Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

30.11.09

O SIRMIONE

gaio valerio catullo
verona 84 a.c - roma 54 a.c.


/








/

Sirmione, /
Oh, quale mai felicità più bella,
che dopo lungo e faticoso errare,
stanchi tornare al focolar paterno,
e d’ansie scevri e liberi del peso
d’aspri pensieri in sul bramato letto
stender le membra in placida quiete?
/
Di tanti affanni il solo premio è questo.
Salve a te dunque, Sirmion leggiadra,
che ormai ti godi il tuo signor;
e godete voi pur del lago onde lidie
e, con quanto scrosciar di risa è in voi,
tutte ridete.

/
Catullo
(Liberamente tradotto da mca)
/

25.11.09

AND THE WINNER IS...MARLEY!

Al labrador monello il premio Fido Award per la migliore interpretazione canina

Che c'è di strano da guardarmi così?
Mai avuto un cane, si direbbe.../

...Vabbè, guardatemi pure

http://www.youtube.com/watch?v=UKQQNLf2aP0

/e magari leggetemi:
sto anche in libreria.

eccomi qua buonissimo e servizievole!/
/

22.11.09

LUCE, ARCHITETTURA E SILENZIO


la prima grande mostra di edward hopper in italia
milano Palazzo Reale fino al 31 gennaio 2010
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Edward Hopper
22 luglio 1882 Nyack (New York) - 15 maggio 1967 New York
qui ritratto nel suo studio a Washington Square
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Studiò grafica e illustrazione alla New York School of Art dove ebbe come compagni George Bellows e Rockwell Kent. Dal 1906 al 1909 fu in Europa e spesso a Parigi dove incontrò gli Impressionisti, rimanendo colpito in particolar modo dalla pittura di Degas.
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Non è semplice analizzare l'opera e la splendida uniformità di stile di Edward Hopper, che mai si lasciò contagiare dalle trasformazioni politiche, sociali e artistiche dell'epoca in cui ha operato.
Inutile volerlo collegare a stili di pittura che l'hanno preceduto. Hopper fa un genere a sè, originale e irripetibile, influenzato solo da se stesso.
Artista più che pittore, restò indifferente alle avanguardie europee, mantenendo un carattere genuinamente americano.
Una provocatoria interpretazione fornita in chiave psicoanalitica dai maliziosi, sottolinea la reiterata presenza in quasi tutti i quadri degli archetipi della simbologia fallica maschile rappresentata da fari, locomotive, colonnine di benzina e pali telegrafici, contrapposta a quella femminile costituita da case, archi, porte e finestre, con una presenza così immancabile da farla apparire come un'ossessione.
Intrigante la prospettiva spesso voyeristica dell'osservatore, che assiste non visto a scene di vita intima da dietro una tenda, da un treno o da un'auto in corsa, dal buio notturno della strada, o attraverso finestre e porte dimenticate aperte o solamente per la semplice distrazione momentanea di chi viene osservato senza rendersene conto.
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Attratto dalle prospettive e dagli assetti urbanistici, nel periodo parigino si cimentò con i suoi primi lavori di pittura su tela.
/Le bistro -1909
In questo quadro già appaiono evidenti i temi che prediligerà nella sua pittura: paesaggio con quieti elementi di architettura e silenzi surreali, illuminati di luce intensa ,che suggeriscono una poesia segreta.
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Di ritorno negli USA, già riconosciuto e apprezzato per i suoi lavori di grafico e disegnatore pubblicitario, Hopper partecipò a svariate Exibitions a New York, Chicago e Philadephia, nelle quali presentò anche svariate acqueforti, i cui soggetti variavano dal nudo femminile ai temi a lui sempre cari della ferrovia e della solitudine.










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Lighthouse Hill - 1927
Ai paesaggi urbani vengono intercalate fascinose rappresentazioni in cui solitudine, sole e silenzio sono gli ingredienti prediletti che sempre amò e scelse come cornice di tutti suoi dipinti oltre alla modestia e alla riservatezza che mantenne nella sua vita privata. Quasi una personale risposta ai clamori del periodo, di cui gli echi giungevano puntualmente dalla lontana Europa.
Costruzioni solitarie dominanti il vasto spazio circostante, pressochè deserto, quale unica testimonianza della presenza umana.
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Mobilgas - Stazione di Benzina 1940
Un'atmosfera crepuscolare che potrebbe anche suggerire le prime ore dell'alba.
Non è così ovvio capire cosa stia facendo l'uomo dietro alla colonnina.
E' il benzinaio oppure un avventore? E che cosa può vedere, da quella posizione, all'interno della stazione illuminata?
Hopper non ce lo svela.
Di nuovo la solitudine e il silenzio sono gli interpreti di un clima di sospensione molto suggestivo, che incontrerà il favore di critici e registi dell'epoca ammirati dal suo eccezionale talento scenografico.
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Morning Sun - 1952
Una figura muliebre ben pettinata e seduta composta sul letto rifatto sembra intenta a rigenerarsi alla fonte calda e luminosa provienete dalla finestra spalancata; ha gli occhi aperti, ma più che contemplare, sembra rimuginare pensieri ignara dei nostri sguardi.
Le donne che Hopper raffigura nei suoi quadri pare invecchino con lui. Forse perchè fu la stessa moglie Josephine, sposata nel 1924, che gli restò a fianco tutta la vita, a fargli da modella per la maggior parte dei suoi quadri.
Il pittore, più che sull'aspetto estetico delle sue figure femminili, si concentrava sulla comunicazione della loro interiorità.
Ciò nonostante molti suoi quadri stillano sensualità ed erotismo, anche se l'effetto risultante appare del tutto involontario.
La vera arte fa sembrare naturale un risultato che in effetti potrebbe essere stato molto difficile da raggiungere.
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Summer Interior - 1909
In tutti i quadri di Hopper la luce gioca come elemento dinamico nella scena statica.
Qui osserviamo le strisce di sole, filtrate dalle persiane chiuse, che stanno per lambire la figura della giovane. Ella è reclinata in un atteggiamento che suggerisce più scoramento che meditazione per effetto di quelle lenzuola scivolate giù dal letto sfatto insieme a lei .
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18.11.09

TU VIVI SEMPRE...

Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,allegrie:
è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.


Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.

E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì;
con i baci, coi denti lo laceri:
non è più dubbio.

Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio, -----------------------------------MAGRITTE
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
........................
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che t' è piaciuta -
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

Pedro Salinas
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14.11.09

LEBANON



(Libano)
Israele 2008
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Regia e Sceneggiatura: Samuel Maoz

premio Leone d'Oro alla Rassegna Cinematografica di Venezia 66

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Musica: Nicholas Becker
Interpreti: Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov


Il 6 giugno 1982 parte l'operazione Pace in Galilea: sessantamila soldati israeliani varcano il confine del - Giardino dei Cedri - il Libano, e in breve, con un'azione congiunta di artiglieria e marina , accerchiano Beirut, intenzionati a distruggere l'apparato militare dell'OLP e a mostrare la propria supremazia sui Siriani. Per circa tre mesi la capitale è teatro di un'atroce guerra casa per casa fra l'esercito israeliano e le milizie palestinesi, musulmane sunnite e i rinforzi della FAD.Avrà fine il 19 agosto con l'arrivo di contingenti d'interposizione degli eserciti statunitense, francese e italiano, dopo aver causato decine di migliaia di morti. (fonte Wikipedia)

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I fantasmi della guerra continuano ad aleggiare nella letteratura e nella filmografia israeliana, e i sensi di colpa da esorcizzare si manifestano sempre più evidenti.
Il film è la vicenda autobiografica dello sceneggiatore israeliano Samuel Maoz che, elaborato il trauma per anni, trova alla fine il coraggio e l'espressione artistica giusta per raccontare la cronaca di quel primo giorno di guerra, vissuto da lui, componente allora ventenne di una piccola squadra di carristi, e da tre suoi compagni di missione, tutti coetanei. Secondo il loro capitano Jamill, quella prima azione sarebbe stata niente più che "una passeggiata", invece, da come ce la racconta, una passeggiata non fu proprio, perchè le cose non andarono nel modo previsto.
L'equipaggio del tank infatti, il cui incarico era di scortare il plotone dei paracadutisti in perlustrazione di un'area ostile, già rasa al suolo da una precedente incursione aerea, si ritrova inaspettatamente isolato dal resto delle forze alleate e in balia di un invisibile nemico.
Sono 24 ore di tensione spasmodica, di terrore e confusione claustrofobica, in un'azione di guerra osservata attraverso l'occhiello ristretto del puntatore del mezzo blindato.
Maoz la racconta con enorme potenza autocritica, senza mascherare lo sdegno, con uno stile inedito di narrazione filmica che si allontana da quello tradizionale di genere, nutrito di scenografie spettacolari.
L'obiettivo si restringe, fino a focalizzarsi su esigui dettagli. E' l'occhio della coscienza che scruta intorno e fa sussultare.Lebanon non è un film di guerra, ma una meditazione profonda in cui, proprio dal silenzio, si generano le voci interiori.
Le tensioni, l'intima ribellione alla perdita dell' innocenza e l'orrore provato dai soldati si fanno sempre più nostri, mentre stiamo lì ad assistere impotenti. Si resta stremati nel doversi difendere da un nemico indefinito, che potrebbe celarsi in tutti e in nessuno, e dal decidere troppo in fretta se sparare e uccidere subito o rischiare di morire per aver esitato un attimo.
Ma la guerra, se anche riesce a fermare le vite, non ferma le esigenze che ha la vita per andare avanti, e così nella pancia del carroarmato si fa tutto: si mangia, si dorme, si piscia, ci si racconta, si dà assistenza al prigioniero ferito e si fa la veglia al morto.
L'aria all'interno del blindato è densa di adrenalina e impestata di tremori e sudori, miasmi di escrementi e fumo di sigaretta.
Manca il respiro; si vorrebbe uscire da lì, andarsene, e invece si resta, inchiodati da una forza che si impone: da lì non si può fuggire, nè loro nè noi.
E allora ci si chiede: questo nemico che forma ha, che faccia ha? E' un'ombra improvvisa che si staglia su un muro o un'auto dall'aria pacifica che potrebbe essere imbottita di tritolo? Un allevatore che trasporta polli col furgone e non si ferma all'Alt o una bambina che si aggira atterrita fra le macerie piangendo, mentre la madre disperatamente la cerca, con le vesti polverizzate dal fosforo? Oppure un mulo colpito dal fumogeno, che rantola con gli occhi aperti nella polvere e una domanda in sospeso per gli uomini? E anche ... quel mare sterminato di girasoli rivolti al cielo, immobili nella calura, che verranno presto stritolati dai cingoli arrugginiti del carroarmato, quando si farà strada attraverso le coltivazioni?


IL CARROARMATO E' SOLO UN AMMASSO DI FERRAGLIA - avverte un cartello apposto sulla lamiera del cingolato- E' L'UOMO CHE E' D'ACCIAIO.
E se d'acciaio non è?
Deve diventarlo, altrimenti è fottuto.

Un film che merita il premio assegnatoli, tuttavia non concepito come spettacolo per passare il tempo e divertirsi.
Va preso come un impegno, un mandato da cui possibilmente non esimersi, per formulare una sentenza interiore di condanna alla guerra, convinta, definitiva e senza sconti di pena.
Nessuna guerra è mai santa o giustificata, non c'è territorio, nè ideale nè tantomeno religione che la discolpi.
Non potrà essere migliore o peggiore a seconda delle ragioni che la causano e non sarà meno responsabile chi la perde o chi la vince.
La guerra è una merda e basta, per tutti, da qualunque parte si rigiri il discorso.
Voto 8 (con applauso)

/

11.11.09

SAN MARTINO

La nebbia agli irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Giosuè Carducci
(Rime Nuove 1861-1887)
/

10.11.09

NON NAVIGHIAMO SULLO STESSO MARE


Edward Hopper 1941 xxxxxxxxxx



Non navighiamo sullo stesso mare,

eppure così sembra.

Grossi tronchi e ferro in coperta,

sabbia e cemento nella stiva,

io resto nel profondo,

avanzo con lentezza,

a fatica nella tempesta,

urlo nella nebbia.

Tu veleggi in una barca di carta

e il sogno sospinge l’azzurra vela,

così dolce è il vento, così delicata l’onda.


Olav H. Hauge

/

4.11.09

Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo

Salvador Dalì 1951
/
Ci sono tante testimonianze che Gesù Cristo sia esistito veramente.
E’ nato come uno qualunque da una famiglia modesta, per bene.
Come molti di noi può essere considerato un ingenuo e un idealista, poi, andando oltre, anche un pazzo forse, un visionario, uno pronto ad immolarsi per una causa persa.
Pensate un po’: redimere i peccati del mondo... Un mitomane! Si può dire?
Se vogliamo dar fede ai Cristiani, egli si credette veramente il figlio di Dio.
Del resto, secondo il Cattolicesimo, siamo mica tutti figli di Dio?
Sì, solo che noi siamo scettici, quando va bene, lui invece c’ha creduto davvero di esserlo.
Solo all’ultimo, quando s’è visto sulla croce, forse ha avuto qualche dubbio.
Sarà stato per il gran male che sentiva, forse perché erano così in pochi ad assistere,
non chiamò suo padre in punto di morte?
Chiamò e urlò con quanto fiato aveva in gola, ma non ebbe risposta:
la linea s'era interrotta…
Anche lui, come tutti, è rimasto fregato dalla fede.
Anonimo
/

2.11.09

L'ALTRA VERITA'


L'altra verità - Diario di una diversa
Alda Merini 1986

Rizzoli BUR 2000

Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualcosa di bello si configurasse al mio orizzonte. Insomma ero una sposa e una madre felice anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprendere e così il mio esaurimento si aggravò, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla povertà, in preda ai fumi del male diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio.
….
Ci svegliavano di buon’ora alle cinque del mattino e ci allineavano su delle pancacce in uno stanzone orrendo che precludeva alla stanza degli elettroshock: così ben presente potevamo avere la punizione che ci sarebbe toccata non appena avessimo sgarrato. Per tutto il giorno non ci facevano fare nulla, non ci davano sigarette né cibo al di fuori del pranzo e della cena; e vietato era anche il parlare.
….
D’altra parte, trattandosi tutte di forme schizofreniche e paranoidee, ben poco ci sarebbe stato da dire con le altre malate. Ma io stranamente rimanevo lucida e attenta; io avevo voglia di qualche cosa di buono, di ancora sensibilmente umano, avevo voglia di innamorarmi: ma di chi?
Le notti per noi malati erano particolarmente dolorose. Grida, invettive, sussulti strani, miagolii, come se si fosse in un connubio di streghe. I farmaci che ci propinavano erano o troppo tenui o sbagliati, per cui pochissime di noi riuscivano a dormire. D’altra parte di giorno non facevamo nulla e se la sera si era tentati di rimanere alzati un po’, subito venivamo redarguiti aspramente e mandati a letto con le fascette, corde di grossa canapa dentro le quali ci infilavano i piedi e le mani perché non potessimo scendere dai lettucci. Urlare sì, potevamo; nessuno ce lo impediva, tanto che qualche volta un malato a furia di urlare finiva col ricadere esangue sul proprio letto.
….
Come ho detto, dieci anni sono molto lunghi a passare e di ogni secondo, di ogni briciola di tempo, vorrei poter avere un preciso ricordo. Ma le cose non andarono così perché ogni tanto cadevo in confusione e vi rimanevo per mesi e mesi e di quel tempo non ricordo nulla.
In tutto comunque feci ventiquattro ricoveri perché molti furono i tentativi di dimettermi e di farmi tornare nel mondo dei vivi. Di fatto, quando venivo dimessa reggevo bene per qualche giorno, poi tornavo a immalinconirmi, a non mangiare più e ad essere tormentata nel sonno e non riuscivo a procacciarmi anche le più piccole necessità, di modo che dovevo essere nuovamente ricoverata.
D’altra parte non sentivo alcun legame affettivo col mondo di fuori e non mi dispiaceva nemmeno di lasciare la mia casa. E se qualche volta pensavo ai miei figli, lo facevo come se fossero distanti non so quanto dal mio pensiero. Ma nel mio cuore erano invece ben vivi e presenti.
….
Quando mi fecero la cura del Dobren ero ridotta in uno stato tragico, non potevo sedermi, non avevo un attimo di rilassamento. Quel farmaco orrendo mi teneva continuamente desta e non conoscevo il cosiddetto “respiro lungo” che in neurologia è tanto importante per il benessere.
Si vedevano in giro marionette traballanti che cercavano, disperatamente cercavano di sdraiarsi e non lo potevano fare. Era quello una specie di supplizio di Tantalo. Ma i medici dicevano che dopo ci saremmo sentiti meglio. Quel dopo non venne mai e quando fui dimessa in quello stato pericoloso, dovetti correre al più vicino centro di disintossicazione per tornare almeno un pochettino normale.
Comunque di quel tempo ricordo poco, o fingo di non ricordare.
Se fossi completamente guarita, mi ergerei certamente giudice e condannerei senza misura. Ma molti, tutti, metterebbero in forte dubbio la mia sincerità in quanto malata. E allora ho fatto un libro e vi ho anche cacciato dentro la poesia, perché i nostri aguzzini vedano che in manicomio è ben difficile uccidere lo spirito iniziale, lo spirito dell’infanzia che non potrà mai essere corrotto da alcuno.
….
Ci si aggirava per quelle stanze come abbrutiti da un nostro pensiero interiore che ci dava la caccia, e noi eravamo preda di noi stessi. Qualcuno dei malati, al colmo della disperazione, tentava di infierire su se stesso: e anche questo era giudicato malattia, e non si riconosceva al malato il suo diritto alla vita né il suo diritto alla morte. Quando una donna si tagliava le vene, veniva vituperata, dava scandalo. Nessuno andava a vedere quale groviglio di male o di pianto, o quale esterna sofferenza l’avesse portata a quella decisione. E così, anche se noi dovevamo rigare dritti come soldati e fingerci contenti, seguitavamo a morire giorno per giorno senza che gli altri se ne accorgessero. Ci pareva a noi, pareva a me, di essere messa in una lunga fila di condannati a morte, e che, ogni volta che si cadeva, una frusta pesante si abbattesse su di noi e una voce minacciosa dicesse ”Levati!”
Così, consumando in un passo irragionevole la nostra esistenza, ci addentravamo nei meandri della pazzia.
Alda Merini
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1.11.09

BASTA CHE FUNZIONI


Whatever Works
Basta che funzioni

Woody Allen - 2009
con:
Evan Rachel Wood
Larry David







Boris è un famoso fisico dal QI iperbolico che solo per un soffio ha mancato il premio nobel. Ormai vicino alla quarta età, amareggiato e inacidito dalle sconfitte personali, tira una vita da pensionato, in quel del Village, schifando l’umanità intera, considerando tutti dei "microbi" dall’alto del suo io ipertrofico.
Sempre sul punto di ottenere tutto dalla vita, alla fine ha finito col non ottenere niente per colpa del suo sconfinato pessimismo: una moglie bella e ricca e il successo nel lavoro, fallendo persino un tentativo di suicidio servito a rimediargli invece una zoppia permanente.
Il suo cinismo si è ormai stabilizzato su uno smisurato disprezzo che lo allontana affettivamente da qualsiasi realtà, rendendolo incapace persino di soffrire.
Si lascerà però prendere al laccio da una romantica ragazzina sfuggita alla famiglia, pur sapendo fin dall’inizio quale sarà l’inevitabile epilogo della vicenda.

Ma tant'è, finchè funziona....
Edward Hopper


Welcome back to New York!
Si festeggia con questo film il fugace ritorno di Woody Allen alla beneamata New York con gran tripudio del pubblico storicamente legato all’umorismo metafisico e alla soda caustica con cui questo cineasta ha firmato le divagazioni delle sue migliori sceneggiature.
Un pubblico, diciamolo, di maggiori pretese, affezionato a quell’ipocondriaco, narcisista, rancoroso, misantropo, disfattista ebreo, il cui miglior territorio di caccia passa per le vie di Brooklin e Manhattan, e quella che riesce a prendere meglio di mira è la gente della middle class newyorchese, con i suoi tanti vizi e poche virtù, razza di cui si sente l'ispirato teorico, nonché capro espiatorio ideale.
Sradicato dal questo ecosistema intellettuale, Allen suscita, in chi lo ammira, la malinconica impressione di un delfino che boccheggi dentro a una vasca di pesci rossi.
Fugace ritorno s’è detto, perché, da quanto si sa, sarebbe già in cantiere un altro film da girare di nuovo in Europa (Parigi forse), la prossima estate.
Qualora Allen non vi fosse mai piaciuto fin dagli albori, saltate il giro, perché alle origini vi ci riporta di peso.
Se non altro ci prova, con questa vecchia sceneggiatura rimasta nel cassetto per un trentennio, rispolverata e riadattata all’interpretazione di un esuberante Larry David, venuto buono per l'occasione. Questo attore, da noi ancora sconosciuto, ma in America già in evidenza per aver partecipato ad una serie comica televisiva, si è meritato, per questa prova, il titolo onorifico di suo "alter ego" cinematografico.
David riesce ad assomigliargli quasi come un fratello. Un fratello maggiore, diciamo, possedendo quella naturale tendenza prevaricatrice che i fratelli più anziani sperimentano a danno dei secondo-terzo geniti.
David tenta di eguagliare il maestro ma, per mostrarsi all’altezza, forza la caratterizzazione del suo personaggio, con effetto sconcertante, che in parte gioca contro aspettative di tratto più sottile.
Siamo lontani dalla misura e dal distacco recitativo di Allen, straordinario caposcuola nell’interpretazione impacciata dello scetticismo ateo, della disillusione esistenziale, dell’auto compatimento e del rassegnato disgusto per la nullità del mondo circostante.
Avremmo preferito vedere interpretato da lui questo ruolo, che poteva calzargli a pennello.
Ma forse il nostro Allen comincia ad accusare la difficoltà di un sempre più imbarazzante confronto fisico con le splendide attrici che sceglie per protagoniste, nonostante molte di loro si siano tranquillamente accompagnate a lui anche nella vita vera, dicendola lunga circa la caccia femminile ai maschi dotati di cervello, prede ormai in via di estinzione.
Il film convince a patto si sia disposti a digerire l’amara verità che nessuno, ma proprio nessuno, corrisponde realmente a ciò che appare; ognuno è indotto a scelte che risultano funzionali ai propri conflitti interiori e non ai reali bisogni di cui spesso ignora persino l’esistenza, tirando avanti alla bene-meglio e usando gli altri per la propria convenienza, finché fila.
Non è l’ideale, certo, ma la morale cinica è: non bisogna sottilizzare…basta che funzioni!
Woody Allen dimostra ancora di essere un cineasta di tutto rispetto, all’altezza della sua certificata abilità di narrazione.
Il suo personaggio regge nei panni di questo alter ego anche se meno ironico, più acido, dissacrante e aggressivo nell’espressione di rabbia e disprezzo, e che spesso si rivolge direttamente allo spettatore attraverso un'invisibile quarta parete, sotto lo sguardo stupefatto di chi lo osserva chiedendosi se per caso è ammattito. Una trovata paradossale ma geniale, con effetto urticante di grande efficacia.
Andrebbe registrato che in questa sceneggiatura non tutto è perfetto come ci si aspetterebbe da un regista così collaudato.
Volendo per forza sottilizzare, l’impianto psicologico risulta un po’ traballante, ma il mio giudizio globale resta comunque positivo perché Allen ha il grande merito di riuscire a farmi ridere e sorridere senza sforzo, cosa non da poco in tempi in cui, al contrario, quasi tutti riescono con grande facilità a farmi piangere, seppur in senso metaforico, ma che poi tanto metaforico non è detto lo sia.
Quindi, visto che funziona…viva per sempre Allen. (a New York, naturalmente!)
Voto 8,5

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