Qui non mi trovate,
io qui non ci sono.
Sto nella stanza accanto
dove non c'è nessuno.

15.2.09

SABATO (Saturday)



AUTORE McEwan, Ian
EDITORE Einaudi
ANNO 2005


Il Dottor Henry Perowne lascia l’ospedale il venerdì sera del 14 febbraio 2003 dopo una serie d’interventi impegnativi, eseguiti con successo nel reparto di neurochirurgia del suo ospedale londinese; è esausto ma soddisfatto: la sua professione non gli lesina soddisfazioni e riconoscimenti quotidiani. Si affaccia la prospettiva di un week-end rilassato, pianificato nei minimi dettagli, durante il quale potrà sia ritemprare le forze, sia svagarsi e dedicarsi ai suoi impegni privati. L’indomani la famiglia si riunirà per intero e sarà lui stesso, per l’occasione, ad allestire una cena per tutti, cimentandosi nella preparazione della sua rinomata zuppa di pesce. Pregusta anche l’arrivo di sua figlia Daisy, che porterà da Parigi la bozza definitiva della sua prima raccolta di poesie con cui sarà definitivamente consacrata poetessa a soli ventidue anni.
Il sabato si preannuncia oneroso per Perowne che ha già fissato in mattinata una partita a squash col giovane collega anestesista e nel pomeriggio la visita settimanale alla casa di riposo dove l’anziana madre lo accoglierà con un sorriso ma purtroppo senza riconoscerlo. Ha già messo in preventivo che i tempi saranno forzatamente dilatati a causa della manifestazione organizzata contro l’intervento inglese alla guerra in Iraq, che vedrà Londra mobilitata da un’immensa folla, forse fino a duecentocinquantamila partecipanti.
Percorrendo i dieci minuti a piedi che separano l’ospedale dalla sua splendida residenza vittoriana, ereditata dalla famiglia della sua bella e ricca moglie Rosalind, con cui ha uno splendido rapporto, nonostante gli oltre vent’anni di matrimonio, Henry si dichiara intimamente soddisfatto, realizzato, se non addirittura felice. Due figli che, ancora giovanissimi, hanno già imboccato la via del successo e una moglie avvocato, donna bella, desiderabile e intelligente come poche altre. Egli stesso, pur al varco dei cinquant’anni, non può che sentirsi fiero del suo aspetto ancora giovanile e dell’invidiabile forma fisica, senza contare la posizione ottenuta nell’ambito della carriera, favorita dal grande amore per la sua specialità, che gli assicura una resistenza fisica oltre il verosimile. Non gli pesano infatti le sette, otto ore di intervento in piedi davanti al tavolo operatorio, intento a risolvere patologie complicatissime che gli richiedono lucidità e concentrazione costanti. Anzi gli capita di gestire perfino due interventi contemporaneamente, dividendosi fra più sale operatorie senza perdere il filo, gratificato unicamente dall’idea di aver assolto il proprio dovere e poi, una volta a casa, di provare ancora la voglia e il piacere di fare sesso con Rosalind.
Henry s’interroga sul concetto di felicità: se – per citare Edipo - “ nessun uomo si può dire felice fintanto che non è morto”, egli può almeno definirsi fortunato; nessuna nube attraversa il suo cielo privato e la vita gli appare come un insieme di tasselli dall’incastro perfetto.
Unica turbativa prevista per l’indomani: quella dannata marcia pacifista, che manderà il traffico in tilt per ore e nella cui confusione potrebbe essere più facilmente portato a termine il già annunciato atto terroristico di cui Londra è sotto minaccia. In ogni caso Henry non perde mai il suo aplomb, né in sala operatoria né in altre circostanze: sa come dettare il passo e le modalità della sua esistenza.
Il Dottor Perowne avrà come tutti il suo tallone d’Achille? Sarà lui stesso a chiederselo proprio l’indomani, sabato, quando un piccolo incidente di viabilità andrà ad innescare tutta una serie di conseguenze indesiderate, scombussolando la sua giornata fino a sfociare in un vero e proprio dramma. Minacciato da alcuni teppisti, fra cui un pericoloso psicopatico armato di coltello, in cui individua immediatamente le spie di una grave malattia neurologica degenerativa, Henry si rende improvvisamente conto della propria vulnerabilità, dell’incapacità di agire al di fuori degli schemi prestabiliti, fosse anche solo per disarmare un avversario pericoloso, salvarsi la pelle e difendere i propri cari dalla violenza. Le tattiche difensive di Henry si dimostrano inappropriate e inefficaci di fronte all’incongruo: abituato alle emergenze, si ritrova goffo e inetto di fronte alla forza bruta, incapace di reagire con mezzi diversi dalla consueta logica e correttezza da persona per bene. Pur maneggiando abilmente il bisturi e praticando incisioni anatomiche da mattina a sera, non avvicinerebbe mai una lama se non ad epidermidi preventivamente anestetizzate e in ambienti sterili e sicuri. Sfidato di fronte a tutta la famiglia, è costretto a subire senza reazione l’oltraggiosa e umiliante prevaricazione del farabutto psicolabile finché, imprevedibilmente, non gli verrà offerta su un piatto d’argento l’occasione di pareggiare i conti, vendicandosi. Ne approfitterà?
Buona performance d’autore e protagonista. Personaggi un po’ snob, ma il romanzo è ben scritto, documentato con dettagli quasi giornalistici: McEwan riesce a fare una scansione precisa di ogni minuto dell’interminabile sabato del Dottor Perowne, monitorandone pensieri, paure, azioni e reazioni in un crescendo di tensione, sempre però col parafulmine del typical english self-control.
Per chi è innamorato di Londra, per i seguaci di “Dr. House” e gli appassionati di cronache da pronto soccorso. Meno consigliabile invece a chi è normalmente sbrigativo e dotato di poca pazienza.

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