Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

9.8.09

NUOVA BABILONIA?

Gentile Umberto Bossi,
Ho sentito al TG che è sua intenzione proporre l’insegnamento dei dialetti nelle scuole dell’obbligo.
Scusi la domanda che mi sorge ovvia: nulla togliendo alla bontà del concetto da lei espresso che i dialetti siano un patrimonio culturale che non deve andare perduto, non è che il suo progetto sia un tantino ambizioso considerato lo stato di défaillance in cui versa l'istruzione?
Mi sa che lei riponga troppe fiduciose aspettative sulle velleità intellettuali degli Italiani che già pare scalchignino in altre materie imprescindibili.. (scusi il dialettismo).
Non sarebbe augurabile innanzi tutto una perfetta padronanza della lingua madre di cui ancora la maggioranza difetta?
Non sarebbe il caso di rendere facoltativo lo studio del dialetto riservandolo a chi abbia preventivamente superato l’esame di grammatica, sintassi e analisi logica della lingua italica e mostrasse interessi concreti per la filologia?
Perché sprecar soldi per nuove orecchie d’asino?
L’ultima che ho sentito è di oggi 9 agosto 2009 da un “giornalista” del TG5: “le partenze hanno spopolato le città, rendendole UN PO’ PIU’ DIVERSE.” (SIC)
Consiglierei per il bene della Patria che la lettura di notiziari e servizi correlati venga affidata esclusivamente a coloro che abbiano prima superato il predetto esame, nonché frequentato, con buon esito, adeguate scuole di dizione della nostra lingua madre.
Ci sono stranieri che parlano l’italiano più correttamente di certi nostri giornalisti e inviati, i quali in molti casi non hanno che da limitarsi a leggere, senza peraltro riuscire a farlo in modo ineccepibile!
Perché non offrire borse di studio a chi desideri applicarsi con amore e serietà al recupero dei dialetti senza abbassare la discussione a livello di partigianismo?
Scusi l’arroganza, ma in Italia c’è già una bella baraonda di inflessioni, accenti e sgrammaticature.
Cosa succederà aggiungendo allo studio dell'Italiano ed eventuali lingue estere anche l’insegnamento dei dialetti?
La confusione dei linguaggi non fu ideata proprio da Dio come castigo agli uomini per farli ripiombare nell’arretratezza?
Il Maestro Perboni di deamicisiana memoria, con tutte le care vecchie maestre che ai loro tempi si erano dissanguate e sgolate per italianizzare il linguaggio dei nostri bisavoli, non si staranno adesso rigirando nella tomba? ..
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Grazie dell'attenzione.
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P.S. A proposito, che fine ha fatto l’Esperanto?
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----------------------------------------------------Pieter Bruegel- 1563
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2.8.09

A CORFU' TUTTO PUO' SUCCEDERE


ovvero
LA MIA FAMIGLIA E ALTRI ANIMALI

di Gerald Durrell (1935-1995)
Adelphi Edizioni 2008
Titolo originale: My family and other animals 1956
Traduzione di
Adriana Motti




Gerald Durrell era nato in India nel 1925, ultimo di quattro figli di una famiglia di origini britanniche ma, in seguito alla morte improvvisa del padre ingegnere, nel 1928 era tornato a Londra dove vi aveva trascorso i primi anni della sua infanzia.
Questo libro spassoso e accattivante, considerato formativo per gli adolescenti ma sicuramente apprezzabile anche da lettori adulti esigenti, racconta delle fortunate contingenze che hanno consentito al giovane Gerry Durrell, divenuto in seguito naturalista e romanziere di larga fama, di abbandonare la grigia e piovosa Inghilterra nel 1935 per approdare con la madre, i fratelli e la sorella Margo, nella mitica e assolata Corfù, dove passò i cinque anni più felici della sua spensierata adolescenza.
Fanno da cornice i panorami mozzafiato dell’isola greca, orlata di spiagge vellutate e scogliere bianchissime che si specchiano nel blu profondo dello Ionio, ondeggiante di argentei oliveti, solcata da sentieri pietrosi che s’inerpicano per colline verdeggianti, decorate di vigneti e orti recintati da muretti a secco.
Superato l’iniziale scoramento procurato dall’impatto con le differenze culturali, la famiglia si mette alla ricerca di un’abitazione che tenga conto delle esigenze personali di ognuno, manco a farlo apposta abbastanza dissimili fra loro, nonché quella assolutamente indispensabile di essere dotata di una salle de bain, esigenza inconcepibile per un Greco di quell’epoca, che non riusciva ad immaginarsi che uso poter fare di una stanza da bagno, essendoci già il mare a disposizione.
Dopo infinite discussioni, sistemati in una bella villa affacciata sullo Ionio, dove ciascun membro ha finalmente preso possesso dei suoi spazi non senza aver dato vita a vere e proprie comiche, eccoli iniziare una complicata convivenza che Gerry non trascura di descriverci nei suoi dettagli più esilaranti. La vita acquista un po’ per volta i suoi ritmi regolari nel continuo andirivieni di uno zelante vicinato, desideroso di contribuire a suo modo alla costruzione dell’insediamento e dare una mano ai poveri inesperti Inglesi, ancora ignari delle usanze isolane. Prende così il via un carosello di persone che vanno e vengono ad ogni ora senza chiedere permesso: la domestica afflitta da ogni genere di acciacco e fissazione, il medico condotto, contadine folcloristicamente agghindate che portano ogni genere di prodotti; il simpatico Spiro che, col suo inglese maccheronico, ha accompagnato la mamma nelle ricerche della casa, scorazzandola in lungo e in largo per l’isola sul suo taxi scassato. Affascinato dai candidi modi della signora inglese, ma ritenendola un po’ sprovveduta, si erge a suo difensore contro immaginari nemici appostati ovunque, invadendone la privacy per potersi occupare della complessa gestione familiare come un parente acquisito.
Intanto gli istitutori occasionali di Gerry, studente recalcitrante ad applicarsi in qualsiasi materia che non tratti di scienze naturali, si rivelano piuttosto di manica larga e incapaci di domare la sua costituzionale indisciplina, finendo così per assecondare la sua ignoranza e suscitare la preoccupazione di tutta la famiglia. Fatto di cui comunque il giovane Durrell non riesce proprio a capacitarsi.
Già non avesse il suo bel daffare con l' esplorazione del vasto territorio circostante e gli estenuanti appostamenti per riuscire a sorprendere, stanare e catturare sempre nuovi pupilli, portarseli a casa e allestire nelle stanze o in giardino gli appositi spazi per l’accoglienza delle creature; non di rado fra gli strilli terrorizzati e il raccapriccio dei parenti nel ritrovarseli inaspettatamente fra i piedi, magari immersi nella vasca da bagno.
Per non parlare poi dello zoo dei piccoli e grandi animali già raccattati che va sorvegliato e accudito quotidianamente; mansione a cui Gerry si dedica con diligenza assoluta, sotto l’occhio paziente del buon cane Roger, che accetta con filosofia l’obbligo di fare amicizia con le bestiole adottate, siano esse tartarughe, bisce, gufi, o il geco Geronimo che ha preso residenza nella camera del padrone.
E’ così dunque che, fra imprevisti, disastri vari, arrabbiature, traslochi e feste, Gerry ara il terreno del suo prossimo futuro di zoologo nonchè fondatore della Wildlife Conservation Trust, istituzione creata per la salvaguardia delle specie in via d’estinzione tuttora alacremente attiva in Inghilterra.
Durrell relaziona il lettore sulle sue esperienze naturalistiche con entusiasmo comunicativo, assicurandosene la simpatia con un piacevole linguaggio colloquiale, mettendo gli accenti sulle caratteristiche antropomorfe di ciascuna specie, si tratti di scorpioni, pipistrelli, o mantidi religiose, mescolando con umorismo raffinato e intelligente le sue notizie scientifiche alle esilaranti descrizioni del circo casalingo messo in scena dal suo squinternato parentado.
Dietro questa apparente anomalia familiare non manca però la genialità; a cominciare dal fratello maggiore Larry, divenuto poi illustre poeta e letterato, di cui il fratellino si diverte a parodiare lo snobismo culturale, la mancanza di praticità e le fisse maniacali. Strategico invece l’atteggiamento arrendevole e democratico della mamma che, desiderosa soprattutto di agevolare le inclinazioni naturali dei figli, simula una fermezza di cui è totalmente priva, meritandosi se non proprio la loro obbedienza, almeno il loro affetto e la solidarietà incondizionata degli isolani.
La narrazione è intarsiata di note biografiche che, a riprova della loro autenticità, vengono rintracciate anche nelle testimonianze di altri scrittori. Ne “Il Colosso di Marussi”, di cui si è già parlato precedentemente, l’autore americano Henry Miller racconta come nel 1939, durante un suo viaggio in Grecia, si sia trovato a soggiornare sull’isola di Corfù, ospite proprio della famiglia Durrell, e vi descrive la personalità originale del fratello maggiore Larry a cui rimase legato da profonda stima anche negli anni a seguire, quando, rientrato negli Stati Uniti, mantenne a lungo con lui un’erudita corrispondenza.
E’ questo un romanzo incantevole, dal linguaggio raffinato e variegato di elegante umorismo,
inspiegabilmente poco conosciuto fuori patria, ma raccomandabile al grande pubblico in cerca di prodotti sofisticati, che ne trarrà piacere e arricchimento dalla prima all’ultima pagina.
Da segnalare una volta di più l’ottima traduzione della straordinaria Adriana Motti, insuperabile nel compito non sempre facile di interpretare senza sbavature l’intenzione ironica degli autori.

/

///C’era un geco che aveva prescelto come territorio la mia camera da letto, e io finii col conoscerlo molto bene e lo battezzai Geronimo, perché i suoi assalti contro gli insetti sembravano astuti e ben studiati, come tutte le imprese compiute da quel famoso pellerossa. Geronimo sembrava più in gamba di tutti gli altri gechi. Tanto per cominciare viveva solo, sotto a una grossa pietra nell’aiuola di zinnie ai piedi della mia finestra e vicino alla sua casa non tollerava altri gechi; quanto a questo, ad un geco estraneo non avrebbe nemmeno consentito di entrare nella mia camera.
Si svegliava più presto degli altri suoi simili, zampettava su per il precipizio di bianco intonaco scaglioso, finché non raggiungeva la finestra della mia camera e giunto là faceva capolino oltre il davanzale, guardandosi curiosamente intorno e muovendo la testa su e giù due o tre volte, non sono mai riuscito a capire se per salutarmi o perché era soddisfatto di trovare la stanza come l’aveva lasciata.
Se ne restava sul davanzale con la gola palpitante finché non faceva buio e non veniva portata una lampada; e in quella luce dorata sembrava che cambiasse colore, passando da un grigio cenere ad un pallido traslucido color perla rosato che metteva in risalto il nitido disegno a pelle d’oca delle sue squame. Con gli occhi luccicanti di gioia zampettava lungo il muro sino al suo posto preferito, l’angolo esterno a sinistra del soffitto e lì restava attaccato a testa in giù in attesa che comparisse il suo pasto serale.
Aveva una vista incredibilmente acuta perché più volte lo vidi sbirciare una minuscola falena dall’altra parte della stanza e fare tutto il giro del soffitto per arrivare abbastanza vicino da riuscire a catturarla.
Il suo atteggiamento verso i rivali che cercavano di invadere il suo territorio era molto esplicito. Non appena quelli si issavano sul bordo del davanzale e si fermavano un attimo per riposarsi dopo la lunga arrampicata, subito si sentiva un trepestio e Geronimo attraversava il soffitto come un fulmine, si precipitava giù lungo la parete e atterrava con un leggero tonfo sul davanzale.
Prima che l’intruso potesse fare un solo gesto, Geronimo gli era addosso. Il particolare curioso era che lui non assaliva il nemico alla testa o al corpo, come tutti gli altri gechi. Puntava diritto alla coda dell’avversario, e afferrandola con la bocca, a due millimetri circa dalla punta, ci si attaccava come un bulldog e la scrollava di qua e di là. L’intruso, snervato da questo vile e insolito sistema di attacco, ricorreva immediatamente al venerando stratagemma difensivo delle lucertole: mollava la coda e fuggiva a tutta velocità, oltre il bordo del davanzale e giù lungo il muro verso l’aiuola di zinnie. Geronimo, ansando un poco per lo sforzo, restava trionfante sul davanzale, con la coda del nemico che gli pendeva dalla bocca e sferzava l’aria come un serpente. Accertandosi che il rivale se ne fosse andato, Geronimo si metteva comodo e cominciava a mangiarsi la coda, un’abitudine disgustosa, che io disapprovavo con tutta l’anima. Ma evidentemente era il suo modo di festeggiare la vittoria, e lui non era del tutto felice finché la coda non si trovava al sicuro nel suo stomaco prominente.


///Su Margo la primavera aveva sempre un effetto deleterio. In quella stagione il suo interesse per il proprio aspetto estetico, sempre molto accentuato, diventava quasi ossessivo. Pile di vestiti appena lavati e stirati ingombravano la sua stanza, mentre le corde del bucato si piegavano sotto il peso di quelli stesi ad asciugare. Coglieva tutte le occasioni per precipitarsi nella stanza da bagno in un turbine di candidi asciugamani, e una volta dentro era riluttante a uscirne, come una patella a lasciare il suo scoglio. Tutti noi a turno bussavamo alla porta protestando a gran voce, ottenendo soltanto la vaga assicurazione che aveva quasi finito, assicurazione alla quale un’amara esperienza ci aveva insegnato a non credere. Finalmente luminosa e immacolata, usciva dal bagno e se ne andava canticchiando a prendere il sole negli uliveti, o giù al mare a farsi una nuotata. E proprio durante una di queste escursioni al mare conobbe un giovane turco eccezionalmente bello. Con insolita modestia non parlò con nessuno dei suoi frequenti incontri balneari con questo impareggiabile cavaliere, convinta come ci disse più tardi, che la cosa non ci avrebbe interessati.
Naturalmente fu Spiro a scoprire tutto. Vegliava sulla felicità di Margo con la zelante premura di un San Bernardo e lei poteva fare ben poco senza che Spiro lo sapesse.
Una mattina lui bloccò mamma in cucina, si guardò furtivamente intorno per accertarsi che nessuno ascoltasse, sospirò profondamente e le diede la notizia.
“Sono molto dispiaciuto dover dire questo, signora Durrell – borbottò – ma penso che lei devi sapere.”
Mamma ormai si era abituata all’aria cospirativa di Spiro quando veniva a darle qualche informazione sulla sua figliolanza, e non se ne preoccupava più.
“Che cosa c’è stavolta, Spiro?” domandò.
“E’ la signorina Margo” disse Spiro afflitto.
“Che cosa ha fatto?”
Spiro si guardò intorno a disagio.
“Sai che lei incontra un uomo?” domandò in un vibrante sussurro.
“Un uomo?? Oh …ehm…sì, lo sapevo” mentì mamma arditamente.
Spiro si tirò i pantaloni sulla pancia e si protese verso di lei.
“Ma lei sapevi che è un turco?” domandò con accento di agghiacciante ferocia.
“Un turco? "disse mamma in tono vago. "No non sapevo che era un turco. Che c’è di male?”
Spiro prese un’aria scandalizzata.
“Che c’è di male? Ma signora Durrell! E’
turco. Io non mi fiderei di un figliodiputtana turco con nessune ragazze. Le taglia la gola, ecco che fa. Dico davvero signora Durrell, non è sicuro che la signorina Margo nuota con lui.”
“D’accordo, Spiro.” disse dolcemente mamma “ne parlerò con Margo.”
“Io solo penso che lei devi saperlo, ecco tutto. Ma non si preoccupa…se lui fa qualche cosa a signorina Margo, io sistemo il bastardo.”

.....

///Non passò molto ed ebbi la sgradita notizia che mi era stato trovato un altro insegnante. Stavolta si trattava di un certo signor Kralevsky, un individuo che discendeva da una complessa mescolanza di nazionalità, ma che era prevalentemente inglese.
La famiglia mi informò che era un uomo molto simpatico e che per giunta si interessava agli uccelli, sicchè saremmo andati d’accordo.
Io comunque non mi lasciai affatto impressionare da questo particolare: avevo conosciuto un sacco di persone che dichiaravano di interessarsi agli uccelli e che poi si erano rivelate dei perfetti ciarlatani che non sapevano come fosse fatta un’upupa, o non sapevano distinguere un codirosso da un tordo comune.
Ero certo che la famiglia avesse escogitato quest’insegnante appassionato di uccelli nel semplice tentativo di farmi soffrire meno all’idea di dovermi rimettere a studiare. Ero sicuro di scoprire che la sua fama di ornitologo era dovuta al fatto che a quattordici anni aveva avuto in casa un canarino. Quindi mi recai in città per la mia prima lezione nel più tetro degli stati d’animo.
......
(Gerald Durrell)
//

31.7.09

IL DONO CHE MAI DIMENTICHI : 31 LUGLIO







"Zibaldone di marycrissy e nickcognome"
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CARTEGGIO 2000-2007 fra DC e MCA









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----- Original Message -----
/
From: cristina
To:
nickcognome
Sent: Sunday, November 28, 2004 2:46 PM
Subject: TU SEI LA CHIAVE E LA GIARA PIENA D'OLIO


NON MI E' SFUGGITO IL TUO DOLCE RICHIAMO.
E IL MIO CUORE RISPONDE RIEMPIENDOSI DI GIOIA.
SEI MEGLIO DI UNA TORTA ALLA PANNA, TU, SCINTILLANTE DI CANDELINE ACCESE.
STAI DANDO UNA TIRATINA AL FILO CHE CI UNISCE PERCEPENDOLO UN PO' ALLENTATO?
NO, IO CONTINUO A SENTIRTI COME TI HO SEMPRE SENTITO.
E' SOLO LA DISTANZA CHE PRENDO A POCO A POCO DALLE COSE, CHE MI FA ALLONTANARE A MOMENTI, MA NON HA NULLA A CHE VEDERE CON LA TENUTA DEGLI AFFETTI.

IN FONDO, L'AMORE NON E' PROPRIO CONOSCENZA E MANCANZA?


...ALMENO COSI' SI DICE..
ED E' BELLO CHE SIA ANCHE TU A VENIRE A PRENDERMI QUALCHE VOLTA...
SE FORSE TEMI QUALCOSA E' PERCHÉ NON SAI DI ESSERE LA COLLANINA APPESA AL MIO COLLO CHE NON VIENE TOLTA MAI NEMMENO PER DORMIRE.
PROPRIO IERI MI CHIEDEVO COSA DETERMINI IL RIUSCIRE A FARSI AMARE SEMPRE, SENZA FINIRE NELLA RETROGUARDIA.
MI STO RISPONDENDO QUESTO: POTREBBE MAI L'AMORE ESSERE QUALCOSA DI INTERMITTENTE CHE SALE E SCENDE COME LA FEBBRE NEL TERMOMETRO?

OPPURE E' QUALCOSA CHE, DAL MOMENTO IN CUI PRENDE RADICE, NON POTRA' PIU' SMETTERE DI ESSERCI?

CON TE ME NE STO COME L'AGRICOLTORE CHE VEDE GERMOGLIARE LE SUE PIANTAGIONI.
RIFLETTEVO ANCHE, NEL CASO INOPPORTUNO IO SPARISSI , SU COSA POTERTI LASCIARE IN EREDITA' DI ME STESSA, OLTRE QUELLE POCHE ORME TRACCIATE DALLA MIA INCURSIONE NELLA TUA ESISTENZA.
SOPRA OGNI ALTRA COSA VORREI TI RIMANESSE LA CONVINZIONE DI ESSERE RIUSCITO A COLMARE PARTE DEL MIO VUOTO ESISTENZIALE, DI AVER RAPPRESENTATO L'INCONTRO A LUNGO INSEGUITO, QUELLO CAPACE DI FAR RETROCEDERE DA UNA DIMENSIONE EGOCENTRICA, PER ACCOGLIERE L'ALTRO NEL PROPRIO SPAZIO EMOTIVO, SENZA BARRIERE DI ETA', CULTURA O APPARTENENZA, FACENDONE UN PROPRIO ORIZZONTE PER PURO COMPLETAMENTO DI SE', SCEVRO DA QUALSIASI BRAMOSIA.
QUESTA ED ALTRE DOMANDE MI STAVO PONENDO IN QUESTI GIORNI E LE RISPOSTE ECCO CHE STANNO ARRIVANDO, PRIMA ANCORA CHE IO ABBIA FINITO DI FORMULARLE, PERCHE' TU OGGI, SENZA CHE SIA IL MIO COMPLEANNO, CHE COMUNQUE MAI DIMENTICHI, MI OFFRI LA DOLCE TORTA DELLA TUA PRESENZA, ILLUMINATA DI CANDELINE ACCESE.
E' PER QUESTO CHE INSISTO NEL CREDERE CHE TU ABBIA UN FELICE SESTO SENSO, QUELLA SOFISTICATA STRUMENTAZIONE DI CUI VIENE DOTATO CHI SA AMARE L'ALTRO CON LA STESSA RESPONSABILITÀ CON CUI AMA SE STESSO , IL SONAR CHE PERMETTE DI SCANDAGLIARE I FONDALI DEL CUORE, IL RADAR PER NAVIGARE IN SICUREZZA NELL'OSCURITA' DELLA MENTE DELL'ALTRO, CONSENTENDO DI PERCEPIRE TUTTO IN MODO PIU' CHIARO ANCHE SENZA VEDERE NIENTE.
CON TE SI PUO' GUARDARE L'ULIVO CARICO DI FRUTTI MENTRE LA GIARA E' PIENA D'OLIO.
ECCO PERCHÉ RIESCO A SCRIVERE, OLTRE CHE A PENSARE DI FARLO: SEI TU LA CHIAVE CHE MI LIBERA DEI CEPPI, LA BENEFICA PIOGGIA A LAVARE VIA LA POLVERE, LA MANO FORTE CHE SA SCROLLARE I RAMI.
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30.7.09

TI CERCO



Si, al di là della gente
ti cerco.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Al di là, più oltre.


Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre.


Al di là, ancora,
più oltre di me ti cerco.
Non sei ciò che io sento di te.
Non sei ciò che sta palpitando
con sangue mio nelle vene,
e non è me.

Al di là, più oltre ti cerco.
E per trovarti,
cessare di vivere in te, e in me,
e negli altri.
Vivere ormai al di là da tutto,
sull'altra sponda di tutto
......per trovarti...

come fosse morire.

Pedro Salinas
La voce a te dovuta
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26.7.09

IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE

Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
(Livro do desassossego por Bernardo Soares)
FERNANDO PESSOA

Con prefazione di Antonio Tabucchi
Giangiacomo Feltrinelli Editore - marzo 2009


L’unica opera narrativa che il poeta portoghese Fernando Pessoa ci abbia lasciato: un mazzo di fogli e di appunti disordinati, presi a penna e destinati ad un libro che per vent’anni rimase nel cassetto della sua mente, un libro-progetto mai decollato, un work-in-progress che non ebbe compimento.

Raccolti e messi insieme a trent’anni dalla sua morte con un'attenta opera di intarsio e tessitura da parte dei posteri, questi appunti sono defluiti in questo libro mitico, che trae oggi la sua compiutezza proprio dalla mancata realizzazione di allora.
Prosa che si fa poesia o poesia pura consegnata alla prosa?
In esso è consacrata la dissoluzione dei generi letterari a favore di un non-genere, vi è sublimata l’eteronimia di Pessoa, più avanti ripresa e sviluppata da Saramago con i suoi molteplici.
Il protagonista Soares, eteronomo dell’autore, sta alla finestra a catturare la vita , liberandola poi in un suo luogo interiore misterioso, sull'invisibile soglia che separa l’Io dall’inconscio o forse li unisce.
Eternamente cangiante nei colori e perpetuo nei ritmi e nella forma, egli viaggia in “una galassia che non sta in nessun luogo”, ci documenta drammaticamente la sua “degustazione del nulla”.
Sublime.
///////////////////////////////M.C.Escher - 1948


Il sopraggiungere dell’estate mi rattrista. Si potrebbe credere che la luminosità delle ore estive conforti colui che non sa chi è.
Ma non è così, io non ne resto confortato. C’è un troppo forte contrasto fra l’esuberante vita esterna e ciò che sento e penso, senza saper sentire né pensare: il cadavere perennemente insepolto delle mie sensazioni. Ho l’impressione di vivere in questa patria informe chiamata universo, sotto una tirannia politica che, anche se non mi opprime direttamente, tuttavia offende qualche principio occulto della mia anima.
E allora scende in me, sordamente, la nostalgia anticipata dell’esilio impossibile..
Ho soprattutto sonno. Non un sonno che ha in sé latente il privilegio fisico della quiete. E neppure un sonno che, per essere dimentico della vita e probabile latore di sogni, offra sul vassoio con il quale ci tocca l’anima i placidi doni di una grande abdicazione. No, questo è il sonno che non riesce a dormire, che pesa sulle palpebre senza chiuderle, è il sonno che opprime il corpo durante le grandi insonnie dell’anima.
….
Quando sono sdraiato, e solo un tenue filo mi lega alla vita, con quale chiarezza descrivo nelle mie riflessioni, dettandoli all’inerzia, i paesaggi che non potrò mai narrare e le frasi che non scriverò mai! Scandisco periodi interi, perfetti in ogni loro parola; ascolto trame di drammi che esistono nella mia immaginazione, seguo verso per verso la scansione ritmica di interi poemi.
Ma se mi muovo e mi siedo al tavolo per scriverle, le parole svaniscono e i drammi si interrompono, resta soltanto una remota nostalgia, provo la duplice tragedia di sapere che non esistono, ma che non sono state solo un sogno: qualcosa di esse ancora sopravvive sulla soglia astratta del mio averle pensate, del loro essermi apparse.
Sono stato un genio in qualcosa di più che nel sogno e in qualcosa di meno che nella vita.
La mia tragedia è questa: essere l’atleta che è caduto un attimo prima del filo di lana, mentre guidava la corsa.


20.7.09

20 luglio 1969


Primo allunaggio dei terrestri (o almeno così ci è stato fatto credere).
Pietra miliare nella conquista dello spazio o raggiro a danno dei soliti creduloni abituati a bersi qualsiasi fandonia?
Forse solo un film ideato e realizzato per creare un falso mito collettivo?
Se così fosse gli spetterebbe un oscar ad honorem...
Non ho mai visto il documento, ho sempre preso l'evento come verità accertata, senza mai pormi dubbi in merito.
Quello che mi son chiesta è quale sia stato lo scotto pagato qui come succede per qualsiasi conquista: se non abbia coinciso con una nuova era filosofica che sacrificava l'interpretazione idilliaca dei cieli con un'eclissi ideologica e irreversibile del " romanticismo".

Lo sguardo che osserva la luna oggi ha perso per sempre l'incanto appartenuto a Leopardi, a Van Gogh...









che fai tu luna in ciel,
dimmi, che fai silenziosa luna?









Che ce stai a fà oggi, tu luna in ciel, se non sei più complice con le stelle dei nostri picchi ormonali?

/

12.7.09

IL LUPO DELLA STEPPA




Io lupo della steppa trotto e trotto,
il mondo giace avvolto nella neve,
dalla betulla svolazza lento un corvo
ma in nessun luogo una lepre, un capriolo!
Dei caprioli sono tanto innamorato,
cosa sarebbe se potessi trovarne uno!
Lo prenderei tra i denti, tra le zampe,
non c'è niente di altrettanto inebriante.
Sarei con lui gentile, affettuoso,
i denti affonderei nei tenui lobi,
mi sazierei del sangue suo scarlatto
per poi ululare nella notte nera.
E mi accontenterei anche di una lepre,
dolce il sapore, di notte, della sua calda carne.
Ma dunque tutto, tutto mi è negato
ciò che un poco rasserena la mia vita?
Sulla mia coda già è ingrigito il pelo
e anche la vista mi s'annebbia e oscura;
da tempo mi lasciò la mia compagna.
Ed ora trotto e sogno caprioli,
trotto e sogno di lepri mentre il vento
sibila nel gelo dell'inverno,
la mia gola riarsa ingozza neve,
e l'anima mia misera do al demonio.
Hermann Hesse
/

5.7.09

PADRONE...

-------------xxxxtienimi con te
--------------non mi abbandonare
/
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WOODSTOCK - THE AFTER PARTY


50° anniversario del Festival di Woodstock

Milano, Triennale Bovisa fino al 20/09/2009

L'evento epocale si svolse nell'agosto 1969 aWhite Lake, New York, richiamando giovani hyppies e "capelloni" da ogni angolo d'America per celebrare un grande festival della musica rock.

Per tre giorni e tre notti si esibirono senza interruzione i miti della musica internazionale dell'epoca: Jimi Hendrix, Carlos Santana, gli Who, Crosby Stills Nash & Young, Joe Cocker, Joan Baez, Jeff Beck...

Un grandioso evento che mobilitò quasi mezzo milione di persone desiderose di condividere nella musica i loro ideali di libertà, amore e pace, creando un nuovo modello di aggregazione che è considerato ancor oggi simbolo di riferimento dell'emancipazione e della controcultura giovanile.

In occasione di questa ricorrenza, per tutta estate anche Milano, sulla scia di NY e Berlino, tributerà il proprio omaggio con una retrospettiva composta di documenti fotografici, musiche e video proiezioni. Inoltre tutti i giovedì dalle 19:00 una DJ session e, a seguire, rassegna di films e documentari che interpretano lo spirito delle beat generations, i loro ideali, il disagio esistenziale, le ribellioni e la rabbia raccontati attraverso 40 anni di storia.

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