Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

12.8.10

FRANCESCA WOODMAN


Proseguirà fino al 24 ottobre la mostra retrospettiva che Milano sta dedicando a Francesca Woodman, la giovane artista che negli anni ’70 ha indagato e messo a fuoco le proprie nevrosi esistenziali con l'aiuto di un obiettivo fotografico. La confusione intima e l’impotenza a chiarire in modo definitivo la propria identità interiore, di cui gli scatti eseguiti sono l’esplicito racconto, l’hanno condotta al suicidio a neanche 22 anni.
116 fotografie e alcuni video di confezione amatoriale, in cui l’artista statunitense ritrae se stessa con l'ausilio dell’ autoscatto, sono in qualche modo la testimonianza di una tragedia annunciata, quella che si compì il 19 gennaio 1981, giorno in cui la Woodman ha voluto porre termine alla sua giovane esistenza.

Inizia già partendo dall’ ingrata età dei 13 anni la sua ossessiva ricerca di una verità propria, che avverte istintivamente, 
più allineata a impalpabili intuizioni che omologata alle correnti del suo tempo.
Nonostante l'inesperienza dei suoi pochi anni, Francesca segnala subito un’acuta sensibilità critica e  una presa di coscienza prematura dando vita ad immagini cariche di pathos e thanatos, se da un lato ancora intrise di infantile ingenuità, dall'altro caratterizzate da una crudezza sconcertante e quasi perversa.

L’appendere se stessa e gli oggetti (abiti, volatili crocefissi ) sembra un atto rappresentativo di uno stato d’animo sospeso, indeciso di fronte alle scelte, sempre in cerca di risposte.

Messaggi visivi che riescono a turbarci , attraverso il linguaggio del disagio, con le domande che pongono e le risposte che apertamente reclamano.
Ossessivo è l'autoritratto, con cui Francesca amava rappresentarsi in scenografie da lei stessa progettate  nel suo ambiente domestico o circondata dalla natura, in situazioni enigmatiche e in contesti fatiscenti, in piena solitudine o organizzandosi con le sue poche amiche, ma sempre mettendosi al centro di azioni di sua inventiva, con forte contenuto metaforico e simbolico. Ad un’amica che le domandava perché utilizzasse quasi esclusivamente se stessa come modello, pare che la Woodman abbia ribattuto: - "E' una questione di convenienza: io sono sempre disponibile".

La risposta, puntuale ed ironica sottolineava la condizione di giovane artista, ancora studentessa, nella necessità di contenere quanto più possibile i costi di produzione del proprio lavoro. Malgrado ciò, la sua opera non appare affatto monotematica o ripetitiva. Ogni scatto (o serie di scatti) è un’allusione o una rappresentazione teatrale in cui Francesca oltre che fotografa, è attrice, scenografa e regista di se stessa.

I suoi soggetti preferiti oltre al suo stesso corpo, ritratto in una nudità che potrebbe essere simbolicamente rappresentativa del valore della spontaneità e sincerità, sono pezzi di arredamento e di vestiario vintage, specchi, sedie, teli e carte da parati dietro a cui cerca sempre di mimetizzarsi, quasi a simboleggiarne il contraltare, cioè  l'inevitabile utilità della bugia, del  "falso" o del non dichiarato.

Some Disordered Interior Geometries, ecco come la giovane Woodman ha battezzato la sua prima ed unica collezione fotografica.
Quasi tutte le fotografie sono senza titolo tranne pochissime, fra cui questa : Three Kinds of Melon , da cui irrompe tutta la sagacia ironica e creativa di questa ragazzina, lei pure, come un frutto, maturata un po'  troppo in fretta.
E’ un’indagine su di sé, una ricerca di coesione con i simboli degli oggetti ritratti.

Caratteristica di Francesca è che in ogni foto tiene nascosta una parte di sé: molto spesso si tratta del volto, che resta tagliato fuori dall'immagine, oppure celato dietro alla capigliatura o a maschere che lei stessa costruisce.
Anche questo fatto potrebbe far pensare  ad un suo conflitto interiore: l'incapacità di manifestarsi nella propria interezza, la prudenza nel tenere segrete le emozioni, celare la propria cerebralità, se vissuta come aspetto maschile dominante, a differenza del corpo nudo che si può invece mostrare trattandosi per eccellenza del simbolo più rappresentativo della femminilità.

Nascoste però da gesti di pudore, sono quasi sempre le parti intime, che, per le pose assunte, risulterebbbero ostentate in modo eccessivamente provocatorio, cosa che non sembra essere nelle  intenzioni di Francesca benchè in ultima analisi,  si potrebbe essere indotti a sospettarlo.

Benché per ragioni di comodità abbia prediletto se stessa come modella delle sue foto, la sua opera non si fonda sull’autoritratto in sé, né lo scopo della fotografa sembra mosso da forme di mero narcisismo o esibizionismo; sembra piuttosto la messa in scena di un messaggio, anche se quale non appare ben chiaro, perché l’artista, data la sua morte precoce, non ha avuto il tempo necessario per scoprirlo.

Pareti scrostate e muri sbrecciati, pavimenti sporchi e sconquassati sono i fondali prediletti su cui si muovono tutte le scene fotografate o ripresa in video.
Nella mia interpretazione più semplicistica, la fanciulla sembra sospesa sul fragile limitare del dualismo fra maschile e femminile, in cui la parte femminile è quella di lei nuda che si espone e si lascia guardare mentre il ruolo maschile voyeristico e decisionale è giocato dalla Francesca che manovra attivamente macchina fotografica e cinepresa.
mca
 
 
 
“Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè, e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.” FW







11.8.10

DIFENDIMI





20.000 FIRME IN 10 GIORNI!
6 agosto 2010 - Tema: LEAL informa:
Insieme con Leal sostengono la campagna di protesta contro la Direttiva europea sulla vivisezione Chiliamacisegua, il Movimento antispecista, Savethedogs, Associazione animalista Lillipet, Le Sfigatte, Sos animali, Amicio Mio.

VORRESTI SALVARLO?
ECCO COSA PUOI FARE TU: FIRMA!
(NON COSTA NULLA)

...

5.8.10

JOHN FANTE

Sono sveglia dalle sei e sta piovendo a dirotto. 
Siamo d'agosto e forse è proprio l'inconsueto  tichettio della pioggia a destarmi in anticipo.
Di solito intorno alle cinque mi sveglia il caldo . E quando non è il caldo allora è l’aria condizionata, con i suoi spifferi che, a una cert'ora del mattino, cominciano a farsi gelidi. Sento le spalle intorpidirsi e così mi stiracchio le membra impossessandomi  di ogni diagonale del letto peraltro già esclusivamente mio, e se non resto subito attanagliata da un crampo micidiale, mi accalappiano i pensieri delle responsabilità disseminate come tagliole sul mio percorso ad ostacoli e allora di riprender sonno non c'è proprio più da contarci.
Così mi alzo e premo il pulsante che solleva le tapparelle; lo so, il ronzio emesso dal motorino turberà il sonno dei vicini, ma che ci posso fare, è il prezzo del progresso che si paga tutti. Davvero non ci riesco a restarmene tappata dentro con la luce elettrica accesa fino alle otto del mattino.
Questo problema prima non c'era. Nelle notti calde d'estate le finestre rimanevano spalancate sul giardino e il mio respiro tranquillo si fondeva con quello degli ulivi e delle mimose, e del gelsomino abbarbicato sulle spalliere di ferro battuto; erano i primi raggi rosati dell'aurora a darmi il buongiorno, posandosi direttamente sul mio guanciale. Ho sempre preferito sopportare un po' di caldo in più piuttosto che rinchiudermi in un bunker per beneficiare del fresco artificiale.
E’ stata la visita inattesa di un acrobatico ladro che all’alba di un ferragosto si è arrampicato lungo le condutture del gas, e che io, pur mezza addormentata, ho immortalato in un flash mentale incancellabile  sulla porta della mia camera, a farmi cambiare radicalmente le vecchie abitudini.
Se non smette di piovere oggi darò buca in ufficio.
Mi sono messa tranquillamente a leggere ma, tolte le barriere acustiche , lo scroscio della pioggia battente  sta assumendo un'intensità allarmante, diventa elemento di disturbo;  mi sorprendo a rincorrere  pensieri alieni. Vuoi vedere che anche oggi si finirà con un'allerta meteo?
No... davvero, oggi da qui non mi scolla nessuno!
Sono distesa sul letto a divorare un romanzo di John Fante. E' il secondo che leggo da quest'estate. Una scoperta letteraria un po' tardiva per una lettrice accanita come me che si pappa da tre a cinque libri al mese come media: mi ritrovo a pagina 85 senza quasi essermi accorta del tempo che scivolava rapidamente verso fine mattinata.




Il mio vecchio non aveva mai desiderato dei figli. Aveva desiderato apprendisti muratori e scalpellini. Si può dire che avesse cercato di trasformare i suoi figli in scalpellini allo stesso modo con cui sapeva trasformare la pietra, ma il colpo era andato a vuoto. Naturalmente aveva fallito, perché più ci martellava e più ci allontanava da qualsiasi forma d’amore par la sua arte...
Certe sere mio padre incastrava uno di noi ragazzi seduti sulla veranda e, uscendo sulla sua andatura ciondolante, fermandosi ad accendere un lungo Toscanello nero, faceva schioccare le dita e diceva – bene, ragazzo, muoviti, si va.
- Dove?
- Seguimi.
Per la strada procedeva svelto mentre io gli arrancavo dietro cercando di tenere il passo. Era il Gran Tour, il giro per l’opera omnia di Nick Molise. Toccava a tutti fuorché mamma e mia sorella. Può darsi che non lo ritenesse una cosa da donne.
La prima fermata nell’itinerario di mio padre era dall’altra parte della città, nel quartiere dei ricchi, là dove si trovava la biblioteca pubblica, una struttura in mattoni bianchi, in puro stile New England, con quattro colonne di pietra a sormontare una cascata di gradini d’arenaria rossa.
Si fermava dall’altra parte della strada, con le mani sui fianchi e, guardando l’edificio la faccia gli si distendeva in un’espressione ammirata.
- Eccola là, ragazzo. Non è carina? Sai chi l’ha costruita?
- Sei stato tu, papà.
- Niente male, davvero niente male.
- E’ una bellezza, papà.
- Durerà mille anni.
- Perlomeno.
- Guarda quella pietra, quei gradini. Vengono giù come acqua.
- Stupendi.
- Una cosa grande.
Mi metteva una mano sulla spalla. – Andiamo ragazzo, c’è qualcos’altro che voglio mostrarti.
Eccoci quindi su Maywood: dopo due isolati c’era la chiesa metodista con il suo campanile di pietra e in cima la celletta a vista e le pareti ricoperte d’edera. Cinque minuti di silenzio, di ammirazione rituale: rapidi sguardi verso il campanile, in quell’aria di magia impregnata della gioia di mio padre, i cui occhi danzavano sui dettagli del proprio manufatto, il cui viso era soffuso di contentezza.
- L’ho fatta io, affermava, - Sissignore: l’ho fatta io.
- Certo che sì.
Via di nuovo, di corsa, appresso a lui. Il municipio, la Banca della California, la sede dell’azienda dell’acqua e dell’energia, in stile spagnolesco, col colonnato di cotto e il tetto di tegole rosse…..
E poi via alla San Elmo High School, con qualche pausa rispettosa in corrispondenza di siti di un certo interesse….
La scuola, mattoni rossi e immense scalinate di pietra; e papà, le mani dietro alla schiena che socchiudeva gli occhi al fumo del suo sigaro.
- Non noti niente?
Scuotevo il capo. Era una dannatissima scuola, che altro?
- Guarda bene. Non si vede, non lo vedrai mai, ma io te lo mostrerò.
I miei occhi andavano a posarsi sull’epigrafe in mezzo alla facciata dell’edificio SAN ELMO HIGH SCHOOL – 1936.
- Non quella, protestava, seccato – Guarda il palazzo! Che cos’ha di speciale?
- L’hai costruito tu.
- Che altro? Cos’è quello che non vedi?
- Come posso saperlo se non lo vedo?
- Puoi se usi la testa.
Avanzavo allora lo sguardo verso il muro della scuola e lo toccavo qua e là, esaminandolo di sopra e di sotto, per largo e per lungo, stufo marcio di quel viaggio nel suo ego in cui ero costretto a recitare quella stupida parte.
- Non vedo niente.
- Quello che vedi è un edificio che è passato indenne attraverso quattro terremoti. Ora guarda da vicino e dimmi ciò che non riesci a vedere.
- I morti.
Scuoteva il capo seccatissimo. – Razza d’asino! Io dico le crepe! Le crepe del terremoto. Trovami una sola crepa in quel muro. Avanti.
- Non posso, dal momento che non ce n’è.
- Orbene. Cos’ha di evidente quest’edificio proprio perché non si può vedere?
- Le crepe.
- Perché?
- Perché l’hai costruito tu.
Si frugava in tasca. – Eccoti un quartino. Non spenderlo tutto in una volta.
Io lo pigliavo e scappavo via finalmente libero.
   Altre volte mi toccava il giro al Valhalla Cemetery, subito fuori città. Poteva accadere inaspettatamente di domenica pomeriggio, ed era allora un duro cimento, una vera agonia per un tredicenne che doveva scendere in campo come lanciatore contro i Nevada City Tigers alle due in punto ed era già l’una e mezza, ma lui era del tutto indifferente alla tua casacca, al guantone e all’imbottitura, e ti toccava andargli dietro ben sapendo che il campo di gioco si trovava a dieci isolati di distanza dall’altra parte della città.
Il Valhalla Cemetery brulicava di angeli marmorei fatti da mio padre, con le braccia e le lunghe dita distese, con le loro facce arcigne da sparvieri, spaventevoli apparizioni che parevano avvoltoi nell’atto di proteggere una carogna. Dovunque fossero appollaiati, si aveva l’impressione che già avessero profanato le tombe. 
In fondo al viale fiancheggiato dai cipressi c’era l’enorme busto del sindaco Hal Shriner, austero, dalla mascella d’acciaio, con l’espressione minacciosa e crudele di un politico truffaldino che ti fissava da un piedistallo al di sopra della fossa: gli occhi vuoti, qualche caccola d’uccello sui capelli di pietra. Mio padre si scappellava e guardava, ammirato, come un turista incantato dal David di Michelangelo; io intanto davo colpi al mio guantone da baseball, impaziente.
- Fanno nove anni da quando è morto - rimuginava mio padre. - Ormai se n’è andato, finito. –
I suoi occhi incrociavano quelli del sindaco – Salve, sindaco, vecchio figlio di puttana, come ti trattano laggiù?
Io facevo vagare il mio sguardo su quel mare di lastre tombali e gemevo. Mi pareva che avessimo ancora interi acri da attraversare. Il mondo intero si era tramutato in un cimitero. Bel modo di riscaldarsi prima di una partita di baseball! Lui lo sapeva perché fremevo e ribollivo, scalpitando sulla ghiaia con le mie scarpe chiodate: sapeva ma non gliene importava un fico mentre solennemente si dirigeva, lungo il viale, alla tomba della vecchia Loretta Stevens, la bibliotecaria, modellata a forma di libro aperto, con le date della defunta cesellate sulla pagina aperta.



Ditemi come si può vivere una vita ignorando la piacevole lettura di John Fante. La sua signorilità che non viene mai meno neppure nell'uso (infrequente) del turpiloquio, le sue decisioni brucianti affossate da rapidi ripensamenti; e che occhio attento, che eleganza di stile, che facilità di linguaggio e quale sopraffina ricercatezza nell'impiego dei termini più semplici. Finchè non lo conosci non sai cosa ti stai perdendo, ma dopo che l'hai conosciuto diventa un’altra faccenda: chi me lo risarcisce tutto il tempo perduto? Come non essersi accorta per anni che Antonio Banderas è un vicino di casa. Un'occasione buttata al vento, una vita a ramengo, con danno esistenziale emergente per cui fare causa all’amministratore di condominio..
Spiegatemi un po’ voi perché, per esempio, nella società mediatica di oggi, si debba venire a conoscere tutto, ma proprio tutto, di quella imbelinata vita di Belan e non aver mai sentito nominare da nessuno un genietto come John Fante. Ditemi perché, girando tutte le librerie della “grande metropoli itagliana", non si riesca a trovare una sola copia dei racconti di Flannery O’ Connor e si venga invece travolti dalla valanga  di copie, fra stampe e ristampe, del Volo di Fabio? C'è di peggio, lo ammetto, ma è pur vero che c'è anche di meglio e questo meglio è sempre più arduo riuscire a procurarselo.
Che andassero un po’ affannnculo quelli che tengono i cordoni della cultura di massa, scribacchini da monnezza, bottegai del papier hygiénique imprimé, merdivendoli disalfabetizzanti, notiziaristi inabili a qualsiasi informazione che meriti più di trenta secondi di ascolto.
E tanto per rimanere in tema, nella pausa che mi sono concessa per sbocconcellare qualcosa seduta davanti al TG5 delle 13,00, ecco che ti sento dire da uno di questi telegeni, proprio pochi minuti fa.
Riferendo di un' impiegata infedele delle Poste italiane , che avrebbe nel corso della sua modesta carriera sottratto alla consegna qualcosa come quindicimila missive: L'ha fatto per il carico di lavoro TROPPO ECCESSIVO. Ora va bene enfatizzare tutto, come vostra abitudine, lo teniamo in conto, ma “troppo eccessivo” è veramente troppo! 
O è troppo o è eccessivo, d'accordo?. 
E tutti i giorni ce n'è qualcuna di nuova. Sarà mai possibile che lì dalle vostre parti non ci sia nessuno allergico a tutta sta vergogna che producete e spiattellate davanti a milioni di vittime ? E guadagnatevelo un po' lo stipendio che di tasca nostra vi paghiamo, oppure fateci il piacere di sloggiare. (Dove le ho già sentite ste parole?)
Vabbè, colpa mia! che ho sempre 'sta fissa dei TIGGI’: manco dovesse cadere il governo da un momento all'altro!
Meglio avrei fatto ad impegnami nella preparazione di qualche manicaretto succulento: leggere della signora Molise, cuoca sopraffina che, con gli odori mediterranei e afrodisiaci emanati dalla sua cucina, richiama affetto a volontà e commensali alla sua tavola quanti ne vuole, mi ha risvegliato il capriccio di una bella spaghettata con le melanzane. Quanto sarà che non mangio un piatto di spaghetti? Un anno, se togliamo quelle due, tre volte in cui mi sono lasciata tentare al ristorante.
Ci vogliono spaghettini numero 3 o 4 cotti ben al dente, calcolando un minuto di meno sul tempo di cottura raccomandato, e melanzane affettate fini, passate preventinamente nell'olio bollente, e ben asciugate dall'unto in eccesso sull'apposita carta assorbente.
In un largo tegame si fa poi scaldare un po' d'olio a bassa temperatura, con alcuni spicchi d'aglio, un pizzico di origano e un peperoncino, ci si buttano a tempo giusto le melanzane con la passata di pomodoro, si sala e si lascia andare a fuoco lento intanto che la pasta cuoce. Bisogna saper conciliare bene i tempi di preparazione perchè la pasta non deve venir pronta in anticipo altrimenti incolla. Va buttata nel tegame a fine cottura e spadellata con le melanzane e, solo alla fine, con l'aggiunta di due cucchiaiate di ricotta fresca. Un po' di parmigiano grattato in cima non guasta. Il trucco sta tutto nell'uso di ingredienti di ottima qualità, soprattutto per l'olio, compreso quello usato per la friggitura iniziale, l'origano che deve essere fresco, ancora attaccato al suo rametto, e la ricotta, che io suggerisco di pecora, perchè dei formaggi vaccini, al di là del parmigiano, credo non ci sia molto da fidarsi.
E' chiaro che la signora Molise, anche seguendo una ricetta diversa da questa che è la mia, (regolatevi di conseguenza se vorrete fare degli esperimenti) non avrebbe avuto tempo restante per occuparsi di telegiornali: la sua soddisfazione si sarebbe misurata interamente sull'appetito dei commensali riuniti e sull'onore fatto alla sua abilità di cuoca. Sono scelte.
Basta! Finché non spiove non mi scollo più dal libro; non penso, non sento, non parlo e non esco; voglio fare indigestione di John Fante e della signora Molise, donna timorata di Dio e del marito, e di Nick Molise, muratore eccelso  e gran figlio di puttana e di tutta la combriccola di squinternati che gli fanno corona.
Lo voglio come risarcimento, ingozzarmi delle sue chicche fino a sentirmi scoppiare la pancia e la testa e, quando sarò finalmente sazia, manderò un ringraziamento telepatico a quel vecchio dannato di Bukowski,  che nel suo romanzo   "DONNE" ha avuto il merito di officiare il rito di resurrezione di questo autore dalla tomba della mia memoria: sarà stato merito tuo, caro zio Hank, tuo e di quell' adorabile  nipote che tieni e che ci ha presentati,  se non morirò avendo ignorato il grande John Fante.
E' una regola da cui non si scappa, che se non si muore ignoranti di una cosa si dovrà morire ignoranti di un’altra, non siamo enciclopedie, l’importante è non rendersene conto.
Ignorare la propria ignoranza è un fattore determinante per tutelarsi dall'infelicità…

La notte era fredda e nebbiosa. Portai i bagagli e un sacco di attrezzi dal furgone alla casetta sette. Era una tipica sistemazione da motel: cucinotto con bar, divano, tappeto e un paio di poltrone, un televisore e il letto.
Il letto non mi piacque. Era matrimoniale, il che voleva dire che avrei dovuto dormire con il vecchio. Infastidito mi ci sedetti sopra e considerai il dilemma. Mai avevo dormito con mio padre. Raramente l'avevo appena toccato in vita mia, a parte qualche isolata stretta di mano nel corso degli anni, e adesso proprio non avevo nessuna voglia di dormirci assieme. Considerai le sue vecchie ossa, la sua vecchia pelle, la sua vecchiezza solitaria e stramba, quella vecchiezza fradicia di vino che era sua e di quei suoi amici beoni e immorali; e considerai che razza di figlio di puttana era stato, un irragionevole wop, tirannico, zoticone, dissipato che mi aveva attirato nel tranello di questo safari su per le montagne, lontano da casa, dalla moglie, dal lavoro, e tutto per via della sua leziosa vanità, tutto per far vedere che era ancora un mastro di prima categoria.
E allora tutto mi tornò in mente. Avevo dieci anni e mi trovavo ad un ballo per strada a San Elmo, era la festa del 4 luglio. Me ne stavo da parte, ai margini del ballo. A frugare nei bidoni dell’immondizia. Nell’oscurità intravidi un uomo e una donna che facevano l’amore appoggiati a una cabina del telefono, la donna si teneva alzata la sottana e l’uomo le si spingeva addosso. Sapevo che cosa stavano facendo, però ebbi paura e mi accucciai dietro una pila di cassette. Mano nella mano l’uomo e la donna vennero nella mia direzione. L’uomo era mio padre. La donna era Della Lorenzo, una che abitava a due porte da noi, era sposata e aveva due figli, miei compagni di scuola.

Da quel momento in poi non giocai più coi fratelli Lorenzo. Provavo vergogna a guardarli in faccia. E odiavo mio padre, odiavo la signora Lorenzo, mi sembrava così ordinaria, così sciatta e banale. Odiavo la casa dei Lorenzo e il loro cortile. Presi a calci il loro bastardino e tirai il collo a uno dei loro pollastri. Quando l’anno dopo la signora Lorenzo morì di cancro al seno rimasi indifferente. Se l’era voluta. E senza dubbio adesso si trovava all’inferno, a preparare il posto a mio padre.

Brani tratti da:
La confraternita dell'uva
di John Fante
.

30.7.10

IL POETA E' SOLO


 E’ presto ancora in questo mondo, mi senti    
i mostri non sono stati domati, mi senti             
il mio sangue perduto e l’affilato, mi senti  
coltello
come ariete corre nei cieli
e delle stelle spezza i rami, mi senti
sono io, mi senti
ti amo, mi senti
ti prendo per mano, ti conduco, ti metto
la bianca veste nuziale di ofelia, mi senti  
dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti
ti tiene per mano là sopra tra i diluvi
le gigantesche liane e la lava dei vulcani
verrà giorno, mi senti
che ci seppelliranno e poi, dopo migliaia di anni, mi senti
non saremo che pietre lucenti, mi senti    
dove si rifrangerà l’indifferenza, mi senti
degli uomini
e in migliaia di pezzi ci butterà, mi senti
nell’acqua ad uno ad uno, mi senti
conto i miei amari ciottoli, mi senti
e il tempo è una grande chiesa, mi senti
dove le icone a volte, mi senti
dei santi
piangono lacrime vere, mi senti
le campane aprono in alto, mi senti
un profondo valico per lasciarmi passare
gli angeli aspettano con ceri e salmi funebri
non me ne andrò via di qui, mi senti
o insieme tutti e due o nessuno, mi senti
questo fiore delle tempesta e, mi senti    
dell’amore
una volta per sempre lo cogliemmo, mi senti
e non potrà più fiorire, mi senti
su altri pianeti o stelle, mi senti
non c’è la terra e neppure il vento
lo stesso vento che toccammo, mi senti
e non un giardiniere che ci sia riuscito, mi senti
da inverni e bore simili, mi senti
spuntare un fiore, solo noi, mi senti
in mezzo al mare
con la sola volontà dell’amore, mi senti        
alzammo intera tutta un’isola, mi senti
con grotte, promontori e rupi in fiore
senti, senti
chi parla alle acque e chi piange – senti?
chi cerca l’altro, chi grida – senti?
sono io che grido ed io che piango, mi senti
ti amo, ti amo, mi senti. 
MONOGRAMMA
Odisseas Elitis
(1911-1996) premio Nobel per la letteratura 1979



 La poesia di Odisseas Elitis conversa con il mare. Racconta di vento, rocce, alberi di acacia, amarilli, olivi, ciottoli e sentieri. Vi si trovano templi antichi, chiesette sperdute, bianchi cortili, giovani donne con «l’età del mare negli occhi e la salute del sole nel corpo», e una solitaria, irriducibile, eversiva fede nella felicità. Figlio di genitori originari di Lesbo, Odisseas Alepudelis - questo il vero nome - nacque a Iraklion, sull’isola di Creta, nel 1911. Durante le estati di navigazione sulla barca di famiglia assorbì nel corpo e nell’anima la luce dell’Egeo: da questa infanzia all’insegna dei cinque sensi - della loro libertà informale, immediata - nasce una delle opere più «solari» del Novecento, insieme a quella di García Lorca, cui l’accomuna il tono di fierezza e di malinconica, ritmica gioia. «Gli europei e gli occidentali - diceva Elitis - trovano sempre il mistero nell’oscurità, nella notte, mentre i Greci lo trovano nella luce, che per noi è un assoluto». Intessuta dei raggi di questo assoluto è ogni riga dei suoi scritti, che non sono mai ritiro edenico, quanto piuttosto disciplina del vivere e del comporre: «La Grecia e il suo paesaggio sono l’alfabeto di elementi naturali a cui ho cercato di trovare una corrispondenza morale nella poesia».
Al cospetto di questa luminosa, impegnativa saggezza le epifanie personali del poeta - la danza di una lucertola sui marmi di Olimpia, una farfalla che si posa sul seno nudo di una ragazza addormentata al sole tra le piante di limoni, i delfini visti da un battello tra Paros e Naxos - assumono valore universale, ricomponendo anche nell’anima del lettore «i frammenti della vita che teniamo nascosta o consentiamo che ce li tengano disgiunti».

Trasferitosi a Parigi nel ’48, vi conobbe, oltre ai maggiori poeti del suo tempo, artisti come Picasso, Léger, Matisse, Chagall, Giacometti: a loro e ad altri presterà lo sguardo di un critico d’arte professionista, come testimoniano i saggi raccolti ne "La materia leggera - Pittura e purezza nell’arte contemporanea". In quegli stessi anni di vagabondaggio europeo, oltre a lavorare per la radio nazionale greca e a fornire testi al musicista Mikis Theodorakis, Elitis getta le fondamenta di Axion Estì (Dignum est), odissea interiore dell’uomo moderno e sua opera più rappresentativa. Elitis non ha mai cercato l’amore ma «il vento e dell’alto mare aperto il galoppo» e ad un certo punto si trova coinvolto in un rapporto non più limitato all’Eros, per quanto questo sia sempre stato per lui ricco di profonde risonanze paniche. 
Le sette poesie di Monogramma fissano in versi immortali, per struttura e bellezza, ciò che non può più essere definito, con parole troppo terrene, un amore infelice, non ricambiato. È piuttosto un incontro scritto nelle stelle, foriero di destino, da cui filtra una luce che allo stesso tempo ferisce e trasporta il poeta, e chi lo legge, in quello che Simone Weil chiamava, cercando di definire l’amore, un «evento dell’eternità».
Dopo il testo originale in greco di Monogramma, vengono offerte al lettore la versione italiana di Marco Vitti, primo traduttore cronologico del poeta, per poi proseguire, in direzione dell’Oriente, con quelle in spagnolo, francese, inglese, tedesco, russo, bulgaro, rumeno, chiudendosi con la traduzione italiana di Paola Maria Minucci, curatrice del volume, amica di Elitis e professoressa di Letteratura neogreca all’Università La Sapienza. «Ogni traduzione - ci dice - è anche una lettura critica, essendo quella del poeta un’opera aperta». Raramente un artista ha ricevuto omaggio più sentito, a metà strada tra le parole e il loro suono capace di commuovere al di là del significato, come accade in musica.

La poesia di Elitis appartiene al futuro. Nella sua opera - di nuovo, come nella musica - si respira tensione verso una silenziosa, indicibile pace. Il poeta la desidera, la insegue, qualche volta la ottiene, senza mai perdere la speranza che questa possa avverarsi anche per l’amata, in definitiva per tutti. Ma spesso Odisseas è solo. «Mi senti?» è l’intercalare affannoso di Monogramma.
«Mi basta bere un sorso di acqua pura e mangiare soltanto pane o pensare intensamente ad un’isola dell’Egeo nel sole di mezzogiorno e al fragore della risacca per ritrovare l’equilibrio in un sentimento che non è precisamente né fede metafisica, né autosufficienza estetica, né scorta di risorse fisiche, ma qualcosa, direi, come la certezza che esiste ancora una sufficiente riserva di luce nel mondo, che può controbilanciare le tenebre e che aiutandola ad emergere, e solo con questo, si rientra nell’armonia con l’esistenza e con il suo destino».

Tommy Cappellini
(mca ringrazia)
.

28.7.10

Non voglio vedere il sangue del toro sull'arena




Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
Una sporta di calce già pronta
Il resto era morte e solo morte
Alle cinque della sera.
Il vento portò via i cotoni
E l’ossido seminò cristallo e nichel
Alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
E una coscia con un corno desolato.
Cominciarono i suoni di bordone
Alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo,
Negli angoli gruppi di silenzio.
Solo il toro ha il cuore in alto!
Quando venne il sudore di neve
Quando l’arena si coperse di iodio
La morte pose le uova nella ferita
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.
Una bara con ruote è il letto
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
Il toro già mugghiava dalla fronte
Alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
Da lontano già viene la cancrena
Tromba di giglio per i verdi inguini
Alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
E la folla rompeva le finestre
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque in ombra della sera!


- Bullfight - Martin Fletcher 1956
  
             
                                          Non voglio vederlo! 
                                Di’ alla luna che venga, 
                                               ch’io non voglio vedere il sangue 
                                                                  d’Ignazio sopra l’arena.


                                                                               Federico Garcia Lorca
Tratto da:
LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS

(1935)


.

20.7.10

PIU' LONTANO DI TUTTE LE STELLE



Magritte - La page blanche
***

Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure
quando sorgono gli astri
a bere dalla luna,
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione,
orologio pazzo, che suona
antiche ore morte.
Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle,
più dolente della dolce pioggia...

                 Federico Garcia Lorca




.

19.7.10

ODE ALLA STAMPA

Amare la scrittura è anche amare i caratteri tipografici, le singole lettere che vanno a comporre  parole e frasi, e l'odore acre dell'inchiostro che si sprigiona dalle pagine fresche di stampa.
Incontrare un libro sul banco di una libreria, provare il piacere tattile di toccarlo, sfogliarlo, incuriosirsi del titolo, farsi catturare dall'incipit o dal commento di copertina, e infine portaselo a casa e sistemarlo fra le proprie cose in attesa del momento ideale per iniziare a leggerlo è una sequenza di emozioni che nessun e-book potrà mai sostituire.


Mark Kostaby - Perishable Prose

Lettere lunghe, severe, verticali, fatte di linea pura, erette come l'albero maestro del naviglio in mezzo alla pagina piena di confusione e di turbolenza. Bodoni algebrici, lettere capitali, fini come levrieri, metallici martelli dell'idioma...




...Lettere,
continuate a cadere
come pioggia necessaria
sulla mia strada.
Lettere di tutto
ciò che vive
e che muore,
lettere di luce, di luna,
di silenzio,
d'acqua,
vi amo                                                                        
e in voi
raccolgo
non solo il pensiero
e il combattimento,
ma i vostri vestiti,
i sensi
e i suoni.  

 - Isla Negra 1955 -
Trad.Giuseppe Bellini







.

18.7.10

LA DANZA E' INSCINDIBILE DAL DESIDERIO

Pina Bausch 1940-2009   Ballerina e coreografa tedesca formata alla Folkwang Hochschulee, scuola di teatrodanza di  Kurt Jooss, allievo e divulgatore delle teorie estetiche dell'Ausdruckstanz. Qui apprese le basi dell'arte della danza interpretata in chiave espressionista, che prevede addizionali recitative, come l'uso del gesto teatrale, di elementi scenografici e della parola.
Fa parte di quegli artisti che hanno plasmato opere splendide determinando una scissione fra il "prima" e il "dopo", come  Wagner in musica, Picasso in pittura, Joyce in letteratura. Imprescindibili campioni che hanno aperto varchi per introdurci in paesaggi inediti, dando vita ad un nuovo stile di "racconto", ad un universo onirico espresso con realismo, misterioso e al tempo stesso riconoscibile nel suo toccarci le corde profonde del "non-detto". Ancor più che coreografa e regista, è stata autrice di un continente a parte, poetessa nell'ambivalenza, nell'allusione comica o sofferta, nella volubilità dei significati.
.
"Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti.
Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, senza sapere più che cosa fare.
A quel punto incomincia la danza."


BAMBOO BLUES - 2009 spoleto52

La visionarietà dei suoi lavori, dove gli interpreti piangono, ridono, trascinano con veemente passionalità schegge di se stessi sotto i riflettori, sorprende e sconcerta il tradizionale pubblico dei ballettofili ma appassiona il mondo del teatro e del cinema. Capofila europea di questa nuova tendenza, ha realizzato spettacoli dal fortissimo impatto visivo che non tendono all’astrazione, ma all’espressione dei forti disagi emotivi dell’uomo contemporaneo. Nelle sue opere – narrativamente non lineari – musica, gestualità ordinaria, canzoni e naturalmente movimenti danzati compongono crudi affreschi di vita quotidiana. L’isolamento e l’infelicità, l’incomprensione fra uomo e donna, la violenza nascosta dai tabù sociali, sono temi ricorrenti.

                        Pina Bausch - "endangered species" 1990 


.

14.7.10

THANKS MARK KNOPFLER, I'M IN TROUBLE NOW




LIVE FOREVER BROTHERS IN ARMS
.

                BUT NEVER AGAIN BROTHERS IN ARMS                   



Brothers in Arms - Dire Straits - Mark Knopfler
Concerto per Nelson Mandela 1988


                                                    to M.K. from mca


These mist covered mountains
Are a home now for me
But my home is the lowlands
And always will be
Some day you'll return to
Your valleys and your farms
And you'll no longer burn
To be brothers in arms


Through these fields of destruction
Baptism of fire
I've watched all your suffering
As the battles raged higher
And though they did hurt me so bad
In the fear and alarm
You did not desert me
My brothers in arms

There's so many different worlds
So many different suns
And we have just one world
But we live in different ones.

Now the sun's gone to hell
And the moon's riding high
Let me bid you farewell
Every man has to die
But it's written in the starlight
And every line on your palm
We're fools to make war
On our brothers in arms

***

Lettori fissi