Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

28.3.11

MORIRE E' NON ESSER VISTO

diritti dell'immagine riservati Alessio Blve 2011
(mca ringrazia)




Se ascolto, odo il  tuo passo esistere come io esisto.
La morte è la curva della strada:
morire è solo non esser visto.

                                                                       Fernando Pessoa

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27.3.11

CASTEL DEL MONTE



Il Castel del Monte è situato su una collina della catena delle Murge occidentali è costruito direttamente su un banco roccioso, in molti punti affiorante, ed è universalmente noto per la sua forma ottagonale. Su ognuno degli otto spigoli si innestano otto torri della stessa forma.
Trifora sulla parete nord
La nascita dell'edificio si colloca ufficialmente il 29 gennaio 1240, quando Federico II Hohenstaufen ordina da Gubbio che vengano predisposti i materiali e tutto il necessario per la costruzione di un castello presso la chiesa di Sancta Maria de Monte oggi scomparsa. Questa data, tuttavia, non è accettata da tutti gli studiosi: secondo alcuni, infatti, la costruzione del castello, in quella data, era già giunta alle coperture.

Incerta è anche l'attribuzione ad un preciso architetto: alcuni riconducono l'opera a Riccardo da Lentini ma molti sostengono che ad ideare la costruzione fu lo stesso Federico II. Pare fu costruito sulle rovine di una precedente fortezza prima longobarda e poi normanna. Probabilmente alla morte di Federico II nel 1250 l'edificio non era ancora terminato.
Tre sono i materiali da costruzione utilizzati nel castello; la loro combinazione e la loro distribuzione nell’edificio non sono casuali ed hanno un ruolo importante nella nostra percezione cromatica. Prima di tutto la pietra calcarea locale, bianca o rosata a seconda dei momenti del giorno e  preponderante, interessando le strutture architettoniche nel loro insieme ed alcuni particolari decorativi; il marmo bianco o leggermente venato, oggi superstite nelle preziose finestre del primo piano e nella decorazione delle sale, ma che in origine doveva costituire gran parte dell’arredo del castello; infine la breccia corallina, nota di colore usata nella decorazione delle sale al piano terra e nelle rifiniture di porte e finestre, interne ed esterne, oltre che nel portale principale; un effetto prezioso e vivace reso da un conglomerato di terra rossa e calcare cementati con argilla ancora reperibile in cave presenti nel territorio circostante.
   
Il cielo visto dall'apertura ottogonale del cortile

Grandissimo interesse riveste il corredo scultoreo che, sebbene fortemente depauperato, fornisce una significativa testimonianza dell'originario apparato decorativo,  caratterizzato  anche dall'ampia gamma cromatica dei  materiali impiegati: tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali, di cui fra la fine del ‘700 ed i primi dell'800 alcuni scrittori e storici locali videro le tracce, descrivendole nelle loro opere.




 Non ha restituito alcuna testimonianza, invece, la vasca ottagonale posta al centro del cortile, citata da alcuni studiosi del secolo scorso.
Mensole figurate nella torre 3 del Falconiere


Castel del Monte fu progettato come fortezza militare o più probabilmente come residenza di caccia per Federico. Non fu mai abitato e  raramente adibito a feste; ma nel 1246 vi si ricordano le nozze di Violante, figlia naturale di Federico e Bianca Lancia.
E' stato iscritto sulla lista dei patrimoni dell'umanità per la perfezione delle sue forme e per l'armoniosa unione di elementi culturali nordeuropei, islamici e dell'antichità classica, tipico esempio di architettura militare del medioevo.
 
Mensola retta da talemone





















Prima di morire Costanza d’Altavilla era dunque riuscita a far incoronare il piccolo Federico II Re del Regno di Sicilia, affidandolo alla custodia di Papa Innocenzo.



Federico era nato già pretendente di molte corone. Quella imperiale però non era ereditaria. Tuttavia Federico era un valido candidato al titolo di re di Germania, che assumeva in sè anche le corone d'Italia e di Borgogna. Questi titoli assicuravano diritti e prestigio, ma non davano da soli un potere effettivo. Conferivano potere solo se si era forti, sostenuti da influenti alleanze e al comando di potenti guarnigioni, altrimenti sarebbe stato impossibile far valere i diritti regi sui vari feudatari e sui Comuni italiani.
Non così per la corona di Sicilia, supportata da un apparato amministrativo ben strutturato a garantire che la volontà del sovrano venisse applicata.
L'unione del regno di Germania e di Sicilia non era comunque vista di buon occhio dal papa che si sarebbe ritrovato accerchiato da un’unica grande potenza. La massima "Divide et impera" è certamente stata la strategia più usata dai Papi di Roma.
Contraddicendo il suo mandato di tutela il papa Innocenzo favorì per sua convenienza personale l’elezione illegittima di Ottone ad imperatore.
Non dimentichiamoci che il papa aveva dalla sua una potente arma, efficace più di qualsiasi esercito e che all'occorrenza veniva sfoderata: la scomunica, di cui non esitava mai a servirsi per esautorare i sovrani quando non sottostavano più alle sue regole. Con la scomunica il papa praticamente scioglieva i sudditi dal giuramento di obbedienza verso l’imperatore, che veniva così a trovarsi immediatamente esautorato. 
Intanto la situazione politica sia in Germania che in Sicilia aveva iniziato a soffrire di un rapido deterioramento a vantaggio delle vecchie classi feudali e il piccolo Federico rimase praticamente abbandonato dai suoi tutori trascorrendo un’infanzia difficile, per strada, a diretto contatto con ogni cultura ed etnia, autodidatta e praticamente allevato dalle famiglie palermitane che si presero cura di lui fintanto che l’ordine non fu ristabilito.
Nel 1209 Federico, ancora adolescente, fu fatto strategicamente sposare a Costanza d’Aragona, di dieci anni più grande di lui, che pochi anni dopo gli diede il figlio Enrico. La storia sembra di nuovo ripetersi.
  
Cortile ottogonale visto dalla sala VI




Ogni parete del cortile, nuda e alta tanto da far sembrare di trovarsi sul fondo di un grande pozzo, termina in alto con un'arcata cieca a sesto acuto. L'alleggerimento delle masse murarie è dato dalle porte e finestre che vi si aprono, di varia forma e distribuite secondo una gerarchia di percorsi all'interno.
Vi si affaccia a piano terra un portale di breccia corallina, assai simile a quello che si potrebbe trovare in un'abbazia cistercense.
La tradizione vuole che in origine al centro del cortile si trovasse una vasca di marmo anch'essa ottogonale e che l'architetto del castello vi sia annegato. In realtà di essa non risulta traccia, come i recenti restauri hanno appurato. Parte del cortile poggia infatti direttamente sulla roccia, mentre la zona centrale è occupata da una cisterna sotterranea.

Sala del Trono al piano superiore

La struttura e la distribuzione degli ambienti ricalca quella del piano terra, ma esprime maggiore raffinatezza nei particolari decorativi e nell'architettura d'insieme. In origine le pareti di queste sale dovevano essere rivestite interamente da grandi lastre marmoree.
L'asportazione dei rivestimenti dalle pareti fu solo un capitolo della triste storia di espoliazioni perpetrate ai danni di Castel del Monte nel corso dei secoli, soprattutto nel Settecento.
Alcune sale presentano enormi camini, con alte cappe coniche ancora parzialmente conservate, a cui era affidato il riscaldamento degli ambienti.
La sala del trono è posta sul lato est dell'edificio, orientata verso Andria. Si affaccia sul cortile con un'ampia porta finestra a forma di bifora.
Caratteristica di queste grandi finestre è di essere rialzate da gradini e fiancheggiate da sedili. Un sedile di marmo corre anche lungo le pareti di ogni sala.
La tradizione vuole che l'esposizione in direzione di Andria sia stata appositamente voluta per segnare il ruolo di questa città, cui Federico aveva conferito il titolo di fidelis e nel duomo della quale erano state sepolte due mogli dell'imperatore, Jolanda di Brienne e Isabella d'Inghilterra. 
Chiave di volta della sala VII raffigurante
 fauno dalle grandi orecchie
 
Al pari di molti altri sovrani del suo tempo, e coerentemente con le consuetudini e le prerogative proprie degli imperatori di ogni epoca, Federico II fu un grande conquistatore di cuori femminili, oltre che padre e nonno di una discendenza numerosa. Disgraziatamente, nonostante il suo impegno, la dinastia sveva non ebbe il tempo di andare oltre la seconda generazione, a causa delle ben note, sfavorevoli circostanze culminate con la morte del giovane Corradino nel 1268. Bisogna tuttavia tener conto  che molto spesso il matrimonio fra case regnanti era nelle migliori delle ipotesi un contratto vantaggioso a suggello di alleanze politiche studiate a tavolino. Il coinvolgimento sentimentale coincideva solo raramente. La storia di Federico ci tramanda tre matrimoni e dunque tre linee di discendenza legittime  con altrettanti figli e nipoti, nonché diverse altre unioni illegittime, allietate dalla nascita di numerosi figli, il più noto dei quali è senza dubbio lo sfortunato Manfredi  “ biondo, bello e di gentile aspetto”, come lo immortalò Dante nel Paradiso, re di Sicilia alla morte del padre nel 1258. Manfredi, insieme a Costanza e Violante era figlio di Bianca Lancia, forse la donna più amata da Federico e forse da lui sposata in extremis per legittimarne la discendenza. La loro relazione sopravvisse a tre matrimoni e ad un numero imprecisato di incontri rubati.

Federico II e Bianca Lancia

La prima moglie, Costanza d’Aragona, fu scelta come abbiamo già detto dal papa Innocenzo. Il matrimonio fu celebrato a Palermo nel 1208, quando lo sposo non era ancora quindicenne e ben dieci anni lo separavano da quella donna che era già stata regina d’Ungheria. Da quell’unione pochi anni dopo nacque Enrico, suo primo erede legittimo, che sarebbe poi diventato re di Germania, ma che comunque risultava secondogenito a Enzo, nato da una certa Adelaide di Urslingen probabile figlia di Corrado di Urslingen, conte di Assisi e duca di Spoleto. La sua relazione con l'imperatore si sviluppò alla fine degli anni dieci del Duecento. Si conobbero quando Federico tornò in Germania, poco dopo il suo matrimonio con Costanza d'Aragona, presso il castello di Haguenau, nel basso Reno, l'odierna Alsazia. Adelaide faceva da damigella e i due si invaghirono.

Alla morte di Costanza avvenuta nel 1222 erano già nati molti altri figli fuori dalle righe, fra cui Federico d’Antiochia e Riccardo conte di Chieti, alle cui madri non si è riusciti a dare un nome e tre figlie femmine, Selvaggia, Margherita e Violante, quest’ultima figlia di Bianca Lancia.

Dovendo salvare l’ufficialità, nel 1225 venne celebrato a Brindisi il matrimonio con Iolanda di Brienne. Secondo alcuni storici l'unione con Federico fu soprattutto un accordo diplomatico, fortemente voluto fra gli altri dal papa Onorio III, poiché Jolanda portava in dote il titolo di regina di Gerusalemme, titolo che pur se meramente onorifico era molto prestigioso per un imperatore del Sacro Romano Impero. Federico quindi divenne re di Gerusalemme, una prima volta contraendo matrimonio con Jolanda, quindi - morta Jolanda - ne mantenne il titolo, prima con la reggenza per la minorità del figlio Corrado (1228) e poi autoproclamandosi re nel 1229.

Jolanda morì appena sedicenne durante il travaglio dovuto al parto di Corrado. Venne sepolta nella cripta sottostante la Cattedrale di Andria.

Statua di Federico II - Napoli Palazzo Reale
Nel 1235 fu il turno di Isabella d’Inghilterra, morta anch’essa di parto sei anni dopo. C’era poco da stare allegri in un periodo in cui la vita delle donne era insidiata tanto da cause naturali, quanto dall’atteggiamento dispotico dei consorti (qualcosa è cambiato oggi?) che per gelosia erano capaci di tenerle relegate come in un harem. Voci insistenti hanno sostenuto per lungo tempo che dietro l’esperienza coniugale delle tre mogli dell’imperatore, due delle quali morte di parto, ci fosse lo zampino di numerosi maltrattamenti se non addirittura dell’avvelenamento. Benché possano sembrare illazioni eccessive, è bene ricordare che Federico riservò un simile trattamento anche alla sua amata Bianca Lancia, madre di Manfredi, il prediletto fra i suoi figli. Sebbene all’indomani della morte della sua terza moglie Isabella, lui le avesse intestato numerose terre e possedimenti, si tramanda anche delle furibonde ire imperiali, scatenate dalla cieca gelosia, che lo inducevano a sospettare continui tradimenti da parte di lei.
Bianca Lancia, partorito Manfredi in regime di semi-prigionia, spedì il neonato al marito e su di un vassoio gli fece recapitare anche uno dei propri seni tagliato in segno della sua devozione e fedeltà assolute.
oh tempora oh mores!


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Se la storia della famiglia Hoenstaufen vi avvince, continuate a seguirla in altre vicende prossimamente qui.







26.3.11

UN GELIDO INVERNO, ANZI...ROVENTE

Jennifer Lawrence nei panni di Ree Dolly, diciassettenne con due fratellini, una madre pazza e un padre latitante che deve iniziare ad affrontare le dure problematiche dell'esistenza.

Un gelido inverno non è solo quello appena trascorso che ci lascerà il suo ricordo ancora per un po’ di tempo, sempre che ce ne resti.
E’ quello difficile, aspro, in mezzo ai boschi sulle montagne del Missouri, il cuore freddo dell’altra America, che conosciamo poco o niente e, se arriva al cinema, è sempre per raccontare storie di confine, dal clima teso e fosco, che spesso degenera in atrocità. La civilizzazione da quelle parti sembrerebbe allo stesso grado di quella di certi paesi del Centro Africa: maschilismo, ignoranza e violenza impongono le loro regole, orgoglio, omertà e iustitia ad personam fanno il resto e non c’è sceriffo che tenga: lì la legge che prevale è quella dettata dal gruppo e chi cerca di infrangerne il codice può solo finire male, le donne in particolar modo, che quindi divengono per forza complici del sistema.




Spettacolare, indimenticabile, capolavoro, thriller mozzafiato sono iperbole utilizzate per il lancio del film, che è un buon film e basta, lontano dalla solita american novel di cui ne abbiamo, credo, tutti piene le tasche.

Vi ricordate Frozen River o, andando indietro di molto tempo, il tranquillo week-end di paura? Lo so, siamo tutti troppo giovani per ricordarci questo vecchio film degli anni ‘70 ecchecc …ma forse avrete avuto modo di vedervelo in cassetta. Se non è così, vi siete persi qualcosa. Ebbene l'atmosfera qui è più o meno la stessa, surriscaldata, anche se con una quarantina d’anni di meno sul groppone, che non si nota poi così tanto, il che fa supporre che non sia cambiato granchè da allora, dopotutto.



      

 Caution, not suitable to children
Questo video non è adatto alla visione di piccoli utenti o persone particolarmente sensibili

Il video riproduce il famoso dueling benjo fra Ronnie Cox e il ragazzino minorato, emblema del film Tranquillo week-end di paura con Burt Reynold e Jon Woight. Ne nasce un'atmosfera di allegria che non lascia presagire l'evoluzione drammatica degli eventi che dovranno seguire

Anche qui sono presenti bei pezzi di musica autentica americana, con brani storici folk e ballate country improvvisati a chitarra e banjo. E poi bambini, cani e animali incantevoli che fanno da contraltare alla ruvida realtà circostante. Brava la giovane protagonista Jennifer Lawrence, già vista in Burning Plain, altra pellicola di denuncia sociale, che per questa sua ultima interpretazione è stata - meritatamente - candidata all’oscar.

Questo film è il perfetto emblema del Sundance Festival, che si prefigge di premiare proprio quelle storie che, ripudiando i riflettori di Hollywood, maggiormente si discostano dall' American Style proposto abituamente dal cinema allineato, quello che viaggia in aereo e in metropolitana, studia a Yale e pratica il winsurf sulle spiagge di San Francisco.
Questa è l’America miserabile, arretrata, che fa vergognare di sè e di cui nessuno ha voglia di parlare.
Forse è per questo che il film di Debra Granik avvince tanto. Ancora una volta troviamo una regista donna pronta a denunciare con toni duri il marcio della realtà retrograda e maschilista, dura a morire, che si annida tenacemente fra le pieghe della cosiddette civiltà avanzate.

voto ****/*****

 
 
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20.3.11

Everybody hurts sometimes. Hold on

 R.E.M. - Everybody Hurts



When the day is long and the night, the night is yours alone,
When you're sure you've had enough of this life, well hang on
Don't let yourself go, 'cause everybody cries and everybody hurts sometimes


Sometimes everything is wrong. Now it's time to sing along
When your day is night alone, hold on, hold on
If you feel like letting go, hold on
When you think you've had too much of this life, well hang on


'Cause everybody hurts. Take comfort in your friends
Everybody hurts. Don't throw your hand. Oh, no. Don't throw your hand
If you feel like you're alone, no, no, no, you are not alone
If you're on your own in this life, the days and nights are long,
When you think you've had too much of this life to hang on

Well, everybody hurts sometimes,
Everybody cries. And everybody hurts sometimes
And everybody hurts sometimes. So, hold on, hold on
Hold on, hold on, hold on, hold on, hold on, hold on...


...Everybody hurts. You are not alone



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ERAVAMO SULLO STESSO RAMO

                                                SONO CENT'ANNI CHE NON INTERROGO
                                                LA CHIARITA' DEL TUO PENSIERO

             ERAVAMO SULLO STESSO RAMO INSIEME  
             ERAVAMO SULLO STESSO RAMO

                                  CADUTI DALLO STESSO RAMO CI SIAMO SEPARATI
                                  E TRA NOI IL TEMPO E' DI CENT'ANNI
                                  DI CENT'ANNI LA STRADA
                                  E DA CENT'ANNI NELLA PENOMBRA
                                  CORRO DIETRO A TE





                                                                               da una poesia di Nazim Hikmet


                                                        
                                                        
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19.3.11

E I NOSTRI FIORI APPASSIRANNO INSIEME










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Non baciatemi le mani, anzi non baciatemi proprio

Bentornata maledetta primavera, alzo la tapparella del mio ufficio: persino questo angolo di cortile dai muri sbrecciati ha una faccia meno cadaverica oggi; attraverso i vetri di una finestra vedo una donna col grembiule rosa che stira guardando il cielo azzurro sopra i tetti, forse sottovoce sta canticchiando qualcosa. La festa di ieri - meno male - ha rallentato i ritmi. Sbrigo il lavoro urgente e guardo l'ora : ho un incontro fissato in un punto strategico che mi porterà via solo pochi minuti e poi potrò regalarmi una piccola digressione .
Le mie preferite sono quelle che hanno come meta una libreria del centro.

Entri e ti aggiri subito fra torri di libri lasciate esposte alla golosità del pubblico. Arrivano le novità e vengono piazzate lì, senza perdere tempo a sistemarle, con la pubblicità si vende tutto in fretta.
I libri che interessano a me però non sono quasi mai esposti, mi devo sempre rivolgere a qualcuno che sappia dove andarmeli a cercare.
Ultimamente vado più spesso da Rizzoli benchè sia più scomodo arrivarci nel senso che è più distante: bisogna attraversare tutta la piazza del duomo e entrare in galleria, farsi largo fra ogni sorta di umanità, ne sarebbe entusiasta Bukowski, io no. Amo le persone prese una alla volta, ma la folla mi crea disagio. Mi piace fermarmi a guardare una formichina attraversare la sua jungla il suo deserto i suoi canyon col fiatone e il bottino sulle spalle, oppure andarsene a spasso cazzeggiando, un po’ lì un po’ là, senza programmi precisi. Ma il formicaio mi fa orrore. E quanto assomiglia a un formicaio la folla concitata di milano, un formicaio brulicante, centinaia di gambe che si muovono freneticamente, urtandosi, evitandosi, scavalcandosi cambiando continuamente direzione, brrr.
*
Da Mondadori andarci è più veloce: si fa un tratto della via torino, si gira l’angolo, si lascia passare il tram e quando scatta il verde ci s’infila nel fiume di gente che attraversa e si è praticamente arrivati. L’ultima volta però su tre titoli nemmeno uno disponibile e i commessi tutti bronciosi, per non parlare delle cassiere, belle ma antipatiche, un nervoso… c’avranno in giro trentamila gadget stupidissimi, qualcuno forse divertente, tutti i saviano i faletti i volo e le parodi che si possano desiderare, ma se domandi “Noteboom?” non sanno chi sia, scuotono la testa poi si mettono in due a cercare dentro al computer, sconsolati dicono non l’abbiamo e io rispondo impossibile!
Da Rizzoli invece tutti e tre in un colpo solo li ho trovati e i commessi sempre bendisposti a collaborare. Le cassiere no, meno belle ma antipatiche uguale.

Oggi da Rizzoli ci passo proprio davanti al ritorno dall'appuntamento; entro non guardo le vetrine ho la solita lista della spesa settimanale  in tasca, la mostro al primo commesso in cui incappo, un ragazzino che sembra mi stia aspettando, pieno di buona volontà, sarà il suo primo impiego?  Sfodero un bel sorriso, cerco di mostrarmi più simpatica che posso e incrocio le dita. Guarda il computer : due su quattro me li trova, evviva! Li va a prendere velocissimo da uno scaffale sul fondo, io lo seguo e lo premio chiedendogli un consiglio personale. Mi valuta un attimo e dopo breve riflessione va a scegliere Zoran Zivkovic, 9 euro, me lo schiaffa in mano con gli altri, e salutandomi mi chiede di tornare a dirgli come l’ho trovato. Forse lo dice per formalità, oppure vuole veramente un feed-back da condividere, o almeno capire se va bene continuare a consigliarlo o no. Boh, lo ringrazio e gli prometto di sì anche se al 90 per cento non ce lo troverò più la prossima volta: nelle grandi librerie la rotazione dei commessi è più veloce di quella delle novità. Ogni volta ti salutano facce diverse.

Pago e esco col mio pacchetto. E’ l’ora dell’aperitivo, gente seduta ai tavolini dei bar sorseggia un drink e sta come al cinema a osservare quelli che passano. Che caldo, il sole filtra dalle cupole di vetro creando un effetto serra. I turisti girano già vestiti leggeri, a braccia nude, guardano, fotografano, si godono la tiepida mattinata e sembrano tutti abbastanza felici. E grazie, stanno in vacanza al posto giusto, nel paese do’sole... Fino a ieri  piogge monsoniche ma in giornate come questa  perfino milano è bella, se poi pensiamo a cosa sta succedendo nel resto del mondo, sembra bella pure a me.


Rimugino. Adesso, con sta storia della libia l’onu la noflyzone e le basi nato, stai a vedere che si va tutti  a puttane, governo e popolo sovrano insieme (hahahaha). Vili, sciacalli, assetati di petrolio.
Vi prego, se mi amate, non baciatemi le mani, anzi non baciatemi proprio che facciamo prima.

Cerco di trovare un varco fra isole di passanti. Non sono bastate le visioni apocalittiche degli ultimi giorni, la fine del mondo in diretta: navi che solcano rotte di cemento, treni inghiottiti in tunnel d’acqua, house boat su fiumi in piena che si sfasciano come giocattoli da bancarella, un crudele gioco di Shanghai con i bastoncini scagliati alla rinfusa dalle mani dispettose d’iracondi giocatori e tutta quella povera gente travolta e schiacciata dai detriti e poi ci si mettono anche le fughe di radioattività e chissà adesso …
- Scusi cosa ne pensa della riforma della giustizia?
Mi trovo la strada improvvisamente sbarrata da un microfono di proporzioni gigantesche impugnato da un tipo coi capelli scuri fermati a coda. Lo sta facendo oscillare pericolosamente davanti alla mia bocca, tanto per farmi capire che mi sta registrando. Di fianco a lui un altro tipo d' imponente statura regge una telecamera che mi fissa dall'alto.

Odio per principio le domande rivolte a bruciapelo per strada a gente senza qualità che quasi sempre fornisce risposte ovvie o inopportune.

- Non so, non credo di avere le competenze per poter offrire  pareri…
- Sì ma ci dica cosa pensa LEI in generale della giustizia in Italia.
- Non ho mai avuto a che fare con la giustizia, quindi  un'opinione può averla chi ha più esperienza di me….
- Ma non concorda sul fatto che si dovrebbero apportare delle modifiche? 
Questo non molla, mi incalza, vuole a tutti i costi farmi dire qualcosa che risulti a vantaggio della sua tesi.
- Bè tante cose dovrebbero essere cambiate.
- Su che cosa lei crede di poter ancora contare oggi?
Lo chiede a me... e io che vorrei invece chiederlo a  lui.
- Su niente, io non penso di poter contare proprio più su niente, oggi.
Mi guarda. Fa una pausa di silenzio più chiara di un discorso.
Sembra un po’ triste, poverino. Così gli regalo un sorriso per confortarlo, che è anche espressione di commiato.
Mi ringrazia e mi lascia andare.

Riprendo la mia strada e sbuco nel chiarore del sole di mezzogiorno, fa molto caldo, taglio la piazza in diagonale per far prima, evitando di calpestare i piccioni che oramai non si scansano più e intanto mi interrogo sulle risposte date: forse ho esagerato un po'.
Sulla via torino, giusto all'imbocco, il traffico è bloccato da un’ambulanza messa di traverso. I tram sono incolonnati fermi, la gente rallenta guardando incuriosita e un silenzio anomalo aleggia d'intorno: c’è un uomo steso fra i binari luccicanti di sole: non respira non si muove,  non dà risposte a chi sta chino su di lui, non può più contare su niente.

mca

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16.3.11



 Ideogramma fortuna 


the big wave with the rising sun -  Katasushika Hokusai 1830


 image revised by mca
                                                *                   *


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12.3.11

IL PIANETA TREMA: uomo quanto sei piccolo


 *
Anselm Kiefer  1982 
Et la terre tremble encore, d'avoir vu la fuite des géants
 olio e terracotta su tela
Reggia di Caserta - Collezione Terrae Motus


Anselm Kiefer, pittore e scultore tedesco neo-espressionista, è nato nel 1945 nel distretto di Friburgo, ai confini con lo stato elvetico.
Nei quadri di Kiefer non appaiono quasi mai figure umane. Egli, infatti, predilige dipingere  luoghi,  paesaggi e  ambienti a rappresentazione delle tragedie che nella storia si sono consumate. Gli esseri umani sembrano essere stati fagocitati dal vortice buio del male che hanno fatto a se stessi e al loro prossimo.

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11.3.11

STAUFEN & ALTAVILLA

Castello di Erice XII sec.
 
Fortezza eretta dai Normanni sulla vetta del monte S. Giuliano - su tempio preesistente di eta' romana - tra il XII e il XIII secolo.

Re Ruggero II d'Altavilla
 Divenne sede delle autorità normanne e, data l'importanza strategica del luogo, fu trasformato in un baluardo difensivo. Cinto dalle imponenti torri medioevali, adiacente ai magnifici giardini del "Balio"  il castello fu dotato nel XVII secolo di una maestosa gradinata d'accesso; la facciata dell'edificio, sulla quale si aprono graziose bifore, e' caratterizzata da severe merlature ghibelline, e le mura del complesso fortificato seguono l'andamento naturale della rupe sulla quale esso sorge. 
Sulla porta d'ingresso, ad arco ogivale, campeggia una lapide calcarea raffigurante lo stemma di Carlo V. All'interno sono ancora visibili i locali adibiti a prigione.
Ineguagliabile il panorama che si abbraccia con lo sguardo dall'alto del castello: le isole Egadi, i monti di Sciacca, i graziosi borghi costieri, Trapani e le saline, e a volte, se l'aria e' tersa e luminosa, persino Ustica, Pantelleria e la costa africana.

Barbarossa aveva lasciato suo figlio Enrico in patria come reggente. Con un vero colpo da maestro, prima di partire, il Barbarossa era riuscito ad ottenere per il figlio la successione al grande e ricchissimo regno di Sicilia, che comprendeva tutta l’Italia meridionale, già colonizzata dal nobile popolo normanno, territorio che, unito all’impero occidentale degli Staufen, rendeva il signore di Germania il vero dominatore del mondo.
Allo stesso modo del padre, Enrico era un autentico Hohenstaufen: precoce, intelligente, duro, il perfetto continuatore della tradizione paterna.

Matrimonio di Enrico VI con Costanza d'Altavilla



Aveva infatti unito in matrimonio il proprio figlio Enrico con Costanza d’Altavilla, donna di oltre dieci anni più vecchia, figlia  del Normanno Ruggero II  re di Sicilia e dei  dieci volte più ricca.
Quell’unione che fondeva il duro sangue degli Staufen con il genio e la raffinatezza dei Normanni, fruttava alla famiglia tedesca  un impero dalle dimensioni e dalla potenza inimmaginabili.

Enrico e Costanza si sposarono a Milano in Sant’Ambrogio, il 27 gennaio del 1186, quando Costanza aveva già trent’anni, piuttosto vecchia per un’epoca in cui si moriva mediamente a quaranta; era tuttavia erede universale di tutto il Regno d’Italia.


Sacro Romano Impero

Come s’è detto il Barbarossa era partito per la terza crociata e ci aveva rimesso le penne nel 1190, quindi il Sacro Romano Impero e il regno Normanno di Sicilia si trovarono precocemente nelle mani di un Enrico poco più che adolescente.


Territori normanni nel XII secolo





Castello di Paternò (CT)

Fu edificato nel 1072 dal Gran Conte Ruggero  per garantire la protezione della valle del Simeto dalle incursioni islamiche. Il primo nucleo del maniero fu ben presto ampliato e dalle primigenie funzioni prettamente militari fu utilizzato per usi civili divenendo sede di re e regine tra i quali Federico II di Svevia.

Quella tra la normanna Costanza e lo svevo Enrico fu un'unione  abbastanza male assortita: la freddezza che Costanza, donna matura, cresciuta in un monastero, colta, intelligente e fieramente legata alla sua terra, poteva provare per un marito di dodici anni più giovane, sposato per onor di Stato, lentamente negli anni si era trasformata in rancore. Enrico era un ragazzino intelligente, ma incolto e brutale. Era un panzer, aveva la forza dalla sua e non esitava a usarla con brutalità. A quel tempo nell’Italia meridionale sotto la dominazione dei  Normanni, popolo disceso dalla penisola scandinava e dalla Danimarca, convivevano Bizantini, Italiani, Saraceni ed Ebrei; religioni e culture stavano le une accanto alle altre, si incontravano e si mescolavano.
Il sapere germogliava, con risultati straordinari in ogni campo della cultura, della scienza e dell’arte. Enrico arrivò in Sicilia come chi entri in casa con gli stivali infangati e si sieda sbattendo i piedi sul tavolo. Di lui non si può certo dire che fosse un politico raffinato.


Castello di Acicastello (CT)
Luogo già fortificato in precedenza dai Romani per la sua importanza strategica, fu poi conquistato dai Normanni di Ruggero d' Altavilla nel 1072. Nel 1169 una disastrosa eruzione dell'Etna raggiunse la rupe che emergeva dal mare, ma ne danneggiò solo parzialmente la forte base. Ancor oggi si possono ammirare la struttura e gli splendidi archi a sesto acuto.

I baroni normanni non lo accolsero bene. Avevano messo prima di lui le mani sulle ricchezze di quel lembo d’Italia, ma quelle terre le amavano, vi avevano creato un terreno fertile per lo sviluppo economico e delle idee. Ma Enrico non aveva interesse ad ascoltare, se ne infischiava dei baroni normanni che avevano curato il suo giardino e custodivano il suo tesoro. Usava la spada per mietere il grano, senza curarsi del benessere del campo.
Enrico venne incoronato Re di Sicilia nel Duomo di Palermo a Natale del 1194, otto anni dopo il matrimonio a Milano con Costanza.

Contemporaneamente la Regina stava partorendo a Jesi il loro primogenito e unico erede. Considerata la sua età, per quei tempi avanzata, onde mettere a tacere qualsiasi dubbio sulla legittimità di quella nascita, ella volle partorire sulla pubblica piazza, al riparo solo di una tenda, con tutta il popolo a fare da testimone. Fu così che il 26 dicembre del 1194, quasi per un miracolo della natura, venne alla luce il nipote del Barbarossa. Costanza, che era stata costretta a sposare Enrico, accompagnarlo nelle sue scorribande, ad appoggiarne le scelte non condivise, riponeva grandi speranze in questo bambino. Avrebbe voluto chiamarlo come lei, Costantino, per farne il degno successore non soltanto degli Staufen ma anche il degno discendente del popolo normanno. Ma al momento del battesimo, che si celebrò ad Assisi, presso la stessa fonte battesimale del Santo Francesco, gli venne imposto il nome di Federico.
Egli fu nell’aspetto, nel portamento e nella fredda intelligenza, un autentico Staufen, ma se riuscì ad essere ricordato come lo Stupor Mundi fu grazie a quell’impronta normanna che ebbe dalla madre.

Facciata romanica di San Rufino XII sec. - Assisi
Federico II, stando alla Cronaca d'Alberto abate stadese, sarebbe stato battezzato nel Duomo di San Rufino, proprio come Francesco e Chiara. Correva l'anno 1197, ed il fanciullo imperiale aveva quasi tre anni. Enrico VI era morto precocemente nel settembre di quell'anno, dopo breve malattia. Da lì a diciotto mesi lo seguirà nella tomba anche Costanza d'Altavilla.
 Costanza fu costretta dal marito a seguirlo in Sicilia, dove continuò imperterrito la sua opera di devastazione e saccheggi, mentre Federico fu condotto a Foligno e affidato al Duca di Spoleto.
Nel frattempo un lungo convoglio prese il via da Palermo per recare in Germania un immenso tesoro destinato alle casse dell’impero e grazie al quale Enrico ottenne di far designare il figlio suo incontestato successore al trono.

Appena in tempo, perché tre anni dopo fu colpito dalla malaria mentre si preparava a partire per una crociata. Morì a Messina tra atroci tormenti nel 1197. Aveva appena trentadue anni.

Nell’età medievale la vita era breve, spesso brevissima, si moriva per cause violente o malattie fulminanti, anche fra nobili che non soffrivano la fame e si circondavano di persone adibite al loro servizio e alla loro protezione.
Era sconosciuta la giustizia sociale, il più forte aveva diritto di vita e di morte sul più debole.
Non stupisce che le persone ponessero speranze, aspettative e sogni in un aldilà in cui si garantiva rivalsa, benessere e vita eterna .


La religione concedeva la speranza che i sacrifici fatti, le ingiustizie subite sarebbero state tenute come contabilità su un libro divino e pareggiate con la giusta punizione per i malvagi e il trionfo dei giusti.
Questo bisogno concesse alla religione un enorme potere ricattatorio anche sui grandi, come Re e Imperatori, sul capo dei quali la corona veniva posata proprio dal papa in persona. A quell’epoca papa e imperatore erano come il sole e la luna. Il sole riscalda la terra rendendola viva, la luna risplende quando il sole è assente, ma soltanto di luce riflessa. In sintesi il sole-papato e la luna-impero illuminano entrambi la terra, ma, senza il sole, la luna non darebbe luce.


Immediatamente dopo la morte di Enrico, Costanza, per salvare il suo regno e suo figlio si rivolse al papa sottomettendosi e chiedendo la sua protezione. Il piccolo Federico di quattro anni fu così portato a Palermo e incoronato Re di Sicilia. Fu l’ultimo atto compiuto da Costanza che morì qualche mese dopo. Nel testamento lasciò al papa la tutela del piccolo Federico in cambio di una cospicua rendita annuale.

Duomo di Palermo

E' un grandioso complesso architettonico costruito in diverse fasi, sorto sull'area di una prima basilica che i Saraceni avevano trasformato in moschea. Eretto nel 1185, ha subito nei secoli vari rimaneggiamenti, fino alla fine del 1700. Sono riconoscibili, infatti, numerosi stili.
La cattedrale è fiancheggiata da quattro torri d'epoca normanna e sovrastata da una cupola. La parte absidale stretta fra le torricelle è quella più originale del XII secolo, mentre la parte più manomessa è il fianco sinistro, dove si apre un bel portale gaginesco degli inizi del Cinquecento.
Disegna nello spazio una croce latina sormontata da una cupola di disegno neoclassico, nel punto in cui la navata centrale si incrocia con il transetto.
Il fianco destro della costruzione, con le caratteristiche torrette avanzate e l'ampio portico in stile gotico-catalano  è stato costruito intorno al 1465.

Duomo di Palermo - Cripta

 A sud è collegata al Palazzo Arcivescovile con due grandi arcate ogivali su cui s'innalza la torre campanaria con l’orologio.   
 Dal lato sinistro della cattedrale s'accede alla cripta con le volte a crociera sostenute da colonne di granito: questo luogo di grande suggestione ospita le tombe e i sarcofagi d'età romana. 

In questa cattedrale, sintesi di storia e di arte dell'ultimo millennio,  furono incoronati e poi sepolti i sovrani normanni di cui stiamo parlando.














Desidero ringraziare tutti coloro che con scritti, foto e notizie, rendono possibile  la stesura da parte mia di queste pagine che hanno l'unico, disinteressato proposito di destare, in chi eventualmente mi leggesse, curiosità per i luoghi l'arte e il sapere. mca
Fonti:
Wikipedia
Alessandro Cecchi Paone - Federico II Falco della Pace
Vari Siti Turistici e Regionali del Meridione d'Italia                             


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