Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

26.4.09

L’UCCELLO CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO





AUTORE Murakami Haruki 1997
EDITORE Einaudi 2007
TRADUZIONE Antonietta Pastore

Se esista davvero e che aspetto abbia, nessuno lo sa. Non si fa mai vedere, lo si sente solo cantare.
Si ferma sul ramo di un albero e si mette a stringere le viti del mondo, una dopo l’altra, con un rumore stridente.
Se smette, anche il mondo smette di funzionare, però non lo sa nessuno.
Tutti pensano che sia qualcosa di più grande, di più complicato e potente a far girare il mondo. Invece lo fa girare lui. Si sposta da un ramo all’altro e, man mano che procede, va stringendo le viti.
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Calarsi in un pozzo servendosi di una scala di corda era un’impresa molto più ardua di quanto avessi immaginato. Mi calai un gradino alla volta con estrema cautela. Ma per quanto scendessi, non arrivavo mai, sembrava che dovessi continuare in eterno….Quando ebbi contato fino a venti gradini improvvisamente fui preso dal terrore. Un terrore che mi folgorò come una scossa elettrica, lasciandomi pietrificato lì dov’ero. I miei muscoli si irrigidirono come il legno. Mi sentii inondare di sudore, le ginocchia presero a tremarmi. Com’era possibile che esistesse un pozzo così profondo in piena Tokyo? A due passi dalla casa dove abitavo? Tesi le orecchie col fiato sospeso. Nulla, non il minimo rumore. Neanche il verso delle cicale. L’unica cosa che si sentiva era il battito forsennato del mio cuore.
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Ad anni di distanza da Tokyo Blues, ritroviamo Toru ormai ultratrentenne, sposato con Kumiko e alle prese con un’esistenza senza brividi e un matrimonio solo in apparenza languido, in realtà infiacchito da domande mai poste. Toru si è licenziato pochi mesi prima dallo studio legale in cui svolgeva il suo tirocinio, perché stanco delle frustrazioni del praticantato e ora trascina i suoi giorni fra lavori domestici ripetitivi e un vagabondaggio improduttivo, mentre la moglie manda avanti il bilancio collaborando nella redazione di una casa editrice. Un matrimonio apparentemente senza scossoni finché lei non lo molla dalla sera alla mattina senza dargli uno straccio di spiegazione. A Toru non resta che tirare la cinghia e occupare i tempi morti meditando sui propri fallimenti.

Leggere questo libro è un’impresa, non si può negarlo. Dopo 600 pagine si arriva alla fine senza nemmeno più ricordarsi come il tutto è iniziato, perché non è più così importante. Fondamentale è il percorso che ha aperto, proprio come succede nella vita vera.
Ma non è tempo perso: Murakami riesce a pensare, vedere e raccontare in modo diverso dagli altri scrittori, può favoleggiare sulle cose più fantasiose con una naturalezza che ci affascina. Qui ritroviamo le identiche atmosfere sospese del già citato Norwegian Wood e di Dance Dance Dance: realtà mescolate all’onirico, incontri appesi in un clima surreale oppure permeati d’atroce realismo, personaggi cupi e odiosi contrapposti ad altri delicati, eroici o di una solarità esplosiva. Il suo stile spontaneo e semplice torna ancora una volta a sedurci, sempre nitido di particolari visivi e olfattivi, quasi analizzasse minuziosamente le sue sensazioni attraverso la lente di un microscopio.
Più che leggere un libro ci sembra di assistere ad un film completo di colonna sonora poiché la musica non manca mai a fare da sfondo in tutti i suoi romanzi.


A tratti la nostra vita tira avanti a ritmo lento, con lunghe soste, come il viaggio a bordo di un accelerato; ci si annoia, si pensa, si conclude poco, ma è necessario, facciamo scorte per la vita vera, quella che in altri momenti corre come un treno ad alta velocità e non si riesce più a capire dove ci si trovi o dove si stia andando. Tutto sfreccia via davanti a noi senza che abbiamo il tempo di accorgerci, vedere, valutare bene o afferrare le opportunità prima che sfuggano.
La storia è scandita con continui ritmi alternati, occasioni perse o afferrate al volo, decisioni e indecisioni, speranze e dubbi, spiragli di luce e pozzi bui. C’è confusione ed equivoco continui sulla realtà che sembra sogno e il sogno che può apparire più vero della realtà stessa.
L’inizio si è già tramutato in passato quando si è giunti in fondo ad un’esperienza; non ci si ricorda nemmeno più bene come ci si sia infilati in un’avventura, quali decisioni siano state prese, quali eventi siano capitati per sbaglio o per coincidenza, quali le occasioni che ci siamo lasciati scivolare via dalle mani e quali abbiamo invece afferrato senza sospettarne le conseguenze.

Murakami è un autore controverso. Non ci sono mezze misure: o lo si ama o non lo si sopporta proprio.
La sua caratteristica è di saper stemperare il grigiore, la ripetitività, l’inconcludenza che ha la vita nella sua routine, con eventi straordinari, fatti rivelatori, incontri inaspettati, sconfinamenti involontari nell’occulto e nell’erotismo, con una consequenzialità imprevedibile, senza per questo cadere nell’inverosimiglianza. Quante cose capitano nella nostra vita a cui non siamo in grado di dare una spiegazione razionale? Esperienze che possono sembrare poco plausibili volendole ascrivere alla logica corrente o inquadrare da un punto di vista essenzialmente pragmatico?
Le sue storie sono metafore di viaggi che può compiere la nostra mente scavando nell’inconscio, di cose che ci accadono senza che ci sia una ragione apparente a giustificarle. Potremmo accettarle più facilmente se riuscissimo a guardarle con occhio laico e possibilista.
La realtà può risultare deformata in certi momenti; ciò che non abbiamo più ci appare come un vivido sogno strappato via dalle mani del nulla. Quel che ancora non abbiamo avuto si confonde in una prospettiva sospesa e incerta fra decisione e indecisione se fare qualcosa oppure no. Fino all’ultimo non sappiamo quale realtà sceglieremo e, fintanto che non avremo scelto, sarà come avere virtualmente tutto a nostra disposizione.
Anche dopo avvenimenti dolorosi e deludenti , il mondo insensibile riprende ad essere quello di sempre, e allora, per ricominciare, bisogna lasciar cadere la parte di noi danneggiata, come la lucertola fa con la coda.
Per apprezzare Murakami è indispensabile riconoscere che ci sono troppe domande nella nostra vita che non avranno mai risposte e troppe risposte che creano nuove domande; che ci sono cose inevitabili che non vorremmo mai dover scegliere, eppure dobbiamo. Per questo forse acconsentiamo a rimanercene a lungo in stand-by, riflettendo e leccandoci le ferite aperte, aspettando che il tempo passi e si porti via il dolore, senza ragionare del fatto che questa vita è la sola che c’è dato vivere, non potremo averne un’altra in cambio qando ci accorgeremo di non averla vissuta abbastanza intensamente
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22.4.09

BUON COMPLEANNO SIGNORA LEVI MONTALCINI


Quale più appropriata occasione per festeggiare idealmente in lei ciò che noi non potremo mai essere, gentile Signora Montalcini.

Ci potesse trafiggere una sola luminosa scheggia del fulgore del suo intelletto.

Uno solo dei suoi neuroni basterebbe a risvegliare il nostro universo assopito, a riscattarci dal nostro anonimato esistenziale.

Ci potesse sfiorare un'ombra sola della freschezza inalterabile delle sue idee, si aprisse per noi uno spiraglio di quella modernità anticipatrice che ha animato ogni suo progetto.

Allora sì, ci sarebbe consentito di sentirci fiere, ubbidendo al suo invito.

Per ora è in lei che vediamo la più alta ragione del nostro orgoglio femminile.

Mille bandiere virtuali garriscano al vento oggi, domani e sempre rendendo onore alla Scienziata, alla Donna, alla Dea.



12.4.09

SALVAMI....


- Salve amico, come ti va? A me male! Se per te è festa, a noi ci stanno ammazzando tutti senza pietà, e anch'io, come te, ho paura di morire.

Non dirmi che sono carino per poi mangiarmi...
Almeno tu festeggia in un altro modo oggi, e così potrò vivere anch'io.

Béeh ciao allora e... Buona Pasqua . -
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11.4.09

NON GRIDATE PIU'

Cessate d'uccidere i morti,
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire.
.....
.....
Non fanno più rumore
del crecere dell'erba,
lieta dove non passa l'uomo.




Giuseppe Ungaretti - I Ricordi - 1942- 1946


10.4.09

sec. XVIII Duomo di Monselice








Canto a Gesù crocifisso
(Santa Teresa d'Avila)


liberamente interpretato da mca



Se elevo a te il mio grido d'amore,
non è per il cielo che mi hai promesso;
e neppure per l'inferno, con i suoi terrori.
Io ti amo vedendoti così,
inchiodato alla croce macchiata del tuo sangue.
Sono le tue piaghe che amo, e la tua morte.
Quel che amo è il tuo amore.
Amarti è mia felicità e mio volere.
Non m' accordare nulla, anche se t'imploro:
l'amore che ho per te non esige speranze.
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9.4.09

SCIACALLI



Ehi, voi!

La smettete di tirarci in causa?

Sì, proprio voi che sembrate riscuotervi dal vostro torpore intellettuale solo in coincidenza di qualche evento catastrofico.

Finalmente ...eh, qualcosa di nuovo da raccontare...

Non vi par vero, dopo le indigestioni di GF, Fattorie, e Garlasco e Perugia e tutte le altre cavolate con cui cercate di distrarre le teste vuote della gente. Ma non si può riempire il vuoto col vuoto.

Ieri parlavate tutti di quello, oggi parlate tutti di quest'altro, ripetendo le vostre banalità all'infinito, fino alla nausea. Vi avventate sulle notizie come un branco affamato e non mollate la presa finchè la preda non è squartata, smembrata, scarnificata.

Non provate digusto per voi stessi? Ma no, afferrate le vittime e, stritolandole fra le vostre avide mascelle, affondate i canini finchè non sentite il sapore del sangue colarvi nelle fauci.

E manco questo basta ad appagarvi: registrate i picchi di audience attribuendovi orgogliosamente lo share più alto di ascolto, esultanti come bambini ad una festa che si litigano la fetta più grossa della torta, senza neanche il pudore di tenere segreti certi calcoli infami.

Lo sapete che ci fate schifo?

Almeno noi, se pur mangiamo carne già morta, lo facciamo in obbedienza ad una regola della natura e per la sopravvivenza della nostra specie.
A che regole stareste obbedendo voi?

Facciamo una scommessa che fra 100 anni noi sciacalli saremo ancora qui a dire la nostra mentre voi, razza minus habens, sarete invece tutti estinti?
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29.3.09

GRAN TORINO


USA 2008

Regia Clint Eastwood

con Clint Eastwood






Clint Eastwood erige con questo film un monumento a se stesso, brillando ancora una volta più come attore che come regista. Pur vantando la dignità di un buon film di mestiere, può non riuscire a toccare pienamente le corde nel profondo, malgrado la tragicità dei contenuti.
Sì, perché il vecchio Walt Kovalski ormai è proprio incazzato con tutti o, per dirla con mezzi termini, non sopporta più nessuno.
Vive nel tradizionale Middle East dove la mentalità è dura a cambiare e perbenismo e intransigenza sono ancora l’anima di quella cultura che fatica a scrollarsi di dosso il proprio provincialismo. E’ stato un eroe di guerra, un cittadino esemplare, marito, padre e nonno, ma a vedere come va oggi il mondo, niente di strano che ci trovi qualcosa da ridire.
Anzi, lui per dire non dice niente: si limita a grugnire disgustato, volta le spalle e sbatte la porta in faccia a tutti. Se ne infischia se è suo figlio o suo nipote, il parroco o il ragazzino della porta accanto; chi gli fa girare le scatole lui lo tratta allo stesso modo: malissimo.
C’è da capirlo, è appena rimasto vedovo, la sua famiglia lo delude, i costumi e i consumi lo infastidiscono, le novità infestano la sua vita come la gramigna il suo prato se non si dedicasse a tosare l’erba con scrupolosa maniacalità, non senza indignarsi per lo stato di degrado a cui è invece abbandonato il giardino dei vicini, una famiglia di emigrati coreani, Musi Gialli, come li chiama lui, rispolverando i suoi ricordi di veterano.
E s’indigna per le continue incursioni del pastore che ha giurato alla sua defunta moglie di prendersi cura della sua anima o per le visite dei figli che vorrebbero invece prendersi cura del suo corpo convincendolo attraverso l’esibizione di depliant e brochure delle insospettabili attrattive di un certo ricovero per anziani.
Ma dopo aver mandato al diavolo tutti, il povero Walt sa bene come farsi rispettare, soprattutto quando può riesumare qualche residuato bellico dal suo arsenale privato per difendere dai bulli di quartiere una piccola dagli occhi a mandorla o per sistemare la gang di ladruncoli che cercano di fregargli la strepitosa Ford del ’72 messa insieme pezzo dopo pezzo nei cinquant’anni di dura manodopera alle industrie di Detroit, un gioiellino che tutti ammirano e invidiano.
I fattacci di quartiere sono occasioni d’oro per il vecchio Walter che non aspetta altro che una buona scusa per sfoderare i suoi dannati cannoni fra un sorso di birra fresca e una grattata al fedele labrador, rimasto ormai suo unico interlocutore vivente.
Walt si sente rinascere a giocare il ruolo di santo protettore, giustiziere e padre putativo dei ragazzini confinanti. Gli indesiderati vicini gli dimostreranno con la loro gratitudine un calore umano che egli non ha mai sperimentato neppure in famiglia.
Peccato solo che le analisi cliniche gli stiano dando, proprio sul più bello, l’inequivocabile responso che la sua fine è vicina. Quella tosse che lo angustia da tempo è un’irrevocabile sentenza di cancro al polmone.
Ma c’è troppa voglia di eroi in giro e Clint Eastwood non ci sta a farsi morire come uno qualunque.
Ecco perché il film piace a una così larga fascia di pubblico. Pur realizzato con minima spesa, attori sconosciuti e un protagonista ormai solcato dalle rughe, il carisma gode di un fascino intramontabile e il personaggio è trascinante, autorevole, esemplare. Le sue ultime volontà non contemplano cure, redenzione, pensieri salvifici o testamenti biologici.
La sua fine sarà come il colpo di coda di un Callaghan dagli occhi di ghiaccio: un cielo di piombo tutto per lui.
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voto al film 7 1/2
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28.3.09

STATI D'ANIMO

Umberto Boccioni 1911



xxxxxxxxxxxxxxxxxxQUELLI CHE SE NE VANNO















xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxQUELLI CHE RIMANGONO

FUTURISMO

Milano, Palazzo Reale fino al 6 giugno 2009










- Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le marce multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano, le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano l’orizzonte e le locomotive dall’ampio petto che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi e il volo scivolante degli aeroplani la cui elica garrisce al vento come una bandiera…


da “Manifesto del Futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti 1909











- Il gesto per noi non sarà più un momento fermato dal dinamismo universale: sarà decisamente la sensazione dinamica eternata come tale. Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente.
Per persistenza dell’immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Così un cavallo in corsa non ha quattro zampe, ne ha venti e i loro movimenti sono triangolari.

da “Manifesto tecnico della pittura futurista” 1910

Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto.

da “Ricostruzione futurista dell’universo” 1915






22.3.09

FROZEN RIVER


2008 USA

Regia di Courtney Hunt
con Melissa Leo - Misty Upham





Frozen River non è altro che la calotta di ghiaccio sotto cui d’inverno continua a scorrere placido il fiume San Lorenzo. Una distesa congelata che annulla la linea di confine naturale che separa la frontiera fra Stati Uniti e Canada, facendone un territorio ideale per traffici illegali redditizi, come il traghettamento dei clandestini da uno Stato all’altro.
Le riserve indiane che vi si affacciano sono tutte terre neutrali, fuori del controllo dei federali e con l’auto idonea e una buona dose di coraggio che solo la disperazione può infondere, è possibile, per due donne che si alleino, cercare di procrastinare il disastro finanziario, lo spauracchio della prossima rata che non si sa come fare a pagare e che, se non sarà pagata, si porterà via tutto, casa, figli, sogni e quel minimo di dignità che ancora resta per rimandare la decisione di farla finita subito.
Intenzioni più che meritevoli quelle di questo film indipendente, scritto e diretto dall’esordiente Courtney Hunt, che sembra promettere qualche buon talento.
La brava Melissa Leo, che si è fatta soffiare l’oscar come migliore attrice e forse lo avrebbe meritato a pari merito con la bella Kate Winslet, spicca per la sua bravura, reggendo da sola l’intero pathos del film, che può contare su molto poco d'altro.
Minimale la sceneggiatura, scenografia plumbea e avara delle belle immagini che quei grandiosi panorami possono offrire; trama così greve che alla fine lo stomaco si contrae per la tensione, la mente si satura d’ansia negativa nell’esasperata attesa che si realizzi un dramma continuamente annunciato.
Tutti difetti che forse difetti possono anche non essere.
Ci chiediamo se la regista non abbia lasciato apposta i margini sfumati affinché ci si concentri al massimo sul nucleo del messaggio, su ciò che l’efficace interpretazione della protagonista non lascia minimamente sottinteso: che nelle società prettamente maschiliste, la vita possa essere davvero uno schifo per la donna che non abbia altri su cui contare al di fuori se stessa, persino nella prosperosa America del Nord, di cui a noi arrivano prevalentemente le immagini patinate che transitano dai circuiti cinematografici commerciali.
Ma quell’occhio muliebre che legge e descrive i fatti di questo film, ci appare a più riprese eccessivo, quasi sul punto di sconfinare in compiaciuto eroismo vittimista. Arriva trasversale il messaggio che le donne siano intellettualmente superiori, più leali e più capaci, nonostante la loro fragile natura, e sappiano trarsi d’impaccio anche in situazioni estreme riuscendo sempre a salvare la propria umanità. Anche ammesso che sia vero, l’accanimento usato per dimostrare la sua tesi femminista è quasi crudele e suona come un inno fondamentalista che, alla fine, piuttosto che convincerci, ingenera in noi dei legittimi dubbi.
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voto al film 6 1/2
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