Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

17.2.11

LETTERE D'AMORE

TODAS AS CARTAS DE AMOR SAO RIDICULAS.






Fernando Pessoa chiese gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo...
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli...


          e la finì di mascherarsi
          dietro tanti nomi,
          dimenticando Ophelia
          per cercare un senso che non c'è
          e alla fine chiederle :
          "scusa se ho lasciato le tue mani,
          ma io dovevo solo scrivere, scrivere     
          e scrivere di me..."
          E le lettere d'amore,
          fanno solo ridere:
          le lettere d'amore
          non sarebbero d'amore
          se non facessero ridere;
          anch'io scrivevo un tempo
          lettere d'amore,
          anch'io facevo ridere:
          le lettere d'amore
          quando c'è l'amore,
          per forza fanno ridere.


E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.


          Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
          non è quello di un uomo,
          e si rivide nella pena
          di quel brillare inutile,
          di quel brillare lontano...
          e capì tardi che dentro
          quel negozio di tabaccheria
          c'era più vita di quanta ce ne fosse
          in tutta la sua poesia;
          e che invece di continuare a tormentarsi
          con un mondo assurdo
          basterebbe toccare il corpo di una donna,
          rispondere a uno sguardo...
          e scrivere d'amore,
          anche se si fa ridere;
          anche quando la guardi,
          anche mentre la perdi
          quello che conta è scrivere;
          e non aver paura,

non aver mai paura
di essere ridicolo:
solo chi non ha scritto mai
lettere d'amore
fa veramente ridere.
Le lettere d'amore,
di un amore invisibile;
le lettere d'amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d'amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
per potertele riscrivere...

          Roberto Vecchioni                            
          (Chevalier de Pas)
*








***

14.2.11

ODI ET AMO

Botero - Gli amanti


*

Odio e amo.
Mi chiederai come io faccia.

Non lo so, ma sento che ciò accade
e ne sono tormentato.



*

10.2.11

VERY BIUTIFUL

Da tempo si aspettava l’uscita in Italia di questo Biutiful film di Alejandro Gonzales Inarritu, premiato al festival di Cannes nel 2010.
Inarritu è un regista cinquantenne, di nazionalità messicana, che scuote gli animi e si fa largo in un panorama cinematografico con cui ha poco da condividere.
Di lui si dice tutto il bene e tutto il male, ma sono sicura che si continuerà a parlarne.
Personalmente mi sento di dirne bene, perchè il suo film 21 grammi è ancora fra i miei preferiti e ogni volta che lo rivedo mi cattura come la prima.

In Biutiful è vero, si avverte la mancanza della mano delicata di Guillermo Arriaga, co-sceneggiatore dei suoi precedenti film, con cui era nato un sodalizio artistico vincente che li aveva condotti oltre i confini del Messico.
Qui le tinte sono più forti, il taglio fa sanguinare.
Lascio da parte la storia.
I film di Inarritu si banalizzano raccontandoli, perché il loro pregio è nella circolarità data alle vicende, agli affetti e alle emozioni, una circolarità magica che alla fine dà un senso a tutto, anche a quello che sembrava non averne alcuno; ecco perché i suoi film andrebbero lasciati decantare a lungo e poi rivisti più volte prima di poterne parlare come si deve.
 In Biutiful si è afferrati subito da un senso di respingimento a cui non è facile opporsi, perché in questo film non c’è scampo, in un sovraffollamento di drammi, casuali e consequenziali, complementari alla vita di quelli che non fanno parte della nostra; si sta sempre in apnea, non c’è una nicchia dove rifugiarsi per riprendere fiato. Siete avvisati.
Che si tratti di Barcellona lo si capisce dal profilo delle guglie della Sagrada Familia che in qualche fotogramma si stagliano in lontananza con le sempiterne gru a sovrastarle. Per il resto non è la Barcellona turistica che conosciamo noi, assomiglia molto di più alle descrizioni che ne fa Ledesma nei suoi noir: schifosa, globale, corrotta, aliena dal mito che ne conserviamo ancora noi Italiani.


 

Se si sopravvive al virus letale della prima ora di proiezione si comincia a capire che in quel calderone descritto da Inarritu c’è il Mondo, quello in cui crogioliamo tutti, anche se non ci va di crederlo, e quando torniamo a casa nostra ci chiudiamo alle spalle la porta blindata.

Inarritu non fa film per farci divertire.
Se non avete paura e pensate di reggere bene il colpo, allora andate a vederlo.
Se si appartiene alla schiera degli "astemi emotivi", meglio lasciar perdere, tanto il cinema attualmente dispone di un’ampia offerta alternativa.
Non è questo il film per chi predilige l’evasione dalla verità o preferisce ridere pensando che chiodo scacci chiodo, che la vita faccia piangere già abbastanza di per se stessa senza bisogno che ci si metta anche il cinema, e ignora che piangere un po'  FA BENE, lava l’anima, si porta via i detriti tossici che accumuliamo dentro.

Volendo fare paragoni, un film ora nelle sale Hereafter, che parla della vita oltre la morte,  considerando il numero di asterischi accaparrati, sembrerebbe attualmente contendersi il pari merito con Biutiful. La differenza fra il film di Eastwood e quello di Inarritu è che il primo, adottando un linguaggio espressivo edulcorato e semplificato,  preconfezionato sul gusto del pubblico, riceve una marea di applausi dalla platea,  ma non lascia un segno indelebile.
Il secondo è un film che non vuole accattivarsi il consenso del pubblico con lusinghe, dispensando contentini e false illusioni. No: la vita è qui ed ora, brutale, e non risparmierà i buoni come non punirà mai i cattivi.
Allo scorrere dei titoli di coda, oltre alla bella musica di Gustavo Santaolalla, che meriterebbe un articolo a parte, in sala regna quel silenzio  fecondo che andrà avanti a parlare a lungo.

Grande forza e grande coraggio dimostrati da questo ispirato cineasta, qui autore esclusivo della sceneggiatura. Avesse saputo tenere meglio a bada la sua passionalità latina, non lo avrebbe portato a oltrepassare in alcune scene la giusta essenzialità espressiva e a sconfinare a tratti nella platealità. Ma forse il tempo gli darà ragione come per gli altri suoi film. Egli è molto avanti a noi, difficile giudicarlo.

Javier Bardem è un’incarnazione di Cristo moderno che sa vestire perfettamente il suo ruolo: oltre ai meriti interpretativi gli va riconosciuta una buona capacità di misurare i toni laddove la regia sembra non averli potuti controllare appieno. Meritata la sua candidatura all’oscar.
mca

 













8.2.11

He will awake no more

He will awake no more, oh, never more!
Within the twilight chamber spread apace the shadow of white death,
and at the door invisible corruption waits to trace his extreme way to her dim dwelling-place;
 the eternal hunger sits, but pity and awe soothe her pale rage, nor dares she to deface so fair a prey,
till darkness and the law of change, shall o'er his sleep the mortal curtain draw.
*
He has outsoared the shadow of our night: envy and calumny, and hate and pain,
and that unrest which men discall delight, can touch him not and torture not again;
from the contagion of the world's slow stain
he is secure, and now can ever mourn a heart grown cold, a head grown grey in vain;
nor, when the spirit's self has ceased to burn,
with sparkless ashes load an unlamented urn.

                                                          Adonais - Percy Bysshe Shelley


(Marion, 8 febbraio 1931 – Cholame, 30 settembre 1955)


Non si risveglierà mai più, mai più!
Si sparge adagio l'ombra della bianca morte fra i muri invasi dal crepuscolo.
La corruzione invisibile attende alla porta, indicandogli il cammino estremo, fino alla sua casa oscura. L'attende la voracità del tempo, ma ne placano sgomento e compassione la fervida ferocia:
non potrà dissolvere così soave vittima finchè sopra il suo sonno dentro il buio
una sentenza di tramutazione non calerà la cortina mortale.
*
Egli s'è alzato a volo sopra il buio nostro notturno. Invidia, odio e calunnia e pena,
e l'ansia che l'uomo travisa in gioia, non lo toccheranno più, nè lo tramuteranno:
egli è intangibile dal male della lenta luce del mondo
nè piangerà su un cuore reso immobile, nè invano sopra un capo incanutito
e neppure, se il suo spirito cessi di ardere,
empirà urne non piante d'una cenere smorta, senza fuoco.

Da" Adonis " - P.B. Shelley - Pisa 1821
trad.Franco Giovanelli

*
*

FORTUNA O PECCATO?

Esco sulla via incasinata.
Perdurano gli odori dei gas di scappamento, ma il cielo è terso, il sole è ancora affacciato alle finestre dei piani alti e manda bagliori sulla strada grigia. L’aria è quasi tiepida. Abbasso la cerniera al piumino.

Robert Rauschenberg

Sono le quattro del pomeriggio e le banche stanno tutte chiudendo. Nel breve tratto che percorro per giungere al Cordusio se ne contano sette, fra cui la grande Banca d’Italia, nella sua sede imponente, presidiata dai carabinieri.

Scendo nella stazione della Metro Rossa. Quando si decideranno a fare le scale mobili? Una signora anziana, carica di borsoni, scende prudentemente un gradino per volta, mi sembra di vederla in equilibrio precario.
Decisamente Non è un paese per vecchi, nemmeno il nostro.
E neanche un paese per bambini,  né un paese per donne, né... né... né.
Restituisco all’edicola il quotidiano che per errore mi è stato venduto stamattina.
Avevo chiesto la copia di ieri, quella con l’inserto domenicale, ma mi hanno dato quella di sabato con le pagine finanziarie. Non so che farmene.
I giornalai, sono in due, mi conoscono e effettuano lo scambio senza battere ciglio.
Sono sempre gentili, mi tengono da parte le pubblicazioni che prenoto e sorridono con facilità.
Il meno giovane è già da un po’ che mi sta dando del tu, sebbene io continui a rispondergli con il lei.
Credo lo faccia con tutta la clientela femminile, che sciama in continuazione davanti al suo botteghino.

Robert Rauschenberg

E’ un bell’uomo, i capelli li ha quasi del tutto bianchi, ma il viso è giovane, cordiale.  Le vere femmine sono sempre state attratte dal capello bianco: vedi per esempio George Clooney!

Essendo uscita presto dal lavoro, ho deciso di passare alla Libreria Scientifica e ritirarmi Leo & C. , la biografia di Leo Castelli della Johan & Levy, che avevo ordinato dopo le feste e finalmente  è arrivato.
L’edizione francese di Leo & C. ha vinto l’Artcurial Prize per il miglior libro d’arte contemporanea nel 2010.
Ma chi è questo Leo Castelli? 
Ne avrete sicuramente sentito parlare...o magari no.
E’ uno dei paladini, forse il più noto, dei grandi movimenti dell’arte americana - dalla Pop alla Conceptual Art.

Nato nel 1907 a Trieste, città crocevia di etnie e culture, tedesca,  italiana,  slava e ebraica (il suo vero nome era Leo Krauss, Castelli era il nome della madre che lui adottò per "comodità"), Leo trascorse i primi trent’anni fra Vienna, Milano, Budapest, Bucarest e Parigi, che in quegli anni era un faro intellettuale per tutto il mondo.
Nel 1941, in seguito all'invasione tedesca della Francia ed alle leggi razziali, si trasferì a New York.
All'inizio espose artisti europei come Wassily Kandinsky, ma ben presto la «Leo Castelli Gallery» al numero 420 di West Broadway si concentrò sugli artisti americani dell'espressionismo astratto come Jackson Pollock e Willem de Kooning (scusate se è poco).
Dall’apertura della prima galleria, nel 1957, fino alla morte avvenuta nel 1999, Castelli dominò la vita culturale newyorkese elevando lo status dell’artista americano, che in quegli anni raggiunse la vetta più alta nel panorama artistico mondiale. Imprenditore infaticabile nella  ricerca del nuovo, fu sempre pronto a correre i rischi del mestiere e a servirsi delle strategie commerciali più efficaci per dare visibilità ai suoi protetti.

Affiancato da Ileana Sonnabend - ex moglie dallo strabiliante fiuto per il talento artistico, con cui mantenne negli anni un rapporto di grande complicità, Castelli promosse i lavori degli artisti emergenti,  rivoluzionando la cultura figurativa.
La scoperta di Jasper Johns, suo feticcio artistico, e la consacrazione di Robert Rauschemberg alla Biennale di Venezia del 1964 furono i primi colpi messi a segno. Si susseguirono numerose altre epifanie: Frank Stella, Roy Lichtestein, Andy Warhol, James Rosenquist, Keith Haring, per citarne solo alcuni, che oggi lo consacrano come grande mecenate e creatore di astri.

Vabbè il libro non è per me, devo regalarlo, però ho qui anche una lista di titoli per la mia spesa settimanale.
Sono due fermate di metropolitana, e alcune centinaia di  metri, per arrivarci, è un po' lunga, ma decido di farmela a piedi, e godermi gli anticipi della primavera.
Per fortuna ho avuto la saggia idea di non mettermi i tacchi e perciò la distanza non mi spaventa.
Percorro i sottopassi che uniscono il Cordusio al Duomo e sbuco sul sagrato. La facciata della cattedrale manda riflessi corallini.
Un capannello di gente si è accalcato intorno a una sposa in bianco, che stanno immortalando per il book nuziale. Questi spettacoli attraggono sempre il pubblico. La sposa è molto magra e ha un’aria esotica, forse è solo la modella di un servizio fotografico.

Come al solito i negozi che affacciano sul corso hanno le porte spalancate. Il calore ne esce a zaffate e ha un odore fastidioso, metallico, stanco.
Questi qui bloccano le auto e intanto i riscaldamenti vanno a tutto gas.
La verità è che non gliene frega niente a nessuno dell'inquinamento, fermare il traffico per un giorno non serve a niente, è fare solo propaganda.
In un battibaleno arrivo a Piazza San Babila.
La zona pedonale termina.
Lascio passare l'autobus e attraverso la strada in apnea fra auto e moto che vanno sempre troppo veloci.
A cinque all'ora bisognerebbe andare!
Fuori dalla Commercio & Industria in via Borgogna, elegante in completo scuro e cravatta, appoggiato a una paratia di vetro specchiato, un bell'uomo in piedi sta fumandosi una sigaretta.
Lo sfioro appena con gli occhi ma lo riconosco all'istante.
Saranno passati dieci anni ed  è ancora il bancario più carino di tutto l'ABI CAB milanese. Lui mi guarda soprappensiero,  sembra non riconoscermi affatto: vorrà dire che non sono fra quelle clienti giudicate indimenticabili.
Mi lancia però un secondo sguardo, e accorgendosi che gli sto sorridendo da dietro gli occhiali da sole, sembra all'istante  molto interessato.
Forse adesso che mi sono avvicinata mi ha riconosciuto. Sembra quasi contento.
Le donne cambiano più degli uomini.
Si sa: pettinature, colori e moda possono giocare a favore o a sfavore in alcuni momenti. Peccato, penso, mentre lui si china un po' per lo scambio dei baci d'obbligo, peccato non essermi messsa i tacchi alti: un bel paio di tacchi non mancano mai di farmi fare la mia porca figura...
*****

6.2.11

UN SORRISO DA RICORDARE

A smile to remember


We had goldfish and they circled around and around                                 
in the bowl on the table near the heavy drapes
covering the picture window and
my mother, always smiling, wanting us all
to be happy, told me, "be happy Henry!"
and she was right: it's better to be happy if you can


but my father continued to beat her and me several times a week while
raging inside his 6-foot-two frame because he couldn't
understand what was attacking him from within.


my mother, poor fish,
wanting to be happy, beaten two or three times a
week, telling me to be happy: "Henry, smile!
why don't you ever smile?"
and then she would smile, to show me how, and it was the
saddest smile I ever saw.


one day the goldfish died, all five of them,
they floated on the water, on their sides, their
eyes still open,
and when my father got home he threw them to the cat
there on the kitchen floor and we watched
as my mother smiled.

Charles Bukowski

Henri Matisse - Pesci rossi 1912
olio su tela

Avevamo dei pesci rossi,  e giravano giravano
dentro alla boccia sul tavolo, vicino alle pesanti tende
che coprivano il vano della finestra;
mia madre, sempre sorridente, desiderava vederci tutti contenti,
e mi diceva : "sii felice Henry!"
Aveva ragione, meglio essere felici, quando è possibile.


Ma mio padre ci picchiava continuamente
rabbioso di non capire che cosa fosse a minacciarlo
dentro quella sua mole di 100 kg. e passa.


E mia madre che, poveretta, presa a botte ogni due giorni,
voleva essere felice, mi diceva: "Henry sorridi, perché mai non sorridi ?"
cercando di sorridere lei, per darmi l'esempio.
Il suo era il sorriso più triste che si potesse vedere.


Un giorno i pesci rossi han tirato le cuoia, tutti e cinque.
Galleggiavano su un fianco, a pelo d’acqua, con gli occhi aperti.
Quando mio padre tornò a casa li lanciò al gatto,
direttamente sul pavimento della cucina,
e noi la guardammo, ma stava sorridendo.


(Traduzione di mca)

*

4.2.11

Esprimere molto dicendo il meno possibile

 Nel 1632 a Deft, cittadina sita a pochi chilometri dall'Aia, nel cuore della comunità calvinista, nacque Joannis Vermeer, oggi considerato l'astro più luminoso nell'universo della pittura olandese, il realizzatore di alcuni fra i massimi capolavori dell'arte fiamminga. 
*
Vermeer - Veduta di Deft - 1660





La sua vita è rimasta avvolta di mistero ed è stata ricostruita prevalentemente attingendo agli atti notarili dell'epoca.
De Hooch
Nell'arco di tempo che intercorre fra la data del suo battesimo e quella del suo matrimonio nel 1653, l'unico riferimento indiretto all'artista è contenuto nel testamento del padre. Il vuoto riguarda principalmente gli anni della sua formazione.     
Il seicento per i Paesi Bassi si era aperto nel pieno del conflitto che infuriava fra le provincie del Nord, di religione protestante, e le forze di Filippo II di Spagna, cattoliche, intenzionate a ristabilire il dominio della corona. Le guerre e gli scontri che si sono succeduti per tutta la seconda metà del XVI secolo hanno avuto conseguenze rilevanti per l'economia del paese. Ciò non toglie che Deft vivesse a quel tempo un momento di grande vivacità culturale e produttiva.

Fabritius

Essendo infatti un punto di riferimento per i commerci internazionali, offriva le condizioni adatte all'affermazione del ceto borghese che si mostrò ben disposto ad investire nell'acquisto di opere d'arte. Uno splendore tuttavia effimero, circoscritto più o meno all'arco di tempo in cui si colloca la vicenda di Vermeer. Alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel 1675, la città ricadrà in quella sonnolenza provinciale da cui si era risvegliata per l'intenso movimento di immigrazione.

Certo è che Vermeer attraversò periodi di difficoltà economica anche perchè la sua formazione artistica risultò attardata rispetto a quella dei suoi colleghi contemporanei Van Loo, Fabritius e De Hooch, per la lentezza con cui eseguiva i suoi lavori e soprattutto perchè preferì rimanere indipendente, senza dover mai richiedere protezione o favori da parte di mecenati.
La religione è stata sempre il fattore determinante di unità e identità di un popolo. Da lungo tempo l'ispirazione religiosa o mitologica nell'arte era collocata al vertice della scala gerarchica dei generi.
Ma la produzione di Vermeer si distinse per il carattere laico dei suoi soggetti, raffiguranti scene di vita intima o familiare. Nei suoi dipinti regna silenzio e solennità, elemento caratterizzante di tutto il corpus dei suoi lavori, ottenuto anche grazie all'espediente di nascondere o mettere in ombra gli occhi delle figure per suggerire un senso di quiete. Siamo alla metà del 1600 e il rigore morale propugnato dalla Riforma influenza una nuova tipologia di collezionismo che richiede l'associazione di temi laici con insegnamenti di buona condotta.
La forza delle opere di Vermeer risiede comunque nel rendere possibile diverse letture da parte dell'osservatore, dato che ogni momento della composizione resta aperto all'interpretazione dal punto di vista semantico.
Con grande delicatezza, quasi in punta di piedi, l'artista ci introduce nel mondo intimo femminile per lo più custodito fra le mura domestiche.
 
Ragazza che legge una lettera d'amore alla finestra
Johannes Vermeer - 1657
olio su tela (83 x 64)

Ragazza che legge una lettera d'amore alla finestra oggi è conservato a Dresda, ed è uno dei quadri universalmente conosciuti di Vermeer.
Come in quasi tutte le sue opere, la figura risulta sublimata dalla riduzione estrema degli elementi compositivi.
Una finestra aperta (notare i dettagli delle cerniere, del vetro opaco cloisonné, di moda all'epoca, che riflette il profilo femminile concentrato sulla lettura) sorregge il drappeggio della tenda rossa rialzata per dar luce alla stanza. La parete di fondo, volutamente spoglia, serve ad evidenziare l'espressione concentrata della fanciulla.
Il tappeto orientale (notare di nuovo i dettagli che mettono in risalto la pregiata tessitura a nodi) appoggiato sul tavolo in disordine e il vassoio di frutta lasciato in bilico sembrano raccontare come la ragazza abbia forse sospeso in tutta fretta il lavoro domestico per dare lettura alla missiva, di spalle a un tendone di tela grezza, lievemente gonfiato dalla corrente, a sottolineare il clima austero della stanza.
La luce è discreta, per non disturbare l'atmosfera riflessiva che avvolge la giovane. Ma come facciamo a sapere che si tratta proprio di una lettera d'amore? La precisazione è stata concessa dalle radiografie che hanno evidenziato come, nella prima stesura, Vermeer avesse inserito la figura di un cupido come chiave di lettura, poi forse considerato elemento frivolo e cancellato da una sovrapposizione di colore.
Osservando bene, si potrebbe cogliere nella ragazza un'espressione di leggera delusione, quasi un'aria mortificata nell'apprendere una notizia che possiamo solo cercare di indovnare, forse quella di un appuntamento rinviato.
Qualcuno potrebbe leggere, nella finestra spalancata, il desiderio segreto della donna di aprire al mondo esterno l' ambiente che la tiene relegata nei rigidi comportamenti  imposti dalle regole sociali.
Da un punto di vista tecnico, si può notare l'uso del pointillisme, la tecnica pittorica che sparge piccoli globuli di colore bianco per lumeggiare alcune parti, creando un contrasto con i toni più profondi (vedi le maniche del vestito, la fronte della giovane, il drappeggio dei tendaggi, la natura morta in primo piano)  che riesce a dare all'insieme un effetto "più vero del vero".

*

fonte: Vermeer - di Agnese Antonini
(mca ringrazia)



2.2.11

E' PROPRIO UNA CON LE STRAPALLE

SILENZIO...SI LEGGE



 (3° episodio)   Una di loro era una grossoccia handicappata che neanche si alzò dal divano su cui era rannicchiata e che mi salutò con un suono nasale. L’altra, affascinante e vivace, mi pregò di entrare. I suoi modi raffinati contrastavano con lo stato dell’appartamento. Il sottotetto semplicemente non prevedeva alcuna forma di riscaldamento.
   Le due ragazze indossavano una quindicina di maglioni di lana e sopra, altrettanti cappotti, sciarpe e cappelli. L’infelice sembrava la versione ritardata dello yeti. Quella carina conservava, malgrado il cumulo di vestiti, un portamento elegante. Per un attimo mi domandai se fossero una coppia. Come per rispondere alla mia tacita domanda, la creatura si mise a fare le bolle con la saliva. No, non potevano stare insieme. Me ne sentii sollevato.
   La ritardata aveva l’età indefinita delle persone della sua specie. La graziosa doveva avere tra i venticinque e i trent’anni. Sul mio registro c’era scritto “ A. Malèze”.   
A: Agathe? Anna? Aurélia. Audrey?                  
   Non ero autorizzato a interrogarla in merito. Esaminai le poche stanze e costatai con meraviglia che in bagno l’acqua non*ghiacciava. Nell’appartamento regnava una temperatura di una decina di gradi. Erano pochi, certo, ma da cosa dipendeva l’impressione che ce ne fossero dieci di meno? Guardai il soffitto, quasi un’unica vetrata. L’isolamento era pessimo, una corrente d’aria continua gelava le ossa. Valutai il costo dei lavori in centinaia di migliaia di euro. La cosa peggiore era che non si poteva pensare di fare niente prima dell’estate, perché bisognava smontare il tetto. Glielo dissi. Lei scoppiò a ridere.
- Non ho un centesimo. Abbiamo speso tutto il nostro denaro per l’acquisto di quest’appartamento.

Abbiamo”: dovevano essere sorelle.
- Potreste chiedere un prestito e andare a vivere per qualche tempo da un parente.
- Non abbiamo parenti.
Erano strazianti, queste coraggiose orfane, di cui una mi pareva buona per essere ricoverata.
- Non potete passare l’inverno in questo modo – dissi.
- Sì invece. Non abbiamo scelta.
- Posso trovarvi io un posto in una struttura dei servizi sociali.
- Neanche per idea. In ogni caso non ci lamentiamo di niente. E’ stato lei che ha voluto farci questa visita di ispezione.
Quel tono difensivo mi strinse il cuore.
- E la notte, come riuscite a dormire?
- Riempio borse dell’acqua calda e ci stringiamo una all’altra, sotto il piumone.
Capivo meglio la presenza dell’idiota: teneva caldo. Virtù insostituibile della quale conoscevo, grazie al mio mestiere, il ruolo capitale nei comportamenti umani.
- L’orgoglio della ragazza mi piaceva. Tentai il tutto per tutto:
- Non posso uscire di qui senza avervi proposto un aiuto, un rimedio, una soluzione.
- E cosa propone?
- Posso portarvi delle stufe elettriche. Gratis.
- La bolletta sarebbe troppo alta, e non ci potremmo permettere di pagarla.
- La EDF prevede degli sgravi per questo genere di situazioni.
- Noi non siamo delle indigenti.
- Il suo atteggiamento le fa onore. Ma esiste la bronchite cronica che degenera in pleurite. Casi simili sono sempre più frequenti.
- Noi godiamo di ottima salute.
Divenne ostile. Capii che dovevo andarmene. Grazie alla mia insistenza ottenni soltanto un altro appuntamento per rivestire il soffitto con grandi teli di plastica.
- Sarà orribile – disse.
- Ma provvisorio risposi, tentando un sorriso di riconciliazione.
- Rimandai all’incontro successivo le domande che non vedevo l’ora di rivolgerle.
   Appena fuori mi precipitai alla Fnac delle Halles alla ricerca dei romanzi di una certa A. Malèze. M’imbattei in "Proiettili a salve" di Aliénor Malèze. Aliénor: era così bello che ne rimasi interdetto.


   Dopo la lettura di quel libro mi chiesi, con una certa apprensione, in che cosa quei proiettili a salve potessero essere meno offensivi di quelli veri. Non sapevo rispondere e non riuscivo a capire se quel romanzo mi fosse piaciuto o no. Più o meno come non saprei stabilire se mi piacerebbe ricevere una freccetta al curaro in mezzo agli occhi o nuotare in mezzo agli squali con una gamba ferita.
   Mi concentrai sugli aspetti positivi. Per esempio, avevo provato un profondo sollievo una volta terminato il libro. Certo, avevo sofferto leggendolo, ma non per ragioni letterarie. Apprezzavo peraltro che non ci fosse la foto dell’autore, sulla quarta di copertina, in un’epoca in cui il primo piano della faccia dello scrittore sembra un ritornello sempre meno evitabile. Quel particolare mi rallegrò, tanto più che conoscevo l’incantevole volto della signorina Malèze, che sarebbe sicuramente servito a incrementare le vendite. La nota biografica non rivelava l’età dell’autrice, né ci diceva che si trattava del talento più promettente della sua generazione. Ragion per cui potei stabilire che il libro non era privo di qualità.
   Dalla sezione “Dello stesso autore” capii che non era il suo primo romanzo. Ne aveva già pubblicati quattro: Senza anestesia, In vivo, Effrazione e Stadio terminale. Provai la disperazione di un cavaliere che, credendo di aver superato la prova, scopre che la dama dei suoi sogni gliene impone altre quattro dello stesso tenore.
   Li ordinai dal libraio del mio quartiere e attesi con ansia l’imminente appuntamento. Avrei portato il libro per farmelo dedicare? Era una buona idea? Se fossi stato uno scrittore, mi sarebbe piaciuto che qualcuno si comportasse così con me? Lei lo avrebbe considerato un gesto fuori luogo, un’indelicatezza, un’intrusione nella sua vita privata? Mi arrovellavo su questi problemi di etichetta che ormai avevano invaso il poco spazio sociale in cui mi muovevo.
   Il giorno concordato misi "Proiettili a salve" nello zaino senza avere ancora un piano preciso.
Aliénor: avevo cristallizzato a tal punto quel nome che alle mie orecchie suonava come un diamante. Tuttavia dovevo evitare di chiamarla così: prospettiva che mi parve difficile quanto non ringraziare un’arpista che avesse eseguito Debussy proprio nel momento in cui il bisogno di quel tipo di bellezza era più urgente. Aliénor mi accolse con una cortesia che mi fece male. L’amica beota, nel suo angolo, mangiava una pentola di purè fumante. “Riscalda” mi disse con una voce da labbro leporino. Annuii e cominciai a lavorare. Mettere il rivestimento si rivelò più complicato del previsto: la romanziera mi aiutò e le confessai pieno di vergogna, che senza di lei avrei dovuto rinunciare e lasciarla in preda alle correnti d’aria, per tornare con una squadra di operai.
- Vede, non è poi così male – dissi a lavoro ultimato.
- Il cielo merita di meglio di una trasparenza di plastica – rispose – Quando lo toglierà?
- Calma! L’abbiamo appena messo. Se fossi in lei, prima della fine di aprile non toccherei niente.
- Dal grande sacchetto che aveva contenuto il telo, tirai fuori il più piccolo modello di stufa elettrica a pannello radiante.
- Adesso che l’interno della casa è isolato, è meglio riscaldare – commentai – Questo consuma molto meno dei convettori.
- Io non le ho chiesto niente.
- Non è obbligata a usarla. Ma non vorrà mica costringermi a portarmela in giro tutto il giorno? La lascio qui, me la riprenderò a fine aprile, insieme al rivestimento.
Si tolse i mezzi guanti per sfiorarne la superficie, quasi fosse un animale domestico che le volevo rifilare; notai un’orribile bruciatura sulla sua mano, e non riuscii a trattenere un’esclamazione.
- Non è niente – disse. – la borsa dell’acqua calda è esplosa mentre dormivo. Mi è andata bene, me la sono cavata solo con una bruciatura alla mano.
- L’ha fatta vedere da un medico?
- Inutile, sembra più grave per via delle vesciche, tutto qui.
Si rimise i mezzi guanti. In quell’appartamento faceva così freddo da avere l’impressione di tagliare l’aria a cubetti. All’idea di abbandonare la ragazza in quel carcere ghiacciato mi si strinse il cuore.
- Riesce a scrivere, qui? – balbettai.
- Aliénor ! Una domanda per te!

   L’infelice mi guardò con aria sbalordita. Meno sbalordita di me però. Cosa? Era lei la scrittrice!

Amélie Nothomb
(non continua)


A questo punto, se la trama vi intriga,  il libro va comprato.
Non fosse questo preciso titolo, almeno qualcuno fra quelli della stessa autrice che, vi garantisco, è proprio una con le strapalle. La scelta cronologica è quella più consigliata.
E speriamo che Monsieur Voland, registrando un aumento delle vendite di tre/quattro copie, abbia il buon cuore di chiudere un occhio, e non mi dichiari guerra, se mi scopre,  ché ce ne sono già tante nel mondo, di guerre.
In fondo, se rubacchio è solo per i fini superiori della Conoscenza...chiamatemi cristinhood.
(La mia copia però l'ho comprata, giuro.)
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