è un'opera prima.
Peccato però!    mca
***/*****

15.10.10

SABOTAGGIO D'AMORE

Al galoppo sul mio cavallo, sfilavo fra i ventilatori.  
Avevo sette anni. Niente era più piacevole che avere troppa aria nel cervello. Più la felicità fischiava, più entrava ossigeno che faceva piazza pulita.
Il mio destriero arrivò alla piazza del Gran Ventilatore, volgarmente detta piazza Tien An Men. Prese a destra per il viale della Bruttezza Abitabile.
Tenevo le redini con una mano. L’altra mano si abbandonava ad un’esegesi della mia immensità interiore, carezzando ora il dorso del cavallo, ora il cielo di Pechino.
L’eleganza del mio equilibrio lasciava senza fiato i passanti, gli sputi, gli asini e i ventilatori.
Non avevo bisogno di spronare la mia cavalcatura. La Cina l’aveva creata a mia immagine: era una fanatica delle grandi velocità. Andava a passione interiore e a folle in delirio.
Fin dal primo giorno avevo capito l’assioma: nella Città dei ventilatori, tutto quello che non era splendido, era orribile.
Il che equivale a dire che quasi tutto era orribile.
Corollario immediato: la bellezza del mondo ero io.
Non che questi sette anni di pelle, carne, capelli e scheletro avessero di che eclissare le creature di sogno dei giardini di Allah e del ghetto della comunità internazionale.
La bellezza del mondo ero io che mi pavoneggiavo a lungo, offrendomi alla luce, era il mio cervello spiegato come una vela ai soffi dei ventilatori.
Pechino puzzava di vomito di bambino.
Nel Viale della Bruttezza Abitabile c’era solo il rumore del galoppo per coprire i raschiamenti di gola, il divieto di comunicare coi Cinesi e il vuoto terribile degli sguardi.
Avvicinandosi al recinto, il destriero rallentò per permettere alle guardie di identificarmi. Non mi trovarono più sospetta del solito.
Penetrai all’interno del ghetto di San Li Tun, dove vivevo dall’epoca dell’invenzione della scrittura, cioè da circa due anni, verso il neolitico, sotto il regime della Banda dei Quattro.
Il mondo è tutto ciò che accade – scrive Wittgenstein nella sua prosa mirabile.
Nel 1974 Pechino non aveva luogo: non vedo come potrei meglio esprimere la situazione. Wittgenstein non era la lettura preferita dei miei sette anni. Ma i miei occhi avevano anticipato il sillogismo di cui sopra per giungere alla conclusione che Pechino non aveva molto a che vedere con il mondo.
Mi adattavo: avevo un cavallo e una fame d’aria tentacolare nel cervello.
Avevo tutto. Ero un’epopea senza fine.
Mi sentivo in relazione solo con la Grande Muraglia: unica costruzione umana visibile dalla Luna, lei almeno rispettava la mia scala. Non delimitava lo sguardo, lo trascinava verso l’infinito.
Ogni mattina una schiava veniva a pettinarmi.
Lei non sapeva di essere la mia schiava. Pensava di essere una Cinese. In realtà non aveva nazionalità visto che era la mia schiava.
Prima di Pechino vivevo in Giappone, dove si trovavano le schiave migliori. In Cina la qualità delle schiave lasciava a desiderare.
In Giappone, quando avevo quattro anni, avevo una schiava che mi era molto devota. Si prosternava spesso ai miei piedi. Andava bene.
La schiava di Pechino ignorava questi usi. La mattina cominciava a pettinare i miei lunghi capelli: ma lo faceva in modo brutale. Urlavo di dolore e le affibbiavo parecchi colpi di frusta mentali. Poi mi faceva una o due trecce meravigliose, con quell’arte ancestrale della treccia cui la Rivoluzione culturale non aveva torto un capello. Preferivo che mi facesse una treccia unica: mi pareva più adatta a una persona del mio rango.
La Cinese si chiamava Tre, nome che già di suo mi sembrava inammissibile. La avvertii che avrebbe portato il nome della mia schiava giapponese, che era molto bello. Lei mi guardò stupita e continuò a chiamarsi Tre. Da quel giorno capii che c’era qualcosa di marcio nella politica di quel paese.
Certi paesi fanno l’effetto di una droga. E’ il caso della Cina, che ha lo straordinario potere di rendere pretenziosi tutti quelli che ci sono stati, e addirittura tutti quelli che ne parlano.
La pretenziosità fa scrivere. Donde una quantità straordinaria di libri sulla Cina. A somiglianza del paese che le ha ispirate, queste opere sono quanto c’è di meglio (Leys, Segalen, Claudel) o di peggio.
Non ho fatto eccezione alla regola.
La Cina mi aveva reso molto pretenziosa.
Ma io avevo una scusa che ben pochi sino mani da quattro soldi potevano vantare: avevo cinque anni quando ci sono arrivata e otto quando me ne sono andata via.
Mi ricordo molto bene il giorno in cui ho saputo che sarei andata a stare in Cina. Avevo appena cinque anni ma avevo già capito l’essenziale, cioè che avrei potuto vantarmene.
E’ una regola senza eccezioni: anche i più grandi detrattori della Cina vivono la prospettiva di metterci piede come un’investitura.
Niente dà un’aria più distinta del dire con distacco: - Sono appena tornato dalla Cina. – e ancora oggi quando trovo qualcuno che per me non ha abbastanza ammirazione, lascio cadere con voce indifferente, tra una frase e l’altra, un – Quando vivevo a Pechino -.
E’ davvero una proprietà specifica: dopotutto potrei dire altrettanto bene un : – quando vivevo in Laos – che sarebbe decisamente più straordinario. Ma è meno chic. La Cina è il classico, l’assoluto, è Chanel n° 5.
Lo snobismo non è la sola spiegazione.
L’illusione ha un ruolo enorme e invincibile. Il viaggiatore che sbarcasse in Cina senza una bella dose di fantasie Cinesi avrebbe solo una visione da incubo.
Mia madre ha sempre avuto il carattere più sereno dell’universo. La sera del nostro arrivo a Pechino, la bruttezza l’ha talmente scossa che ha pianto. E’ una donna che non piange mai.

Certo, c’erano la Città Proibita, il Tempio del cielo, la Collina Profumata, La grande Muraglia, le tombe dei Ming. Ma questo la domenica.
Il resto della settimana c’erano l’immondizia, la disperazione, il cemento, il ghetto, la sorveglianza – tutti campi in cui i Cinesi eccellono.
Nessun paese rende ciechi a tal punto: chi lo lascia parla delle cose splendide che ha visto. Pur con tutta la buona fede c’è una certa tendenza a non nominare una laidezza tentacolare che non può essere passata inosservata. E’ uno strano fenomeno. La Cina è come un’abile cortigiana capace di far dimenticare le innumerevoli imperfezioni del suo corpo senza neppure nasconderle, e di far innamorare tutti i suoi amanti.
Due anni prima mio padre aveva accolto il suo trasferimento a Pechino con un’aria grave.
Quanto a me, avevo trovato del tutto inconcepibile lasciare il villaggio di Shukugawa, le montagne, la casa, il giardino.
Mio padre mi spiegò che il problema non era quello.
- C’è la guerra? – chiesi io speranzosa.
- No.
Metto il muso. Mi fa abbandonare il mio amato Giappone per un paese che non è nemmeno in guerra. D’accordo, è la Cina, suona bene. E’ già qualcosa. Ma come farà il Giappone senza di me? L’incoscienza del Ministero mi preoccupa.
Nel 1972 si organizza la partenza. La situazione è tesa. I miei orsacchiotti di peluche vengono imballati. Sento dire che la Cina è un paese comunista. Ci tornerò su. Ma c’è di peggio: la casa si vuota degli oggetti. Un giorno non rimane più niente. E’ ora di partire.
Aeroporto di Pechino: non ci sono dubbi, è un altro paese. Per misteriosi motivi, i bagagli non sono arrivati insieme a noi. Bisogna restare qualche ora all’aeroporto ad aspettarli. Quante ore? Forse due, forse quattro, forse venti. Una delle cose belle della Cina è l’imprevisto.
Benissimo. Questo mi permetterà di cominciare immediatamente la mia analisi della situazione. Vado in giro per l’aeroporto con fare inquisitorio. Non mi avevano mentito: questo paese è molto diverso. Di preciso non saprei dire in cosa consista la sua diversità. E’ brutto, si capisce, ma di una bruttezza che non ho mai visto. Ci dev’essere una parola per qualificare quel tipo di bruttezza: io non la conosco ancora.
Mi domando cosa può essere il comunismo. Ho cinque anni e sono troppo consapevole della mia dignità per chiedere agli adulti che significa. Dopotutto non ho avuto bisogno di loro per imparare a parlare. Se avessi dovuto domandare a loro ogni volta il significato delle parole, sarei ancora ai primi balbettii. Ho capito da sola che cane voleva dire cane, e cattivo, cattivo: non vedo perché mi dovrebbero aiutare per capire una parola nuova.
Tanto più che non può essere difficile: c’è qualcosa di molto particolare qui. Mi chiedo da che dipenda: la gente è vestita tutta uguale; la luce è come quella dell’ospedale di Kobe, la…
Non perdiamo la testa. Il comunismo c’è, questo è sicuro, ma non attribuiamogli un senso alla leggera. E’ una parola, quindi una cosa seria.
Qual è allora la cosa più strana che c’è qui?
All’improvviso questa domanda mi sfinisce. Mi sdraio a terra su una lastra di pietra dell’aeroporto e mi addormento all’istante.
Mi risveglio. Non so quante ore ho dormito. I miei genitori sono ancora lì che aspettano i bagagli, hanno un’aria un po’ abbattuta. Mio fratello e mia sorella dormono per terra.
Ho dimenticato il comunismo. Ho sete. Mio padre mi dà una banconota per comprare da bere.
Vado in giro. Non c’è modo di comprare bibite colorate e frizzanti come in Giappone. Si vende solo tè. – la Cina è un paese dove si beve tè – mi dico. Bene. Mi avvicino al vecchietto che serve la bevanda. Mi allunga una tazza di tè bollente.
Mi siedo a terra con questa tazza enorme. Il tè è forte e fantastico. Non ne ho mai bevuto uno così. Mi dà alla testa in pochi secondi. Sperimento il primo delirio della mia vita. Mi piace proprio tanto. Farò grandi cose in questo paese. Saltello per l’aeroporto girando come una trottola.
E all’improvviso mi trovo faccia a faccia con il comunismo.
E’ notte fonda quando arrivano i bagagli.
Un’auto ci conduce attraverso gente incredibilmente strana. E’ quasi mezzanotte, le strade sono larghe e deserte.
I miei genitori hanno sempre l’aria abbattuta, i miei fratelli maggiori guardano le cose con stupore.
La teina mi sta provocando fuochi d’artificio nel cervello. Senza darlo a vedere sono pazzamente eccitata. Tutto mi sembra grandioso, a cominciare da me. Le idee giocano a campana dentro la mia testa.
Non mi rendo conto che quest’estasi non è adatta alle circostanze. Sono sfasata rispetto alla Cina della banda dei Quattro. Uno sfasamento che durerà tre anni.
La macchina arriva al ghetto di San li Tun. Il ghetto è circondato da alte mura, le mura sono circondate da soldati Cinesi. Gli edifici somigliano a prigioni. Ci assegnano un appartamento al quarto piano. Non c’è ascensore, e le otto rampe di scale sono piene d’urina.
Portiamo su i bagagli. Mia madre piange. Capisco che non sarebbe di buon gusto mostrare il mio accesso d’euforia. Me lo tengo per me.
Dalla finestra della mia nuova camera, la Cina è brutta da far ridere. Rivolgo al cielo uno sguardo di condiscendenza. Gioco a saltare sul letto.
Il mondo è tutto ciò che accade – scrive Wittgenstein.
Secondo il giornale cinese, a Pechino avevano luogo cose edificanti d’ogni sorta.
Nessuna era verificabile.
Ogni settimana le valigie diplomatiche portavano alle ambasciate i giornali nazionali: i pezzi sulla Cina davano l’impressione di riferirsi ad un altro pianeta.
Una circolare a diffusione limitata veniva distribuita ai membri del governo cinese e per un aberrante scrupolo di trasparenza, ai diplomatici stranieri: la fonte era lo stesso ufficio stampa del Quotidiano del Popolo e conteneva notizie completamente diverse. Queste ultime erano abbastanza poco trionfalistiche da essere vere, senza che da questo si potesse concludere che erano attendibili: sotto la Banda dei Quattro i fabbricanti di versioni divergenti si perdevano anche loro.
Per la comunità straniera era difficilissimo raccapezzarsi. E non pochi diplomatici dicevano che in fondo non avevano alcun’idea di quello che succedesse in Cina.
Così i rapporti che dovevano scrivere ai loro ministeri furono i più belli e i più letterari delle loro carriere. Parecchie vocazioni di scrittore nacquero a Pechino, senza bisogno di trovare un’altra spiegazione.
Se Baudelaire avesse saputo che “ dovunque fuori dal mondo” sarebbe stato esemplificato da quell’accozzaglia cinese di vero, di falso e di né vero né falso, non l’avrebbe considerato con tanto ardore.
A Pechino, nel 1974 io non leggevo né Wittgenstein, né Baudelaire, né il Renmin Ribao.
Leggevo poco: avevo troppo da fare. La lettura era roba per quegli sfaccendati degli adulti. Dovevano pure fare qualcosa.
Io invece avevo funzioni importanti.
Avevo un cavallo che occupava tre quarti del mio tempo.
Avevo folle da abbagliare.                                                                      
Avevo un’immagine da tutelare.
Avevo una leggenda da costruire.

Martin Fletcher - los chicos

E poi, soprattutto c’era la guerra: la guerra epica e terribile del ghetto di San Li Tun.
Prendete una banda di ragazzini di tutte le nazionalità: rinchiudeteli insieme in uno spazio ristretto e cementificato. Lasciateli liberi e senza sorveglianza.
Chi suppone che i ragazzini si daranno una mano con amicizia è davvero un ingenuo.
Il nostro arrivo coincise con una conferenza al vertice in cui fu deciso che la Seconda Guerra mondiale era stata conclusa in modo affrettato.
Bisognava rifare tutto da capo, visto che niente era cambiato: i cattivi non avevano mai smesso di essere i Tedeschi.
E i Tedeschi non scarseggiavano certo a San Li Tun.
Inoltre, la Seconda Guerra mondiale non era stata abbastanza vasta; stavolta dell’esercito alleato sarebbero entrate a far parte tutte le nazionalità possibili, compresi i Cileni e i Camerunesi.
Ma né Americani, né Inglesi.
Razzismo? No geografia.
La guerra era limitata al ghetto di San Li Tun. Gli Inglesi invece abitavano nel vecchio ghetto che si chiamava Wai Jiao Ta Lu e gli americani vivevano tutti insieme nel loro recinto privato, intorno al loro ambasciatore, un certo George Bush. L’assenza di queste nazioni non ci arrecò il minimo disturbo. Si poteva benissimo fare a meno degli Americani e degli Inglesi. In compenso non si poteva fare a meno dei Tedeschi.
La guerra cominciò nel 1972. Fu proprio quello l’anno in cui ho capito una grandissima verità: a questo mondo nessuno è indispensabile, tranne il nemico.
Senza il nemico l’essere umano è poca cosa. La sua vita è un tormento, un’oppressione di vuoto e di noia.
Il nemico è il Messia.
La sua stessa esistenza basta a dinamizzare l’essere umano.
Grazie al nemico la vita, questo sinistro accidente, si trasforma in epopea.
Così Cristo aveva ragione a dire: - Amate i vostri nemici-.
Ma ne ricavava corollari aberranti: che bisognava riconciliarsi con il proprio nemico, porgere l’altra guancia ecc.
Che idea! Se uno si riconcilia con il nemico, quello non è più il nemico.
E se non c’è più un nemico bisogna trovarsene un altro: si deve ricominciare tutto da capo.
Il che dimostra che così non si va da nessuna parte.
Perciò bisogna amare il proprio nemico senza dirglielo. In nessun caso bisogna pensare a riconciliarsi.
L’armistizio è un lusso che l’essere umano non si può permettere.
La prova è che i periodi di pace finiscono sempre con nuove guerre.
Mentre le guerre si chiudono generalmente con periodi di pace.
Il che dimostra che all’uomo la pace è nociva, mentre la guerra gli fa bene.
I pochi fastidi della guerra vanno dunque presi con filosofia.
Nessun quotidiano, nessuna agenzia di stampa, nessun resoconto storiografico ha mai menzionato la guerra mondiale del ghetto di San Li Tun che durò dal 1972 al 1975.
E’ così che, fin dalla più tenera età, ho avuto le idee chiare sulla censura e la disinformazione.
Perché, insomma, come si fa a trovare irrilevante un conflitto di tre anni a cui parteciparono decine di nazioni e durante il quale furono perpetrate atrocità così spaventose?
Pretesto per questo silenzio dei media: l’età media dei combattenti si aggirava intorno ai dieci anni. I bambini sarebbero dunque estranei alla storia?
In seguito alla conferenza internazionale del 1972, una talpa informò gli adulti del conflitto che stava per cominciare.
I genitori capirono che la tensione bellica era troppo forte e che loro non avrebbero potuto impedire il conflitto imminente.
Tuttavia una nuova guerra con i Tedeschi avrebbe avuto ripercussioni insostenibili sulle relazioni con i Teutoni adulti a Pechino i paesi non comunisti devono fare fronte comune.
Così una delegazione di genitori venne ad imporre le sue condizioni; - sì alla guerra mondiale, dato che è inevitabile. Ma nessun tedesco dell’Ovest potrà essere considerato nemico-.
Questa clausola non ci arrecò il minimo disturbo: i Tedeschi dell’est erano abbastanza numerosi per farci da avversari.
Ma gli adulti volevano di più: esigevano che i Tedeschi dell’Ovest fossero incorporati nell’esercito alleato. Non potemmo risolverci a tanto. Accettavamo di non distruggerli, ma combattere al loro fianco ci sarebbe sembrato contro natura. D’altronde neppure i bambini della Germania Ovest acconsentirono: per mancanza di un nemico i poveretti furono ridotti alla neutralità. Si annoiarono da morire. (Con l’eccezione di qualche piccolo traditore che passò all’Est: defezioni anomale che non sono mai state menzionate.)
Così i grandi erano convinti che la situazione fosse normalizzata: la guerra dei bambini era una guerra contro il comunismo. Posso testimoniare che per i bambini non è mai stato così. Per la parte dei cattivi solo i Tedeschi ci entusiasmavano. La prova è che non abbiamo mai combattuto contro gli Albanesi o altri Bulgari di San Li Tun. Queste quantità trascurabili restarono fuori dal gioco.
Quanto ai russi la questione non si pose nemmeno: anche loro avevano un recinto privato. Gli altri paesi dell’Est risiedevano a Wai Jiao Ta Lu, con l’eccezione degli Jugoslavi che non avevamo ragione di considerare nemici, e dei Romeni, che gli adulti ci costrinsero ad arruolare, tanto era considerato distinto all’epoca, avere amici romeni.
Furono le sole incursioni dei genitori nella nostra dichiarazione di guerra. Mi preme sottolineare quanto ci sembrassero artificiali.
Nel 1974 io, con i miei sette anni ero la più piccola degli Alleati. Il più anziano, che ne aveva tredici, mi sembrava un vecchio. Il grosso delle nostre truppe era francese, ma il continente meglio rappresentato era l’Africa; i nostri battaglioni erano pieni di Camerunesi, Maliani, Zairesi, Marocchini, Algerini, ecc.
C’erano poi i Cileni, gli Italiani e quei famosi Romeni che non potevamo sopportare perché erano stati imposti e sembravano una delegazione ufficiale.
I Belgi si limitavano a tre: mio fratello André, mia sorella Juliette ed io. Non c’erano altri bambini della nostra nazionalità. Nel 1975 arrivarono due piccole Fiamminghe deliziose, ma erano disperatamente pacifiste: non riuscimmo a cavarne niente.
All’interno dell’esercito si venne a formare fin dall’inizio un nucleo di tre paesi indefettibili sia nell’amicizia che in battaglia: i Francesi, i Belgi e i Camerunesi. Questi ultimi portavano nomi sbalorditivi, avevano la voce grossa e ridevano di continuo: tutti li adoravano. I Francesi ci sembravano pittoreschi: ci chiedevano con autentico candore di parlare in belga, il che ci faceva morire dal ridere, e parlavano spesso di un tipo sconosciuto il cui nome – Pompidou – scatenava la mia ilarità.
Gli Italiani erano il meglio o il peggio: fra loro c’erano tanti vigliacchi quanti coraggiosi. Non solo, l’eroismo dei coraggiosi obbediva ai loro sbalzi d’umore. I più temerari potevano rivelarsi i più codardi già il giorno dopo le loro imprese. Fra loro c’era una mezza italiana mezza egiziana che si chiamava Jihan: a dodici anni era alta un metro e settanta e pesava 65 chili. Avere questo mostro nelle nostre fila era una carta vincente: lei da sola riusciva a mettere in fuga una pattuglia tedesca, ed era uno spettacolo vedere questo corpo che menava colpi. Ma la sua crescita terrificante le aveva scombinato il carattere. I giorni in cui Jihan cresceva era inutilizzabile e infrequentabile.
Gli Zairesi si battevano a meraviglia: il problema era che si battevano fra loro quanto contro il nemico. E se noi intervenivamo nelle loro lotte intestine, si battevano pure contro di noi. 
La guerra assunse presto proporzioni serie e fu evidente che il nostro esercito non poteva fare a meno di un ospedale. Al centro del ghetto, vicino alla mattonaia, trovammo una gigantesca cassa di legno che era servita per un trasloco. Dieci di noi ci potevano entrare in piedi. La cassa del trasloco fu dichiarata all’unanimità ospedale militare. Ci mancava ancora il personale medico. Mia sorella Juliette, che aveva dieci anni, fu decretata troppo carina per combattere al fronte. Fu nominata infermiera-medico-chirurgo-psichiatra-amministratore, e se la cavò a meraviglia. Rubò a dei diplomatici svizzeri, riconosciuti come salubri, garza sterile, mercuro-cromo, aspirine e vitamina C – a quest’ultima lei attribuiva poteri straordinari contro la vigliaccheria. In occasione di una spedizione ad ampio raggio, il nostro esercito riuscì ad assaltare il garage di una famiglia della Germania Est. I garage rappresentavano posizioni strategiche di grande importanza, perché era lì che gli adulti tenevano le provviste. E Dio sa se quelle scorte erano preziose a Pechino, dove al mercato si vendevano solo maiale e cavolo.
In quel garage teutonico scovammo una cassa piena di bustine di minestra liofilizzata. Fu confiscata e messa in deposito all’ospedale. Bisognava solo trovare come utilizzarla. Un’assemblea considerò con attenzione la faccenda e scoprì che la minestra in busta era molto meglio allo stato in polvere. I generali si riunirono segretamente con l’infermiera-medico e decisero che questa polvere sarebbe stata il nostro placebo di guerra: le sarebbe stato attribuito un valore di panacea sia per le ferite fisiche che per i tormenti dell’anima. Chi vi avesse aggiunto acqua sarebbe stato deferito al tribunale militare.
Il placebo ottenne un successo tale che l’ospedale non si svuotò mai. I simulatori erano scusabili: Juliette aveva trasformato il dispensario in un’anticamera dell’Eden. Faceva sdraiare i malati e i feriti su materassi di Remin Ribao, con dolcezza e serietà li interrogava sui loro disturbi, cantava loro la ninna-nanna, li sventagliava versando nelle loro bocche aperte il contenuto di una bustina di minestra in polvere. I giardini di Allah non potevano essere un luogo più piacevole.
I generali sospettavano la vera natura di quelle epidemie ma non disapprovarono uno stratagemma che, in fin dei conti sembrò loro utile per il morale delle truppe e fruttò all’esercito parecchi arruolamenti volontari: è evidente che le nuove reclute volevano diventare soldati nella speranza di essere feriti. Ma i capi non persero per questo la loro speranza di fare di esse dei valorosi guerrieri.
Mi ci volle tutta la mia ostinazione per essere ammessa nell’esercito alleato. Mi trovavano troppo piccola. Nel ghetto c’erano bambini della mia età, anche più piccoli, ma non avevano ancora ambizioni militari.
Feci valere i miei meriti: coraggio, tenacia, lealtà senza limiti e soprattutto rapidità a cavallo.
Quest’ultima virtù attirò l’attenzione. Ci furono lunghe discussioni fra i generali. Alla fine mi convocarono. Arrivai tremante. Mi fu annunciato che, in ragione della mia piccola statura e della mia velocità, venivo nominata esploratore.
- E poi, siccome sei una bambina piccola il nemico non avrà sospetti.
La meschinità di quell’insinuazione non riuscì ad intaccare la felicità che produsse in me la nomina.
Esploratore: non riuscivo a concepire niente di più bello, di più grande, di più degno di me.
Potevo prendere quella parola da un capo all’altro, in tutti i sensi, inforcarla come un mustang, appendermici come ad un trapezio: restava sempre bella.
L’esploratore era colui da cui dipendeva la sopravvivenza dell’esercito. A rischio della vita, egli avanzava solo in territorio sconosciuto al fine di scovare i pericoli. Per un minimo capriccio del destino, poteva calpestare una mina ed esplodere in mille pezzi – e il suo corpo, un puzzle di eroismo, sarebbe ricaduto a terra lentamente disegnando nell’aria un fungo atomico di coriandoli di carne - e i suoi compagni, rimasti al campo, vedendo un turbine di frammenti organici salire verso il cielo, avrebbero esclamato: - E’ l’esploratore! -. E dopo essersi elevati in proporzione alla loro importanza storica, , i mille pezzi si sarebbero fermati per un momento nell’etere, poi sarebbero atterrati con tale grazia, che perfino il nemico avrebbe pianto una così nobile oblazione. Sognavo di morire così: quel fuoco d’artificio avrebbe reso eterna la mia leggenda.
…
In tutta la mia vita, nessuna nomina mi ha mai reso felice quanto quella: mai un titolo mi è sembrato accordarsi così intimamente al valore che mi attribuivo.
Più tardi, quando mi sarei contentata di essere Premio Nobel o martire, avrei accettato senza troppo fastidio quei destini un po’ volgari, ricordando che avevo ormai alle spalle la parte più nobile della mia esistenza, e che sarebbe rimasta mia per l’eternità. Fino alla morte avrei potuto stupire la gente con questa semplice frase: - A Pechino, durante la guerra, facevo l’esploratore.-
Ho avuto un bel leggere Ho Chi Min nel testo originale, tradurre Marx in ittita, abbandonarmi ad un’analisi stilistica delle epanadiplosi del Libretto Rosso, non sono riuscita ad andare oltre le conclusioni di quando avevo cinque anni. Avevo appena messo piede in terra rossa, non ero nemmeno uscita dall’aeroporto, e avevo già capito.

Amélie Nothomb
 









*

9.10.10

MARIO VARGAS LLOSA

*
*


AVVENTURE DELLA RAGAZZA CATTIVA ****

(Travesuras de la niňa mala)                                                    
*
AUTORE Vargas Llosa, Mario
EDITORE Einaudi
ANNO 2006



Questo scrittore peruviano, prolifico e versatile, è balzato all’attenzione del pubblico durante il boom letterario degli anni ’60 e ’70, ottenendo grande successo in tutto il mondo tranne che nello stesso Perù, dove inizialmente non fu capito e alcuni fra i suoi primi romanzi vennero addirittura bruciati in piazza.
Pur amando la sua patria e soffrendo per l’arretratezza impostale da una povertà atavica e dalle umiliazioni subite da anni di feroce dittatura, è riuscito ad emanciparsi dalle influenze della letteratura latino-americana e, in questo romanzo, fa sue le atmosfere europee siglate dall’esistenzialismo francese, la Nouvelle Vague, la rivoluzione psichedelica dei figli dei fiori sbocciata a Londra agli albori degli anni ’70 e la controcultura della movida madrilena degli anni ’80.
La ragazza cattiva, o niňa mala come sarà nominata per tutto il racconto, fa la sua prima comparsa a Lima nell’estate del ’50, infiltrandosi nella compagnia di adolescenti dei quartieri alti, seducendo e scandalizzando con i suoi comportamenti esotici e molto spigliati. Lily, questo è il suo nome, interpreta i passi del mambo, appena entrato in voga, con movenze da consumata ballerina di night club più che di tredicenne di buona famiglia quale si sta spacciando; i suoi atteggiamenti maliziosi e provocanti, le palesi bugie e il misterioso riserbo di cui contemporaneamente si ammanta, creano scandalo nelle famiglie benpensanti, stuzzicano la competitività femminile, ma i maschi, che hanno appena lasciato i pantaloni corti per quelli lunghi e da poco smesso di fumare di nascosto, sono invece polarizzati da questa presenza ammaliante e fanno a gara per corteggiarla. Fra loro è Ricardo Samocurcio a subire maggiormente il fascino trasgressivo della niňa mala, restando impigliato nella sua tela come un povero moscerino.
Nonostante tenti di dichiararsi più volte, viene da lei sempre respinto, come tutti gli altri che osano farsi avanti. Non è ancora finita l’estate che la niňa mala, improvvisamente com’era apparsa, sparisce, senza lasciare traccia di sé.
Ricardo parte allora per Parigi, città cui fin da bambino ha sognato di poter approdare, santuario della cultura, capitale di tutte le capitali, e qui, tirando un po’ la cinghia, riesce a terminare gli studi, laureandosi. Pieno di speranze, si sta avviando alla carriera d’interprete e sembra che le cose per lui si mettano per il meglio, quando la malasorte gli fa rincontrare la niňa mala, di cui si stava quasi dimenticando. 

Egon Schiele

Non si chiama più Lily, ammesso che questo fosse mai stato il suo nome, ma Arlette, veste i panni di una guerrigliera pronta a partire per i campi d’addestramento rivoluzionari cubani ed esibisce un curriculum platealmente falso. I due hanno un breve rivival sentimentale durante il quale Ricardo sente riaccendersi l’antica passione, ma dovendo lei partire per forza, si rassegna a perderla di nuovo.
La rincontrerà qualche anno dopo, sposata ad un diplomatico francese, elegante, ricca e altezzosa.
A questo punto la relazione fra i due, rimandata da tempo, prende finalmente l’avvio ed essi iniziano a frequentarsi clandestinamente nell' appartamentino da scapolo acquistato da Ricardo con i suoi primi guadagni come traduttore ufficiale dell’Unesco. Ma l’innamoramento resta un sentimento a senso unico. La niňa mala, ora M.me Arnoux, non fa mistero di disdegnare qualsiasi cosa non sia finalizzata al prestigio e alla ricchezza, rinfacciandogli le sue modeste ambizioni, umiliandolo con continui cambiamenti d’umore e obbligandolo a sottomettersi alle proprie esigenze erotiche trattandolo al pari di un sex toy.
Inizia per Ricardo l’estenuante cammino lungo i sentieri accidentati della passione non corrisposta, rincorrendo la donna  ovunque, logorato dalle continue sparizioni  ingiustificate  e successive riapparizioni non appena lei si trova nei guai, o perchè in fuga da un ennesimo matrimonio, o malata e senza soldi, magari proprio nel momento in cui lui si sentiva  ormai rassegnato d’averla persa. Ogni volta sembra deciso a non voler ricominciare, pur sapendo che non sarà più in grado di rifarsi un’esistenza in cui lei non sia in qualche modo presente, non foss'altro con la sua latitanza. Tuttavia di fronte alle sue lusinghe, promesse e seduzioni, ogni volta ci ricasca, sottomettendosi, incapace di ripudiarla, offrendole ancora amore e protezione, riproponendole il matrimonio e una vita tranquilla. Ma Ricardo sa che non è la vita tranquilla che lei desidera e tutto sommato neppure egli stesso: gli strazi provocati dalle loro separazioni e la gioia assoluta che lo invade, ogni volta che la ritrova, sono diventati col tempo gioia e strazio irrinunciabili, dai quali non può più abdicare, essendo diventati per lui fonte d’ineguagliabile piacere.
Sonja-Van Willingen-Le-pont-des-Arts-

Quando alla fine lei sparirà definitivamente, Ricardo scoprirà l’esperienza consolatoria della scrittura e farà della niňa mala l’antieroina di questo romanzo-diario, in cui onestamente annoterà le sue patetiche illusioni, l’incrollabile amore e la totale abnegazione che lo hanno condotto fino alla bancarotta e al tentato suicidio, l' insana passione per una ragazza cattiva che gli avrà dato se non altro dei buoni argomenti su cui scrivere un libro.
Da qualcuno a torto criticato, il romanzo per la sua limpidezza e fluidità si offre a tutti, e pur nel ripetersi delle situazioni, non risulta mai noioso, dando anche un piacevole contributo all’analisi del clima culturale di quegli anni mitici, che meritano di essere visitati e approfonditi attraverso lo sguardo intenso di questo degno scrittore, che, anche in questa prova, merita a mio avviso la più rispettosa considerazione.

(mca 2006)

*

Lettori fissi